
Secondo il filosofo coreano Byung-chul Han la nostra civiltà è caratterizzata dalla scomparsa di una relazione proficua con l’alterità e dal vivere in un tempo povero di negatività. Anche le malattie neuronali del XXI secolo non sembrano assecondare una dialettica della negatività, bensì quella della positività: “Si tratta di stati patologici da ricondurre a un eccesso di positività. La violenza non nasce solo dalla negatività, ma anche dalla positività, non solo dall’altro o dall’estraneo ma anche dall’eguale”. Jean Baudrillard aveva già spiegato che “chi vive dell’eguale, muore dell’eguale”. Questa sua tesi è confermata dal fatto che questo modo di morire è il contrario esatto di quanto caratterizza una vitale ostilità. Infatti, “l’ostilità segue, anche nella forma virale, lo schema immunologico. Il virus nemico s’introduce nel sistema, che funziona come un sistema immunitario e respinge l’intruso”. Attenzione però: questo non significa che la genealogia dell’ostilità coincida con quella della violenza: “La violenza della positività non presuppone alcuna ostilità. Si sviluppa proprio in una società permissiva e pacificata. Per questo è meno riconoscibile della violenza virale. Occupa infatti lo spazio privo di negatività dell’eguale, in cui non si ha alcuna polarizzazione tra nemico e amico, interno ed esterno o tra proprio ed estraneo”.
L’impressione è che ci troviamo proprio ogni giorno di più all’interno di una società permissiva, di un contesto geopolitico in cui salta ogni polarizzazione tra amico e nemico e in cui trionfa la negatività dell’eguale. In questo scenario in cui la parti vengono incessantemente invertite e confuse, qualsiasi dialettica con il negativo e l’altro diventa rapidamente un’alleanza con quello che era fino a poco prima un opposto, ma che grazie a una svolta repentina oggi può diventare un prezioso alleato. In una società stanca di elaborare differenze e di pensare alle conseguenze delle proprie scelte, e che si sente sempre più impotente nel riconoscere il vero dal falso, le uniche cose che a un cittadino restano da fare sono o l’astenersi dal giudicare, probabilmente la più saggia, o parteggiare per l’uno o l’altro fronte per il puro gusto di partecipare, e cioè per gli stessi motivi per cui si può trovare qualche soddisfazione nel fare il tifo per una squadra di calcio piuttosto che per qualsiasi altra. Il caos intellettuale e morale permette di equiparare tutti i personaggi sulla scena trasformando i buoni in cattivi e viceversa a stretto giro, come in una telenovela di dubbio gusto, ma di grande successo.
Fino al Secondo dopoguerra, dopo l’esperienza del nazifascismo, erano a quasi tutti abbastanza chiari dei valori di riferimento considerati invalicabili. Erano prevalentemente considerati tali la libertà e la democrazia, spesso la solidarietà, la lealtà nelle relazioni personali così come in quelle internazionali. Si pensava che esistessero anche in politica degli opposti, come le democrazie e le dittature, o il liberalismo e il comunismo. Si pensava che tra gli opposti ci potesse essere reciproco rispetto, ma che non ci dovesse essere alcuna confusione, e si tendeva a considerare stabili le loro relazioni. Ma negli ultimi anni, in quella che Byung-chul Han chiama la “società della stanchezza”, si è incominciato a essere stanchi persino delle contrapposizioni più ovvie e ci si è diretti a gonfie vele verso il regno dell’uguale, in cui tutte le posizioni possono essere incessantemente scambiate e in cui tutte possono delegittimarsi esercitando quella “violenza mimetica” sul cui funzionamento René Girard ci ha fornito ampie delucidazioni. Se prima comunisti e fascisti, liberali e cattolici si rinfacciavano reciprocamente e a suon di buoni argomenti le loro rispettive posizioni, oggi due diversi tipi di nazisti possono accusarsi a vicenda di essere tali insultandosi a dovere e ignorando entrambi di essere due facce della stessa medaglia, senza fare una piega e senza suscitare alcun sdegno nei loro follower.
Fino a poco tempo fa si era convinti che nel mondo ci fossero le democrazie e le dittature, che alcuni chiamavano autocrazie quando il potere non era troppo accentrate e gestito in modo non troppo feroce, e si tendeva a pensare che ci fosse uno spartiacque abbastanza preciso tra i paesi che si battevano per la libertà di tutti e gli “Stati canaglia” o, con un’espressone ancor più enfatica, con quelli facenti parte del cosiddetto “asse del male”. Poi, in poche settimane due consolidate democrazie che avevano a lungo costituito due riferimenti importanti per tutte le altre hanno deciso d’instaurare un rapporto di collaborazione e complicità con una dittatura criminale conclamata come quella di Vladimir Putin, dopo che questi aveva massacrato e torturato per tre anni un popolo libero e dopo che l’Occidente democratico e la Nato avevano promesso a quel popolo che lo avrebbe difeso fino all’ultimo dal criminale dittatore. Purtroppo, queste due democrazie di rifermento per tutti, hanno deciso all’improvviso, dopo il cambio al vertice della più influente delle due, di mutare radicalmente posizione, tradendo in colpo solo l’Ucraina, l’Europa e la stessa democrazia.
