I palestinesi votano per i terroristi e poi dicono che gli israeliani sono “estremisti”

Ancor prima che fossero annunciati i risultati finali delle ultime elezioni legislative israeliane, i leader e i funzionari palestinesi avrebbero espresso profonda preoccupazione e paura che l’esito del voto avrebbe portato a crescenti tensioni e ad episodi di violenza fra i palestinesi e Israele.

Il primo ministro dell’Autorità Palestinese, Mohammad Shtayyeh, avrebbe affermato che l’esito elettorale “conferma che i palestinesi non hanno in Israele un partner per la pace”.

I palestinesi, i quali continuano a lamentarsi dell’ascesa dei partiti di Destra alle elezioni israeliane, sono quelli che hanno portato al potere il gruppo terroristico di Hamas.

Nel 2006, la maggioranza dei palestinesi votò per Hamas, il cui statuto invoca apertamente l’eliminazione di Israele. Da allora, Hamas ha compiuto innumerevoli attacchi terroristici, uccidendo e ferendo migliaia di israeliani. I palestinesi che hanno votato per un gruppo terroristico jihadista sembrerebbero quindi avere poche giustificazioni per lamentarsi dell’esito di qualsiasi elezione israeliana.

Dopo le elezioni israeliane del 2021, Shtayyeh ha anche osservato che i risultati hanno mostrato che c’era poca speranza per la pace. Ha detto che la prevalenza della Destra nei risultati elettorali ha evidenziato che non potrebbe esserci alcuna possibilità di colloqui con la parte israeliana. Shtayyeh ha invitato la comunità internazionale a “fermare gli attacchi israeliani alla terra, alle risorse idriche e ai beni palestinesi”.

Questa non è la prima volta che i palestinesi hanno espresso insoddisfazione e preoccupazione per l’esito di un’elezione israeliana, soprattutto quando i partiti di Destra ottengono la maggioranza dei voti e formano il governo o entrano a far parte della coalizione di governo.

Le dichiarazioni che i leader e i funzionari palestinesi stanno rilasciando in risposta alle ultime elezioni sono identiche a quelle fatte dopo le precedenti tornate elettorali in Israele.

Dopo le elezioni israeliane del 2021, Tayseer Khaled, funzionario dell’Olp, avrebbe affermato che i risultati mostravano che l’opinione pubblica israeliana tendeva al “fascismo e all’estremismo”. Dopo il voto del 1° novembre scorso, Khaled ha pubblicato una dichiarazione simile in cui ha invitato tutti i palestinesi a “contrastare il fascismo israeliano”. Ha inoltre ammonito che l’ascesa dei partiti di Destra alle elezioni costituisce una grave sfida al presente e al futuro perché potrebbe portare a una “pulizia etnica”.

Dopo le consultazioni elettorali israeliane del 2020, il portavoce di Hamas, Fawzi Barhoumdichiarò che i risultati non avrebbero impedito ai palestinesi di proseguire la lotta contro Israele. Esortò i palestinesi a intensificare la “resistenza” contro Israele per contrastare il piano dell’allora presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump per la pace in Medio Oriente, intitolato “Dalla pace alla prosperità: una visione per migliorare la vita del popolo palestinese e israeliano”.

Commentando le elezioni israeliane del 2019, Hamas accusò tutti i partiti israeliani di “incitare all’aggressione alla Striscia di Gaza e alla profanazione della moschea di al-Aqsa”.

Dopo le elezioni israeliane del 2015, l’alto funzionario di Hamas Ahmed Bahr affermò che l’ascesa al potere del premier israeliano Benjamin Netanyahu era una dichiarazione di guerra ai palestinesi. Moniti analoghi furono altresì lanciati da Musa Abu Marzouk, un altro dirigente di Hamas.

È difficile rammentare quando i palestinesi siano mai stati pienamente soddisfatti dei risultati di qualsiasi elezione in Israele. A loro avviso, qualsiasi governo eletto in Israele che non sottostia in toto alle loro richieste è un governo cattivo e pericoloso. E quali sono le richieste palestinesi?

Israele deve far fronte alle richieste di due schieramenti palestinesi. Il primo schieramento, rappresentato dall’Autorità Palestinese, vuole che Israele si ritiri completamente ai confini indifendibili esistenti prima del 1967. Ciò si aggiunge alla richiesta che Israele consenta a più di cinque milioni di “rifugiati” palestinesi di inondare il Paese come parte del cosiddetto “diritto al ritorno”. Una tale mossa significherebbe la fine di Israele come patria del popolo ebraico, che dovrebbe vivere come minoranza in un nuovo Stato arabo in Medio Oriente.

