Iran: si allargano le proteste per Masha

Le proteste scaturite in seguito alla morte della 22enne Masha Amini non accennano a fermarsi. Aumentano i morti, aumentano le città coinvolte e soprattutto aumenta la violenza nei confronti dei manifestanti. Al momento il bilancio ufficiale parla di nove vittime, decine di feriti e centinaia di arresti.

Masha Amini, una giovane curda in vacanza a Teheran, era stata arrestata dalla polizia morale del Paese perché non indossava correttamente il velo: si intravedevano alcune piccole ciocche di capelli. Per questo, è stata caricata su una camionetta e, in base alle ricostruzioni, sarebbe stata picchiata a sangue con un bastone. Le botte in testa le avrebbero provocato un’emorragia cerebrale. Arrivata nel centro di detenzione di Vozara, avrebbe poi avuto un infarto entrando in coma. La ragazza è deceduta in ospedale tre giorni dopo l’arresto. Perché, è bene ribadirlo, erano visibili alcune piccole ciocche di capelli che erano sfuggite alla copertura del velo.

In almeno 15 città dell’Iran le proteste sono ancora in corso ed i manifestanti scandiscono slogan antigovernativi. Le donne sono scese in piazza, molte hanno bruciato il proprio hijab e si sono tagliate i capelli.

Secondo il presidente dell’Associazione dei rifugiati politici iraniani residenti in Italia, Davood Karimi, “l’hijab e il chador sono stati imposti con la frusta e per decenni sono stati il simbolo dell’esclusione dal lavoro, dalle scuole, dalle università, dalla vita politica: se oggi cadesse l’obbligo di portare il velo in Iran, lo indosserebbe soltanto una su un milione. È per questo che ora le donne rappresentano il pericolo più grande per la repubblica islamica, sono una bomba pronta ad esplodere e per quello il governo stringe la morsa della repressione”.

Secondo l’attivista, i casi come quello di Masha sono tantissimi, questo ha avuto un forte impatto perché “è avvenuto in mezzo alla strada sotto gli occhi di tutti”. Ma il punto fondamentale, lo sottolinea lo stesso Karimi: il velo “non può essere una imposizione, ma deve essere una libera scelta, altrimenti diventa una violenza”.

La libera scelta è la discriminante: chiunque voglia occuparsi del problema della violenza sulle donne deve tenerne conto. In qualunque parte del globo.