Putin stesso, fin dall’inizio della sua “operazione speciale” e poi per tutto il corso del conflitto, ha cercato di sostenere in base a motivi pretestuosi che l’Ucraina era piena di nazisti e molti gli hanno creduto, così come molti hanno creduto che Israele stesse compiendo un genocidio a Gaza, dove dopo il 7 ottobre 2023 è stato costretto a uccidere anche molti civili usati come scudi umani da terroristi cinici e spietati. In breve tempo, tutti gli appellativi politicamente più spregevoli hanno fatto un giro di 360 gradi e sono stati rivolti da quasi tuti a quasi tutti. In questo caos, in cui ogni cosa diversa diventava uguale e in cui le differenze si rovesciavano fino ad annullarsi a vicenda, hanno naturalmente trionfato i nemici della verità e il più subdolo relativismo, che da tempo si è installato nelle coscienze occidentali quale prodomo di un sostanziale nihilismo, che ha così potuto sprigionare tutte le sue energie e rovinose implicazioni.
Nel caos, dove tutto è diverso, tutto è anche uguale e qualsiasi posizionamento può tranquillamente scivolare non visto nel suo opposto. Solo quando il cambiamento è un po’ troppo brusco viene notato. Così, ad esempio, tre anni fa gli Stati Uniti e Israele avevano condannano fermamente l’aggressione russa dell’Ucraina e oggi, dopo tre anni di massacri in perfetto stile nazista, non li condannano più, gli Usa per scelta strategica e politica, Israele più probabilmente per servilismo pragmatico, visto che, a differenza di quanto accaduto con il nuovo inquilino della Casa Bianca, non ha nel frattempo cambiato presidente. Ciò che prima destava allarme e indignazione, ora sembra suscitare un fervido desiderio di pace e riconciliazione. Anche il nazismo, trattato per decenni con toni disgustati e sprezzanti, può così essere gradualmente sdoganato e non per caso si sono visti di recente autorevoli ministri statunitensi sventolare con una certa disinvoltura braccia tese a dita unificate.
D’altra parte, in molti sembrano partire dalla premessa che ciò che è stato fatto a noi è diverso da quanto è stato fatto ad altri. Noi abbiamo avuto i fascisti, e i fascisti condanniamo. Altri che hanno avuto anche i comunisti e condannano anche quelli, ma siccome i nostri morti sono sempre più morti di quelli altrui preferiamo evitare confusioni e condannare solo i nostri carnefici, lodando invece quelli degli altri quando ci sono stati utili per sconfiggere i nostri. Cosi i morti ucraini per mano dei nazisti putiniani possono diventare rapidamente un fenomeno marginale della storia e passare in second’ordine rispetto ai massacrati dai nazisti di Hamas, perché ciò che conta non è più la sostanza, o l’idea, o i suoi effetti, ma i nomi diversi che si fanno portatori di diverse appartenenze. Il risultato, è che ognuno potrà occuparsi di seppellire i propri cari mentre s’inchina ai massacratori degli altri. In questo caos dove tutto e uguale, moralmente e politicamente, anche la politica sembra ridursi ormai a meri rapporti di forza tra diversi esercizi retorici. Tutti si possono appropriare nominalmente degli appellativi che si è meritato per poi schiaffargli sui volti esangui di chi ha appena sterminato, come Hamas e Putin hanno ben dimostrato che si possa fare con successo. La comunità internazionale sembra così aver scelto di nuovo di fondarsi, come quasi sempre secoli addietro, sul mero esercizio della forza, con buona pace di Simone Weil, del Mahatma Gandhi, di Albert Schweitzer, di Albert Einstein e di quanti altri hanno esecrato questa concezione delle relazioni tra i popoli. Anche Israele, che è stato a lungo un simbolo per la sua vocazione democratica e la sua prolungata resistenza all’oppressione antisemita nel mondo, e che è forse l’unico paese nato nella storia per una sete planetaria di giustizia, rischia così di dover fondare in futuro le sue possibilità di sopravvivenza politica unicamente sulle sue capacità militari, e non più su preziose alleanze con paesi idealmente e democraticamente affini, rischiando così di veder trasformare il suo sacrosanto diritto all’esistenza in quello assai più discutibile di un qualsiasi Stato sovrano.