Nella situazione attuale, un ritiro israeliano ai confini esistenti prima del 1967 comporterebbe la comparsa di uno stato terroristico arabo governato da Hamas e finanziato e armato dai mullah iraniani.

La seconda fazione, rappresentata da Hamas, dal Jihad Islamico Palestinese e da altri gruppi armati, sta cercando di sostituire Israele con uno stato islamista. Questo schieramento non crede nel diritto di Israele di esistere e, come la prima fazione, ha condotto attacchi terroristici contro gli israeliani per diversi decenni.

Dopo ogni tornata elettorale israeliana, i palestinesi, i quali non indicono elezioni politiche dal 2006, a causa della disputa in corso tra Hamas e la fazione al potere di Fatah guidata dal presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas, continuano a praticare l’allarmismo, nel tentativo di intimidire l’opinione pubblica israeliana affinché vengano soddisfatte le loro richieste. Utilizzano altresì questa tattica da tre decenni al fine di indurre la comunità internazionale a esercitare pressioni su Israele tese a ottenere pericolose concessioni territoriali.

L’affermazione palestinese che non esiste in Israele un partner per la pace è totalmente falsa. In realtà, è vero il contrario.

Tutte le offerte di pace fatte dai leader israeliani ai palestinesi negli ultimi due decenni sono state respinte dalla leadership palestinese. Nel 2000, l’allora presidente dell’Ap Yasser Arafat rifiutò l’offerta di pace fatta dall’allora primo ministro israeliano Ehud Barak al vertice di Camp David. Facendo riferimento ad Arafat, pare che Barak abbia detto: “Non ha negoziato in buona fede, anzi, non ha negoziato affatto. Continuava solo a dire no a ogni offerta, senza mai fare proprie controproposte”.

Abbas, da parte sua, ha ammesso di aver respinto un accordo di pace offerto dall’allora premier israeliano Ehud Olmert, nel 2008. Olmert ha detto di aver offerto un ritiro quasi totale dalla Cisgiordania.

Nel 2020, i palestinesi respinsero il piano di pace di Trump definendolo una “cospirazione”. Il piano proponeva una soluzione “a due Stati” al conflitto israelo-palestinese, che prevede che Israele e un futuro Stato palestinese convivano l’uno accanto all’altro.

Successivamente, i palestinesi hanno bocciato gli accordi di normalizzazione dei rapporti fra Israele e quattro Paesi arabi – Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Sudan e Marocco – i cosiddetti accordi di Abramo, definendoli una “pugnalata alle spalle del popolo palestinese” e un “tradimento di Gerusalemme e della Moschea di al-Aqsa.

La triste verità è che non esiste un partner per la pace da parte palestinese.

L’87enne Abbas non è un partner perché è troppo debole e riluttante a garantire la pace poiché egli teme giustamente che, come il defunto presidente egiziano Anwar Sadat, venga assassinato dal suo stesso popolo come traditore. I sondaggi dell’opinione pubblica hanno mostrato che Abbas è molto impopolare, con oltre il 70 per cento dell’opinione pubblica palestinese che chiede le sue dimissioni.

Abbas è anche consapevole di non avere un mandato dal suo popolo per raggiungere alcun accordo di pace con Israele. I suoi rivali in Hamas, d’altra parte, hanno ripetutamente e costantemente detto chiaramente di essere categoricamente contrari a qualsiasi accordo di pace con Israele.

Ciò che è altrettanto rilevante è che i palestinesi continuano ad affermare di non vedere differenze fra i partiti di Destra e di Sinistra in Israele. Se è così, perché i palestinesi esprimono sempre preoccupazione quando i partiti di Destra vincono le elezioni?

La prossima volta che i palestinesi si preoccuperanno delle elezioni israeliane, la comunità internazionale potrebbe ricordare loro che è il terrorismo palestinese a generare gli esiti elettorali israeliani.

Occorre inoltre ricordare ai palestinesi che sono i loro stessi leader, e non quelli di Israele, a rifiutare la pace.

Piuttosto che lamentarsi dei risultati elettorali israeliani, i leader palestinesi dovrebbero concedere ai propri cittadini anche solo una parte di ciò che gli israeliani desiderano per loro negli accordi di Abramo: l’uguaglianza di fronte alla legge, la libertà di espressione e di diffondere materiale da pubblicare senza paura di ritorsioni, la libertà di diventare prosperi e quella di vivere le proprie vite che avranno delle opportunità al di là dell’industria artigianale del terrorismo, vite senza la repressione depravata e incessante esercitata dai loro stessi leader.

(*) Tratto dal Gatestone Institute – Traduzione a cura di Angelita La Spada