La nazionale che ha perso con il suo popolo

I fenomeni popolari hanno un loro mistero che tutta la sociologia e le altre scienze sociali non potranno mai spiegare fino in fondo. Il calcio è uno di questi, la cui magia si estende oltre ogni immaginazione. A tal proposito, viene sfruttato da ogni parte – dalle dittature più brutali fino alla finanza più spregiudicata – perché il pallone ha a che fare con l’anima delle persone e tocca i sentimenti più profondi e primitivi.

Il più popolare dei fenomeni, il calcio, potrebbe essere usato anche come “oppio del popolo” o strumento di distrazione di massa. Questo aspetto si manifesta, soprattutto, quando l’organizzazione che governa il football, la Fifa (Fédération internationale de football association), fondata nel 1904, non è una congrega delle più illuminate. Il football rimane, comunque, un bellissimo gioco, malgrado tutto. È questa è la magia.

Con il Mondiale di calcio in Argentina del 1978, fu la Fifa a dare un supplemento di vita fino al 1983 al sanguinario generale Jorge Rafael Videla. Sebbene l’assegnazione del mondiale all’Argentina fosse stata decisa nel 1966, vista la macelleria in atto da parte della dittatura argentina, la Fifa avrebbe potuto agire diversamente. Il gran galà d’Argentina del ’78 costò oltre 500 milioni di dollari. Sedici anni dopo, gli Stati Uniti spesero quasi la stessa cifra: 517 milioni. Mentre le tifoserie gioivano per le prodezze dei loro beniamini, nelle oscure stanze delle carceri i boia praticavano i loro metodi educativi verso gli argentini che non si arrendevano al trionfo dei generali, comprese le donne incinte. I secondini si fermavano per 90 minuti, il tempo della durata delle partite. Dopo il triplice fischio in campo, riprendevano le loro attività. Nell’Argentina dei 30mila desaparecidos, il Mondiale passò alla storia come il più politicizzato dai tempi delle Olimpiadi del 1936.

Se il Mondiale del ’78 garantì una sopravvivenza alla dittatura dei generali in Argentina, la mega-competizione degli sceicchi in Qatar, costata oltre 200 miliardi di dollari, potrebbe anticipare il fatale rovesciamento del regime dei mullà in Iran. La penosa partita della Nazionale contro l’Inghilterra non è passata inosservata. Non per la goleada, ma per l’umiliazione subita dai giocatori allenati da Carlos Queiroz. Calciatori provenienti da un Paese che sta sotto il ferro e il fuoco di una feroce dittatura, con i morti che giacciono a terra. Proprio in quei 90 minuti di partita, mentre gli atleti correvano dietro alla palla e agli inglesi nello stadio Khalifa, i pasdaran in Iran rincorrevano e sparavano sui manifestanti di Mahabad, una città nell’Azerbaijan occidentale che conta 135mila abitanti di maggioranza curda, provocando decine di vittime e altrettanti feriti. Quei calciatori impietriti mente risuonava un inno che, oramai, appartiene solo a un regime al tramonto, portavano sul volto il dolore di un popolo intero, ma anche la vergogna di essere andati, prima di partire per Doha, alla corte di Raisi, presidente boia di un regime assassino. Si sa: il calcio tocca le corde più sottili delle persone, rimanda all’infanzia e al gioire senza troppi calcoli, ma il popolo dell’Iran ora ha innescato i sentimenti con il cervello. Al momento non esulta, non può rallegrarsi mentre il Paese è insanguinato. Non può più seguire la squadra di un regime che, il 21 giugno 1984, ha fucilato l’amatissimo capitano della Nazionale di calcio, Habib Khabiri, perché simpatizzante dei Mojahedin-e Khalq, il Mek.

La misura è colma! È finito definitivamente il tempo in cui il regime riusciva a mobilitare quattro gatti in aeroporto per ricevere l’inqualificabile Zarif, come il trionfatore dell’accordo nucleare, che faceva acqua da tutte le parti, e per avere la copertura sui giornali internazionali. Non c’è più molto spazio alla propaganda di un regime spietato che, nei giorni scorsi, ha ucciso decine di bambini. Nulla supera la forza dell’idea che il regime del Velat-e faghih ha fatto anche troppo il suo tempo e che ora è al termine. Il calciatore del Porto, Mehdi Taremi, alla domanda di un giornalista che gli chiedeva della situazione in Iran, rispondeva di essere al Mondiale per giocare a calcio, che non si interessava di politica e che non pensava a cosa stesse accadendo nel suo Paese. Mentre molti iraniani hanno rifiutato di guardare la partita, dagli spalti saliva il grido “bi-sharaf, bi-sharaf!” (senza onore), e fuori dallo stadio “marg bar diktator!” (morte al dittatore).

Se veder scendere in campo la squadra del cuore o la propria Nazionale è un’emozione unica, se gioire per un bel numero sul prato verde o per un goal all’avversario è uno spettacolo senza paragoni, l’indifferenza e i fischi rivolti ai giocatori da parte di un popolo sa di amaro profondo e senza pari. Il vagabondo allenatore della nazionale del regime, il portoghese Carlos Queiroz, ha dato la colpa della sconfitta ai fischi e ha invitato a restare a casa chi non intende tifare la sua squadra. Allo stadio di Doha si è capita una cosa: chi sa anche solo dell’odore del regime iraniano, di questo disumano regime, è solo degno di “bi-sharaf, bi-sharaf!”, almeno da parte del popolo dell’Iran.