
Nell’aprile del 2022, a due mesi dall’aggressione russa dell’Ucraina, Sergey Karaganov, ex consigliere di Vladimir Putin, e oggi a capo del Council for Foreign and Defense Policy di Mosca, dichiarava in due interviste apparse rispettivamente prima su New Statesman e poi sul Corriere della Sera, che la guerra contro l’Ucraina rappresenta un tassello di una guerra più ampia contro l’Occidente. “Ci sentiamo tutti parte di un grande evento nella storia, e non si tratta solo della guerra in Ucraina; si tratta del crollo finale del sistema internazionale che si è creato dopo la Seconda guerra mondiale”. Tre anni dopo, a collaborare a questo intento si sono aggregati gli Stati Uniti. L’inedita e sconcertante alleanza tra Stati Uniti e Russia ha come fulcro il medesimo obiettivo: la disarticolazione dell’assetto occidentale di garanzie, equilibri e tutele venuto in essere dopo la vittoria degli Alleati sul nazifascismo e la fine della Guerra fredda, essa stessa un capitolo di quell’esito. Le pulsioni isolazioniste e nazionaliste di Donald Trump hanno generato inevitabilmente la sua insofferenza verso l’Europa percepita soprattutto come parassitaria del potere americano, e non come un partner essenziale dell’ordinamento liberale occidentale che gli Stati Uniti hanno garantito con il loro ombrello militare per circa ottant’anni. L’antagonismo esplicito di Putin a questo ordinamento che egli cerca di minare, si coniuga bene con le pulsioni autoritarie trumpiane, con il suo palese fastidio per i pesi e i contrappesi dell’architettura costituzionale degli Stati Uniti, con un decisionismo imperioso che idealmente non vorrebbe trovare argini alla sua manifestazione. Il rispetto, se non la vera e propria ammirazione di Trump per Putin, è un naturale riflesso di questa tendenza.
Un presidente americano, per la prima volta nella storia, indica il leader di un Paese vittima di una aggressione come il suo reale responsabile e come colui che ostacola la pace. Un Paese che è stato aggredito perché cercava di entrare sempre più nell’alveo della sfera geopolitica garantita dal potere degli Stati Uniti. Per la prima volta nella storia, un presidente americano cerca di negoziare la resa del Paese aggredito con la Russia, che non ha mai smesso di considerare gli Stati Uniti come il proprio nemico naturale. Alla Casa Bianca, in un clima ostile e irridente, Volodymyr Zelensky ha cercato di spiegare che di Putin non ci si può fidare. Il sistema gangsteristico putiniano che governa da un ventennio il Paese si è rivestito di nazionalismo imperialista. Come imperialista è sempre stata la vocazione della Russia: concepisce l’agone politico solo in termini di forza bruta. I trattati, i negoziati, gli accordi, sono unicamente escamotage occasionali, violabili quando si ritiene opportuno farlo. Servono per fare credere che si è parte dello stesso reticolo di regole e di vincoli, mentre in realtà lo si usa solo strumentalmente, barando fin dal principio. L’Amministrazione Trump, sprezzante con l’Europa, coltiva la convinzione illusoria ed esiziale, che lasciando alla Russia i territori estorti all’Ucraina con la sua aggressione, permettendole di allargare la propria minaccia sull’Europa dell’Est e la propria influenza su quella continentale, gli Stati Uniti saranno preservati. Ritiene che questa sia realpolitik, e che il gioco cinico e spregiudicato delle spartizioni e delle concessioni, fisserà dei limiti, dei confini invalicabili, validi per tutti i giocatori, anche per i bari. Una simile visione disconosce una realtà fondamentale riassunta con chiarezza da Robert Kagan: “La contesa per il potere nel sistema internazionale è eterna, come la contesa tra ideali e valori. Se non sarà il nostro sistema di sicurezza e non saranno i nostri valori a dare forma all’ordine mondiale, sarà quello di qualcun altro”.
Aggiornato il 06 marzo 2025 alle ore 11:06