Se infatti lo scioglimento degli Stati Uniti o della Francia, dell’Inghilterra o d’Israele potrebbero suscitare un sincero rammarico nella coscienza di veri democratici, questo non accadrebbe per la dissoluzione della Russia, della Bielorussia o della Corea del Nord, e ciò perché pur godendo tutti questi paesi del sovrano diritto internazionale di esistere, hanno diversi tipi di regimi e diverse storie politiche rispetto ai primi quattro, tali da conferire un valore diverso a tale diritto. Purtroppo, con il voto all’assemblea dell’Onu del 25 febbraio scorso, gli Stati uniti e Israele, che sono due riferimenti imprescindibili per la democrazia nel mondo, hanno rinnegato nell’occasione la loro storia politica per votare, e su una questione in linea di principio decisiva, con dittature come la Russia, la Bielorussia o la Corea del Nord, paesi del cui scioglimento nessun difensore della libertà e della democrazia avrebbe oggi ragione di dolersi.
Non avendo ammesso entrambi che il criminale del Cremlino sia il responsabile della guerra in Ucraina, Stati Uniti e Israele hanno schiaffeggiato le vittime dei massacri di Bucha e di Mariupol e hanno rinunciato a chiamare chi ha compiuto crimini paragonabili solo a quelli nazisti col suo vero nome, contribuendo così ad alimentare il caos su cui Putin ha scommesso fin dall’inizio del conflitto. Questo caos, oltre che attraverso la guerra ibrida e una disinformazione sistematica, è stato alimentato da Putin sia chiamando “nazisti” gli ucraini, così da relativizzare ciò di cui poteva essere legittimamente accusato, sia preparando con L’Iran e Hamas – i cui rappresentati s’incontrarono a Mosca con quelli della Russia poco tempo prima del 7 ottobre 2023 – l’attacco criminale che doveva poi cadere proprio nel giorno del suo compleanno. Quel giorno, infatti, non solo è riuscito a rinsaldare la sua collaborazione con il regime iraniano, che poi gli ha fornito un’ingente quantità di droni, ma è anche riuscito a divedere l’opinione pubblica occidentale che si era mobilitata contro l’invasione, fino a ottenere una condanna di Netanyahu da parte della Corte penale internazionale dell’Aia che di fatto equiparava la reazione d’Israele alla sua “operazione speciale”. Se un certo caos valoriale era già in atto da alcuni anni, dopo l’invasione dell’Ucraina e poi dopo il 7 ottobre 2023 questo ha però subito un’accelerazione notevole anche grazie al paci-fintismo internazionale, alla diffusione dell’islam-comunismo, al faccia-bronzismo e al doppio-giochismo di alcuni leaderuncoli locali e soprattutto alle manie di conquista di un cinico uomo d’affari, nonché presidente di una prestigiosa democrazia, divenuto repentinamente sodale di un infame dittatore.
Certo, non è un bello spettacolo da vedere. Ma il caos è stato preparato da più parti di tutto punto. A Occidente ci hanno spiegato che Cristoforo Colombo e molti altri illustri protagonisti della storia erano in realtà degli sporchi colonialisti, che i sessi sono una miriade e in continuo aumento, che nelle scuole si devono insegnare tutte le scoperte delle ultime e più strampalate mode culturali, che Hamas è un’organizzazione per la liberazione della Palestina piuttosto che un’organizzazione terrorista e antisemita volta allo sterminio del popolo ebraico mediante quello del popolo palestinese e così via, insieme a molte altre amenità foriere di disgrazie; mentre a Oriente ci hanno spiegato che un regime di tipo “fascista” come quello cinese può continuare a chiamarsi “comunista” e a esportare ovunque adottando una politica liberista e capitalista, ma anche illiberale, e che un nazista come Putin ha il diritto, basato sulla forza nucleare, di dare del nazista a chi gli pare, perché al contrario di quanto accadeva al tempo dei successori di Socrate e Platone è ormai sulla potenza delle armi e dei social che si basa la forza delle idee. E così, mentre Putin e Trump brindano a una pace che sembra prefigurare una spartizione dell’Europa, questa vacilla cercando di evitare la propria divisione con vagiti che ne simulano una nascita purtroppo assai remota. Di certo c’è che ad ogni vittoria del caos cavalcato e voluto da Putin e da Trump corrisponderà una sconfitta per la democrazia, fino a quando anche il suo nome prestigioso non sarà che uno dei tanti in vendita al mercatino dei nomi usati, dove ognuno sarà finalmente interscambiabile con ogni altro e con ogni altro sarà svenduto a prezzo di sconto insieme a tutti gli altri succedanei delle parole che hanno fatto la storia della civiltà.
Aggiornato il 28 febbraio 2025 alle ore 13:12