La “coscienza” di Putin, tra rimpianti e nucleare

Vladimir Putin assurge alla presidenza della Russia nel 2000. Ma la sua ascesa ufficiale al potere – già deteneva un controllo quasi totale della spina dorsaledella Russia – è iniziata a dicembre 1999, quando Boris Eltsin rassegnò le sue dimissioni da presidente e lo nominò presidente ad interim fino a inizio 2000, data delle programmate elezioni politiche. Tuttavia, in pochi erano convinti che Putin – tenente colonnello del Kgb, dal quale si allontanò ufficialmente nel 1990 e ritenuto da molti un “agente mediocre – potesse avere il “profilo” adatto per tale responsabilità. Ma Putin, subito dopo essere diventato presidente, ha tracciato la propria linea di critica ai suoi predecessori, non nascondendo come la dissoluzione dell’Unione Sovietica abbia rappresentato un danno enorme nel processo storico del territorio russo. Dopotutto, rinnegò quanto concesso nel 1954 da Nikita Chruščëv che, in memoria della fedeltà dei cosacchi – stirpe ereditata dagli ucraini – dimostrata con il trattato di Pereïaslav 300 anni prima, nel 1654, stipulato tra l’atamano Bohdan Khmelnytsky e lo zar Alexis I, donò la Crimea all’Ucraina. Putin, condannando l’operato di Chruščëv, occupò e riannesse la Crimea alla Russia nel 2014.

Sulla linea dei rinneghi, il 28 settembre Vladimir Putin ha dichiarato, durante un incontro con funzionari dei Paesi membri della Comunità degli Stati Indipendenti (Csi), la quale riunisce le ex Repubbliche sovietiche, che il conflitto in Ucraina è stato uno dei risultati del “crollo dell’Unione Sovietica”. Nello specifico, ha sostenuto: “Basta guardare cosa sta succedendo in questo momento tra Russia e Ucraina, cosa sta succedendo ai confini di alcuni paesi della Csi. Tutto questo, ovviamente, è il risultato del crollo dell’Unione Sovietica”. Parallelamente alla sua affermazione, senza dubbio da analizzare, la realtà è che oltre alla guerra in Ucraina, che ha un effetto planetario, da questa estate si susseguono scontri tra Armenia e Azerbaigian, nonché tra Kirghizistan e Tagikistan. Putin, in ogni occasione, ha sottolineato la sua visione della Guerra fredda, cercando di imbastire opinioni tese a sminuire o a modificare gli effetti che la fine del “gelido conflitto” ha portato a livello geopolitico.

Ora, evocando la minaccia nucleare, la speranza di Putin è quella di dividere le opinioni per indebolire la determinazione dei Paesi antagonisti. Mentre il suo esercito ha continuato a subire sconfitte, Putin ha accennato in più di una occasione all’utilizzo delle armi nucleari. È possibile che questa non sia tanto una minaccia strategica, quanto un disperato strumento di propaganda, rivolto alle popolazioni delle sedicenti democrazie occidentali. Anche perché è noto che sono state comunicate dagli Usa – al Governo di Mosca – le risposte che in caso di concreta minaccia nucleare saranno “date” sul suolo russo. Risposte devastanti nei gangli vitali della Russia, messe in atto con un arsenale nucleare inimmaginabile contro le settemila bombe atomiche di Mosca. Ovviamente, un tale utilizzo metterebbe la parola fine al Pianeta.

La minaccia nucleare, che dal 24 febbraio soffia all’ombra del conflitto in Ucraina, sistematicamente riemerge, anche grazie al discorso di Putin pronunciato mercoledì 21 settembre, quando come una litania, ancora una volta, ha evocato l’uso di armi nucleari, senza mai nominarle. Infatti, il relativo paragrafo del testo menziona “diversi tipi di armi”, oltre che “qualsiasi tipo di sistema d’arma disponibile”. È evidente che, nell’ottica dell’evoluzione del contesto bellico, tale intimidazione può modificarne l’interpretazione. Questa teorica escalation è il frutto della farsa dei referendum, il cui risultato scontato consente al Cremlino di considerare le aree contese come parte degli interessi vitali della Russia. Tuttavia, nel discorso del 21 settembre, non c’è stato nulla che potesse indicare un automatismo tra l’esito dei referendum locali e l’anticipazione del rischio di minare l’integrità territoriale della Russia. Si tratta, per il momento, di una lettura interpretativa di un argomento le cui conclusioni “nucleari” sono rivolte, principalmente, ad alcuni rappresentanti della Nato. In questo caso, si tratterebbe di un’insistenza da parte del Cremlino nell’ambito di un dialogo dissuasivo che spira da sette mesi.

In conclusione, a seguito dei referendum, il decreto del presidente (numero 355/2020) sull’uso delle armi atomiche permetterebbe a Putin di avviare l’escalation nucleare. La modalità di attivazione fa riferimento alla minaccia dell’integrità territoriale dello Stato, tramite un’aggressione armata di tipo convenzionale, che potrebbe compromettere l’esistenza dello Stato russo. Ovvero, uno dei quattro casi in cui l’articolo 19 dell’Ukaz (editto dello Zar, poi decreto sovietico) numero 355 prevede, appunto, l’uso di armi nucleari. In guerra tutto è lecito, soprattutto alla luce dello stato complesso in cui versa la semicoscienza di Vladimir Putin.