
Come ho già scritto in precedenza, l’apparente acquiescenza di Donald Trump nei riguardi di Vladimir Putin ha creato un vero e proprio cortocircuito nei cervelli dei tanti complottisti anti occidentali che hanno sempre identificato nello Zio Sam il male assoluto. Costretti ad accontentarsi della macilenta Unione europea come bersaglio di riserva, costoro continuano ad esaltare le virtù democratiche di un moderno zar che si trova da tempo in grande e altrettanto democratica sintonia con la Cina, la Corea del Nord e l’Iran, Paesi con i quali sembra condividere buona parte della sua visione del mondo. Tuttavia, se da un lato la Russia attuale e i suoi alleati lasciano molto a desiderare sul piano dei cosiddetti contrappesi volti a limitare il potere politico, dato che di fatto trattasi di regimi di tipo dittatoriale, l’America di Trump – almeno per il momento – rappresenta un solido sistema in cui anche il presidente più sui generis – come dimostra di essere il tycoon – deve rendere conto ai vari organi istituzionali e, in modo particolare, ad una opinione pubblica che non può essere in alcun modo compressa e intimorita come accade nei sistemi che tanto piacciono agli stessi complottisti anti occidentali.
Tant’è che nella recente arrabbiatura di Trump espressa nei confronti di Putin, oltre ad una sua evidente e prevedibilissima irritazione personale nei riguardi dell’estenuante tergiversare del suo omologo russo, si intravede anche un sorta di concessione a quella parte dell’opinione pubblica statunitense che proprio non digerisce la tradizionale doppiezza molto orientale dei governanti russi. Doppiezza che già Napoleone sottolineava nei confronti dello zar Alessandro I, definendolo “un greco del tardo impero, infido e ingannevole”. Gli americani sono universalmente conosciuti come persone estremamente pragmatiche e pratiche, e dopo aver apprezzato nella maggioranza dei casi lo slogan elettorale dell’attuale inquilino della Casa Bianca, secondo cui una volta eletto avrebbe risolto la guerra in Ucraina in 24 ore, oggi non possono far finta di niente di fronte alla ostentata melina del regime russo, che pare non volerne sapere di arrivare almeno ad una tregua di 30 giorni.
D’altro canto, sebbene in campagna elettorale è normale spararle grosse, in modo particolare nelle folcloristiche presidenziali americane, quando si ha a che fare con un osso durissimo del calibro di Putin la prudenza non è mai troppa. Sta di fatto che sono passati oltre due mesi dall’insediamento di Trump, ma pare non esserci nulla di nuovo sul fronte orientale, solo una valanga di chiacchiere al vento a far da corollario tragico ad un conflitto che continua a mietere molte vittime per una causa che, a quanto pare, solo i summenzionati complottisti sostengono di aver compreso.
Aggiornato il 01 aprile 2025 alle ore 09:27