Presidenzialismo in Tunisia: autoritario, ma anche laico

Leggendo le molteplici reazioni critiche e allarmate sull’esito del referendum costituzionale in Tunisia, l’impressione è che in Occidente si continui a far fatica a comprendere il mondo arabo. Non c’è motivo di negare che la Costituzione, promossa dal presidente Kais Saied e approvata lo scorso 25 luglio con oltre il 90 per cento delle preferenze, contiene disposizioni che accentrano fortemente il potere nelle sue mani. La figura del premier è divenuta subordinata al Capo dello Stato, così come la magistratura, mentre il Parlamento ne esce ridimensionato e suddiviso in due Camere, di cui una su base regionale, sebbene le autonomie locali vengano appena menzionate nella nuova carta, contrariamente a quella del 2014, dove godevamo di maggiori prerogative. Saied sta cercando di re-instaurare un regime autoritario in stile Ben Ali?

Questa è l’accusa più comune di commentatori e analisti vari, che puntano il dito sul significativo arretramento dei famosi check and balance tra potere legislativo, esecutivo e giudiziario. Ora, in effetti, è il presidente la figura dominante nell’ordinamento. Sarà lui a nominare premier e ministri, oltre a poter sciogliere il Parlamento, a cui spetta il diritto di veto sulle sue decisioni solo con una maggioranza di due terzi. Senza dimenticare lo stato d’emergenza in presenza di un “pericolo imminente”, che in molti già prevedono che Saied introdurrà, per aggirare il limite dei due mandati presidenziali, come già fatto esattamente un anno fa per giustificare l’adozione di misure straordinarie e lo scioglimento del parlamento.

Sì, a una lettura “a distanza” i recenti sviluppi in Tunisia possono apparire una brusca deviazione dal percorso inaugurato con la Primavera Araba e la cacciata del vecchio dittatore. Ma da un’altra ottica, in grado di decifrare più a fondo le dinamiche che scuotono internamente la Tunisia, il fenomeno Saied non risulta così spaventoso, anzi. In primo luogo, va considerato che, con le ultime elezioni parlamentari di poco antecedenti la vittoria di Saied alle presidenziali, il processo politico “democratico” post-Ben Ali ha certificato il suo irrimediabile fallimento, facendo sprofondare il Paese nella totale paralisi e ingovernabilità.

Leader e partiti in guerra l’uno contro l’altro, l’iper-frammentarietà dell’organo legislativo e l’evanescenza dell’Esecutivo, una parte della magistratura interventista con malcelate ambizioni politiche (la cinquantina di giudici di cui Saied ha decretato la rimozione). Il tutto in un quadro di proliferazione incontrollata di corruzione e nepotismo, quali cause fondamentali del collasso dell’economia e della crescita ipertrofica del debito pubblico. La Tunisia era, ed è tuttora, sull’orlo del default. Per elargire i 4 miliardi di dollari promessi, il Fondo monetario internazionale chiede riforme. Ma chi può negoziare facendosi carico del risanamento del Paese, se non esiste un’autorità “reale”? Ristabilire la governabilità in un contesto in cui lo scontro politico a somma zero non permette temporanee “maggioranze Ursula” per gestire l’emergenza: questo Saied sta cercando di fare. E l’augurio è che ci riesca, per il presente e il futuro del popolo tunisino, naturalmente, ma non solo. Il default della Tunisia avrebbe gravi ripercussioni sull’immigrazione illegale, l’Italia ne sa qualcosa. Bande e trafficanti ne uscirebbero ulteriormente rafforzati. E con essi il terrorismo, che nella Tunisia ha già trovato il suo più ampio bacino di reclutamento di (giovani) “foreign fighter” per il “jihad” in Siria come in Libia.

L’estremismo religioso rimanda a un altro degli aspetti più dibattuti della nuova Costituzione, ovvero il riferimento all’appartenenza della Tunisia alla Ummah islamica e agli obiettivi dell'islam che “lo Stato” è chiamato a realizzare. Saied intende per caso stabilire uno Stato “teocratico”? La risposta è proprio l’opposto. Fin dall’inizio, Saied ha messo ben in chiaro il suo punto di vista circa la religione islamica quale presupposto “identitario” e culturale che contraddistingue la Tunisia e i tunisini, e che le istituzioni hanno l’onere di preservare, come stabilisce la nuova Costituzione. In una regione dove il fattore religioso continua a rivestire un ruolo centrale nella società e nella vita individuale delle persone, non è certo uno scandalo. Ma qui il punto politico-strategico è l’esautorazione dei Fratelli Musulmani di Ennahda e degli altri partiti e partitelli fondamentalisti, a cui in sostanza non rimane più alcun ruolo da svolgere, né nell’arena politica che nella società.

Loro sì che intendevano stabilire uno stato “teocratico”, sfruttando il metodo democratico, sebbene oggi gridino al golpe e delegittimino l’esito del referendum costituzionale per la scarsa affluenza alle urne, al di sotto del 30 per cento. L’astensione è stata una costante dell’esperienza democratica tunisina ed è stata alimentata dalle stesse fazioni islamiste che hanno esortato al boicottaggio della consultazione, insieme alla componente “progressista” della società civile, arroccata dogmaticamente sulla difesa del processo politico “democratico” emerso con la Primavera Araba, ma già crollato su stesso. Eppure, Saied aveva invitato “democraticamente” tutti i tunisini contrari alla sua proposta di Costituzione ad andare a votare “no”. Perché non lo hanno fatto? Avrebbero probabilmente ottenuto quello che volevano, senza lasciare campo libero ai sostenitori del presidente, che costituiscono comunque una fetta consistente della popolazione.

I “progressisti” si ritrovano invece ancora una volta sulla stessa barricata con gli islamisti, senza comprendere che la via dei Fratelli Musulmani non conduce ai diritti umani e alle libertà civili. Non si preoccupino per il fatto che la nuova Costituzione non menziona lo “stato civile”, come quella del 2014: Saied è una figura sicuramente molto conservatrice, magari anche troppo, ma è un laico, come laiche restano le istituzioni tunisine nelle quali, stabilisce la nuova Costituzione, non c’è posto per l'islamismo. In Tunisia, inizia una nuova fase politica, dominata da Kais Saied. Non condanniamolo frettolosamente in via preventiva, ma giudichiamolo per le opere quando arriverà il momento. Merita un’opportunità, offriamogliela.

(*) Tratto da La Nuova Bussola Quotidiana