L’Europa ha bisogno del nuovo realismo di Trump

Dalla fine della Seconda guerra mondiale alla caduta del Muro di Berlino, la politica estera americana fu orientata verso un unico obiettivo: sconfiggere il comunismo sovietico. 

Tuttavia, nel XXI secolo, la più grande minaccia per i principali interessi americani non si trova più ai confini dell’Europa. Risiede invece nell’Indo-Pacifico, dove la Repubblica Popolare Cinese è l’avversario più temibile degli Stati Uniti, sia dal punto di vista economico che militare. È passato quasi un decennio da quando Pechino ha presentato la sua iniziativa Made in China 2025,  con la quale la Cina mira a superare gli Stati Uniti in quasi ogni settore ed attività economica di cruciale importanza. La Cina comunista è la nostra sfida.

Il presidente Donald Trump e il vicepresidente J.D. Vance hanno da tempo compreso queste realtà geopolitiche. Una politica estera “America First” si basa sulla priorità di interessi americani tangibili, non su vuote astrazioni. Per decenni, i leader americani hanno detto a quelli europei ciò che questi ultimi volevano sentirsi dire, e non ciò che dovevano sentire. Il trattamento con i guanti di velluto è finito.

L’avventurismo estero degli ultimi 30 anni non è stato affatto “conservatore”. È liberalismo wilsoniano in nuove vesti. I wilsoniani, sia neoconservatori che neoliberali, dominavano entrambi i partiti. Vedevano il mondo in termini di “valori” astratti e insistevano sul fatto che questi valori, piuttosto che gli interessi nazionali concreti e tangibili, dovessero orientare la politica estera americana. In altre parole, l’America era costretta a essere ovunque, sempre e comunque.

Il realismo americano richiede scelte difficili e riconosce la limitatezza, il che significa che non possiamo essere dappertutto, sempre e comunque.

Come diceva il presidente John Quincy Adams,  “l’America non va in giro per il mondo a cercare mostri da uccidere. È la nazione che augura a tutte le altre libertà e indipendenza. Ma è il campione e il garante soltanto della propria indipendenza”.

Il futuro della politica estera americana è il realismo. Non si tratta di un concetto nuovo, ma è stato praticato fin dagli albori del nostro Paese. Washington e Hamilton sostennero il trattato di John Jay, che all’epoca era impopolare, ma tenne a bada gli inglesi, consentendo agli Stati Uniti di ricostruirsi e riarmarsi. La Dottrina Monroe, una parte spesso citata ma non centrale del messaggio annuale di Monroe al Congresso nel 1823, fu  citata da Adams  e poi da Jfk. Franklin D. Roosevelt è stato forse il più noto virtuoso del realismo americano.  Come  ha spiegato lo scrittore e storico John Hulsman, il genio di Roosevelt stava nel comprendere quando era veramente necessario combattere all’estero per proteggere i nostri interessi, soprattutto quando si trattava di preservare e difendere la libertà dell’America contro la tirannia incontrollata del nazismo.

Il realismo americano pone molte domande importanti quando si considera l’intervento, l’investimento o l’aumento dell'interesse, ma si concentra su una questione centrale, vale a dire se sono in gioco gli interessi strategici fondamentali americani. È di vitale importanza preservare il sangue e il denaro americano per interventi o sforzi che vadano a diretto beneficio degli interessi fondamentali americani o che tutelino tali interessi.

Per fortuna, quest’Amministrazione comprende che le risorse americane sono finite. La natura delle minacce che affrontiamo oggi e la rinascita del realismo americano richiedono un’Europa più resiliente, in grado di difendere la propria sovranità in modo reale e tangibile. 

Purtroppo, i Paesi europei sono nel bel mezzo di una disastrosa deindustrializzazione per volere degli attivisti radicali per il clima che li lascia in una situazione più precaria di quella di 30 anni fa. Il segretario dell’Energia Chris Wright lo ha espresso alla perfezione in un recente discorso: 

Abbiamo delocalizzato fin troppa produzione e i nostri alleati in Europa sono andati ben oltre in questa direzione distruttiva. Trovo triste e un po’ paradossale che quelle che un tempo erano le potenti industrie siderurgiche e petrolchimiche del Regno Unito siano state delocalizzate in Asia, dove gli stessi prodotti saranno realizzati con maggiori emissioni di gas a effetto serra, per poi essere caricati su una nave con motore diesel e riportati per tornare nel Regno Unito.

