Il fango dell’Afghanistan riaffiora in un’inchiesta parlamentare Usa

Negli Stati Uniti – dove i Repubblicani controllano nuovamente la Camera dei rappresentanti – venerdì 13 gennaio è stata avviata un’inchiesta parlamentare che mette al centro l’imbarazzante e disordinato ritiro delle truppe Usa dall’Afghanistan, avvenuto nell’agosto del 2021. Strategicamente, l’indecente ritirata causò la morte di tredici soldati statunitensi durante un attacco nei pressi dell’aeroporto di Kabul. I Repubblicani, come promesso prima delle elezioni di medio termine, avevano annunciato e minacciato che il “coperchio” dell’Afghanistan sarebbe stato alzato iniziando proprio dal quella strage. L’occasione era rappresentata, appunto, dalle elezioni di midterm, svolte nel novembre scorso e vinte dai Repubblicani. Così, il presidente della commissione per gli Affari esteri della Camera bassa, Michael McCaul, ha annunciato di aver chiesto al segretario di Stato, Antony Blinken, un consistente numero di documentazioni, con tutti rapporti e i contatti registrati tra l’intelligence di Washington e i talebani. Ricordo che, finora, l’Amministrazione Biden non ha mai permesso che tali carteggi fossero messi a disposizione, o meglio desecretati, a favore dei Rappresentanti. Infatti, le informazioni sul ritiro dell’esercito statunitense (insieme ai legami collegati) sono state nascoste nella loro totalità. Ora, McCaul ha assicurato che, in caso di ulteriore diniego, la Commissione non esiterà ad avviare un processo che autorizzerà l’accesso a quegli atti. Va ricordato che l’ex presidente Donald Trump – durante la fase conclusiva del suo mandato alla Casa Bianca – aveva negoziato, con una infausta strategia, il ritiro delle truppe Usa dall’Afghanistan. Tuttavia, il Partito Repubblicano ha categoricamente criticato la modalità con cui Joe Biden ha messo in pratica quanto programmato da Trump, ossia l’indecente modo con cui è stata condotta quella che potremmo definire “l’operazione fuga”.

È vero che Biden, presidente democratico, ha posto “fine” alla guerra più lunga degli Stati Uniti, iniziata dopo l’11 settembre 2001 come risposta all’attacco alle Torri Gemelle di New York, ma la modalità della fuga da Kabul aveva causato, oltre che la morte di tredici soldati americani, anche quella di almeno altre centosettanta persone. Quindi, sia il modo caotico con cui si sono svolte le operazioni di uscita, ma soprattutto la velocità con cui i talebani dopo vent’anni sono ritornati al potere, hanno sottolineato il pressapochismo strategico del Governo Usa a guida democratica. Ricordo che la guerra era scaturita per la caccia ai capi di Al-Qaida, accusati di essere gli autori dell’attentato alle Torri Gemelle, e soprattutto per la ricerca del capo dell’organizzazione estremista islamica, il miliardario saudita Bin Laden. Gli effetti di questo conflitto bellico hanno lasciato sul campo almeno duemilacinquecento soldati statunitensi, e più di tremilacinquecento militari di altre nazioni appartenenti alla Nato, Organizzazione del trattato del Nord Atlantico e a contractor di varia origine, oltre a duecentocinquantamila individui tra civili afghani, talebani e militari afghani.

Intanto, l’Afghanistan talebano vacilla sotto i continui attentati perpetrati dall’organizzazione dello Stato islamico del KhorasanIsk – espressione regionale dell’Isis, presente oltre che in Afghanistan anche in Uzbekistan, Turkmenistan, Tagikistan e Pakistan, che ha rivendicato l’ultimo attacco di mercoledì 11 gennaio contro il ministero degli Esteri afghano. In questo attentato suicida sono state colpite almeno venticinque persone e sembra che almeno sette di queste siano morte. Il kamikaze, per la cronaca, si è fatto esplodere all’ingresso del ministero degli Esteri afghano, a Kabul. Khalid Zadran, portavoce della polizia di Kabul, ha dichiarato alla stampa che lEmirato islamico dell’Afghanistan punirà gli autori islamici dell’attentato. Per contro, Amaq – l’organo di propaganda dell’Isis – ha comunicato su Telegram la dinamica dettagliata dell’atto terroristico: uno dei membri dell’organizzazione è filtrato attraverso i posti di blocco dei talebani. All’ingresso del ministero ha attivato la cinta esplosiva, nel momento in cui si è confuso tra i talebani sedicenti “diplomatici”, guardie e dipendenti del ministero. L’insicurezza in Afghanistan è assoluta: il 12 dicembre un attentato eseguito con i mitra, sempre rivendicato dall’Isis, in un albergo della capitale che ospitava uomini d’affari cinesi ha provocato il ferimento di alcuni cittadini orientali e diversi attentatori sono rimasti uccisi.

La Cina condivide un confine di quasi ottanta chilometri con l’Afghanistan e Pechino, anche se non ha riconosciuto ufficialmente il Governo talebano, è uno dei pochi Paesi ad aver mantenuto una presenza diplomatica a Kabul. La Cina ha sempre sospettato che l’Afghanistan potesse accogliere la minoranza musulmana uigura e turcofona, proveniente dalla regione di confine cinese dello Xinjiang. Anche per tale motivo non intende distaccarsi dai rapporti con questo Emirato islamico. Ma pure i talebani, in crisi di contanti e sotto rigide sanzioni economiche internazionali, si appoggiano al know-how cinese per lo sfruttamento del più grande giacimento di rame del mondo, che darebbe fiato allo squinternato bilancio dell’Emirato. Tuttavia, i cinesi non sono gli unici a essere sotto la minaccia dello Stato islamico del Khorasan, ma ci sono anche gli stranieri che cooperano, investendo, con il Governo talebano.

Comunque, l’analisi dei documenti richiesti dai Repubblicani sull’anomala ritirata dall’Afghanistan potrà rivelare interessanti retroscena per la sua evidente tragica “singolarità”, che ha comunque fatto conclamare una guerra tra gruppi estremisti islamici. Come i jihadisti dell’Isk, di confessione sunnita al pari dei talebani, ma con i quali divergono ideologicamente e “politicamente”, e che attualmente sono la principale causa della instabilità sociale dell’Afghanistan. Eppure, oltre la loro ostentazione di contrasto ideologico, interreligioso e interconfessionale, la causa reale della guerriglia tra i talebani e l’Isk è il controllo del potere economico e sociale dell’Afghanistan.