La pista dell’oro nella guerra in Sudan

A due anni esatti dall’inizio della guerra civile la capitale del Sudan, Khartoum, è stata liberata dall’occupazione dei ribelli delle Rsf, Rapid support forces, comandate da Mohammed Hamdan Dagalo, ex alleato del generale Abdel Fattah Al-Bourhane a capo dell’esercito regolare. Due anni di duri combattimenti; una devastante guerra civile che ha prodotto le più aberranti espressioni umane: assassini indiscriminati, stupri utilizzati anche come arma tattica, rapimenti anche a scopo di riscatto, devastazioni urbane, la fuga dal Sudan di circa un milione di persone e oltre dodici milioni hanno lasciato la propria abitazione. A tutto questo fa da cornice una cronica carestia che delinea i tratti peggiori di una crisi umanitaria dalle proporzioni planetarie, che ha innescato un sistema di interferenze internazionali che non hanno giovato alla ricerca di una tregua.

Dopo i primi sei mesi di confronti equilibrati, nell’ultimo anno e mezzo l’esercito regolare dal generale, golpista, Al-Burhan, con noti legami con l’Egitto, ha subito una serie di sconfitte per mano dei paramilitari delle Rsf, supportati sia dagli ex Wagner russi, ora Africa Corps, e anche dai finanziamenti degli Emirati arabi uniti. Sia i russi che gli emiratensi mercanteggiano armi e logistica in cambio dell’oro sudanese. Mercoledì 26 marzo, dal palazzo presidenziale il capo dell’esercito sudanese, in un discorso trasmesso dalla televisione di Stato, ha dichiarato che Khartoum è stata liberata dai ribelli, è stato ripreso il controllo anche della Banca centrale, del Museo nazionale e anche della base dei servizi segreti. Alcune ore prima Nabil Abdallah, portavoce dell’esercito regolare aveva assicurato che anche l’aeroporto internazionale era stato messo in sicurezza; lo strategico scalo era in mano ai paramilitari delle Forze di supporto rapido dall’inizio della guerra nell’aprile 2023.

Da informazioni locali risulta che il 25 marzo l’esercito regolare ha condotto nell’ovest del Paese uno degli attacchi più devastanti dall’inizio del conflitto; tuttavia gli attentati continuano a martoriare la popolazione come quello avvenuto lo stesso giorno nel mercato di Tora, nel Darfur settentrionale che ha causato quasi 300 morti e un numero imprecisato di feriti. Anche questa azione è stata attribuita all’esercito regolare che pero pare abbia smentito. La guerra esplosa il 15 aprile 2023 ha diviso in due il Paese, il terzo più grande dell’Africa: l’esercito regolare controlla il nord e l’est, mentre le Rsf del generale Dagalo, conosciuto come Hemetti, soggiogano parte del sud e quasi tutta la vasta regione del Darfur a ovest, al confine con il Ciad. Ma la questione sudanese può essere compresa meglio se si analizza, anche superficialmente, la questione della “pista dell’oro”.

I metalli preziosi sudanesi, soprattutto l’oro, vengono esportati per ritornare nel Paese essenzialmente sotto forma di armi e stipendi destinati ai combattenti di ambo le parti, anche se una fetta difficilmente immaginabile è destinata ai gestori della guerra. In una economia sudanese devastata, quella del mercato dell’oro è in profonda espansione. Tuttavia, se per chi si occupa di guerra tale economia è fruttuosa, verso la popolazione è negativa in quanto il Sudan è uno dei paesi più poveri al mondo. Quindi il mercato dell’oro è diventato grazie agli acquirenti di Dubai, Mosca e non solo, il centro nevralgico della guerra tra esercito regolare e i paramilitari di Hemetti. Un’economia generale che dall’inizio del conflitto è moribonda, eppure il governo sostenuto dai militari già nel 2024 aveva annunciato esportazioni record di oro. Ricordo che nel 2022 il Sudan era il terzo produttore di oro del Continente africano. La domanda di oro è enorme, come enormi sono le riserve auree del Sudan; metallo giallo ambito da una miriade di investitori come i mercenari russi dei Wagner che consegnano l’oro all’esercito di Mosca per proseguire la guerra in Ucraina ed in cambio supportano i ribelli; o come necessario ai paramilitari per comprare dagli Emirati le armi, prodotte dalle fabbriche europee e asiatiche, per combattere contro l’esercito regolare. Insomma, tutto è incardinato in una economia di guerra basata sull’oro.

Comunque a Khartoum gli abitanti hanno festeggiato la cacciata dei paramilitari; l’esercito regolare ha anche raggiunto la parte occidentale del paese, attraversando il Nilo Bianco sul ponte Jebel Awliya per raggiungere il Darfur, una regione quasi interamente sotto il controllo delle Rsf. Il generale Al-Bourhane due giorni fa ha dichiarato che la guerra non potrà finire finché le Rapid support forces non deporranno le armi, escludendo qualsiasi trattativa con i paramilitari fino alla loro resa. Tuttavia Hemetti, riconoscendo la fuga da Khartoum delle Rsf, ha dichiarato che si sono strategicamente riposizionati a Omdurman, una città considerata importante quanto la capitale, e che a breve riprenderanno gli attacchi per riconquistare Khartoum.

È evidente che l’utilizzo di sofisticate attrezzature militari come droni, artiglieria leggera e pesante, mezzi blindati, supporto logistico, ed altro è possibile solo grazie alla trasformazione dell’oro sudanese in armi. Traffico di oro che serve ai vari aguzzini della guerra per vari scopi, e che ai quali interessa solo che la guerra continui.

Aggiornato il 02 aprile 2025 alle ore 10:04