Il segretario Wright ha ragione. Il cambiamento delle priorità significa che l’Europa deve fare di più per difendersi. Per troppo tempo, l’America  ha sostenuto una quota eccessiva dell’onere finanziario per la sicurezza del Vecchio Continente, consentendo a generazioni di leader europei di dare per scontati questi investimenti per la difesa, scegliendo di riempire le casse dei programmi pensionistici e optando per altri sprechi di welfare sociale. Gli europei non possono limitarsi ad aumentare la spesa per la difesa per soddisfare un punto percentuale arbitrario; devono spendere realmente l’aumento del budget per la difesa in sistemi di armi letali e munizioni.

L’urgenza deriva da una verità che molti a Washington non vogliono dire ad alta voce, ossia che la base industriale della difesa degli Stati Uniti è più debole e più tesa di quanto non lo sia stata negli ultimi decenni. Abbiamo quasi esaurito la nostra capacità industriale di produrre effettivamente le armi e le munizioni di cui abbiamo disperatamente bisogno per affrontare le minacce del nostro tempo.

Allo stato attuale, alcune stime indicano che gli Stati Uniti “probabilmente esaurirebbero alcune munizioni, come quelle a lunga gittata e a guida di precisione” in “meno di una settimana” nel caso di un grave conflitto con la Cina nello Stretto di Taiwan. La cruda verità è che per rifornire questi sistemi ci vorranno anni, non settimane o mesi. I realisti della politica estera come il presidente Trump, il vicepresidente Vance, io stesso e molti altri  da anni mettiamo in guardia riguardo a queste vulnerabilità.

L’America non può permettersi di ignorare questa realtà, e nemmeno ‘'Europa dovrebbe farlo quando si tratta della propria base industriale. Abbiamo adattato le nostre industrie della difesa ai conflitti a bassa intensità e all’antiterrorismo, a scapito della nostra capacità di scoraggiare una guerra devastante tra grandi potenze nell’Indo-Pacifico. L’eccessiva dipendenza dell’Europa dalle garanzie americane ha solo accelerato questo declino.

Le minacce che dobbiamo affrontare richiedono investimenti di gran lunga maggiori, e non possiamo spostare efficacemente i nostri sforzi per far fronte a questa crescente minaccia a meno che i nostri alleati della Nato in Europa non si facciano avanti e contribuiscano in modo significativo con più denaro alla propria difesa. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth   ha fatto eco proprio a questo sentimento parlando a Bruxelles, a febbraio: “Gli Stati Uniti restano impegnati nell’alleanza Nato e nella partnership di difesa con l’Europa. Senza discussioni. Ma gli Stati Uniti non tollereranno più una relazione sbilanciata che incoraggi la dipendenza.  Piuttosto, la nostra relazione darà priorità al rafforzamento dell'Europa affinché si assuma la responsabilità della propria sicurezza”.

La rinascita del realismo americano mette al primo posto gli interessi nazionali fondamentali e la condiscendenza non è più un’opzione. Il momento migliore per risolvere questi problemi è stato decenni fa. Il secondo momento migliore è adesso. L’idea che possiamo essere tutti, tutti insieme, sempre, è una finzione perpetuata da una politica estera obsoleta che si preoccupa più di riempire le tasche dei suoi membri che di difendere gli interessi americani.

È tempo di riconoscere che dobbiamo fare delle scelte difficili mentre ricostruiamo la nostra base industriale per affrontare le sfide del futuro. È ora che l’Europa si metta in gioco. Dobbiamo dare priorità alla patria e all’Indo-Pacifico e, quando sarà il momento di andare, dovremo combattere con una forza schiacciante e dare ai nostri uomini e donne in uniforme in combattimento il vantaggio nel conflitto. Questa è la strada da percorrere.

(*) Tratto dal The American Conservative

(**) Traduzione a cura di Angelita La Spada

Aggiornato il 03 aprile 2025 alle ore 10:20