Sahel: la “luce” della Russia offusca la Francia

Nel Sahel la Francia sta perdendo la sua credibilità. Dopo numerose “operazioni” congiunte, osannate come le risoluzioni finali contro il jihadismo organizzato, contro le bande jihadiste anarchiche e per una stabilizzazione politica, difronte a un chiaro fallimento, è proprio il popolo saheliano a voler interrompere i rapporti con Parigi. Infatti, in questi ultimi giorni, in Burkina Faso è l’esercito francese che sta subendo il peso della rabbia degli abitanti per i continui attentati di stampo islamista.

Il 14 novembre si è celebrato drammaticamente l’ultimo attacco contro un distaccamento della gendarmeria di Inata, facendo ripiombare gli abitanti del Burkina nel terrore e sotto shock. Il bilancio delle vittime, ancora provvisorio, conta almeno 53 soldati e sei civili uccisi, l’attacco è il più mortale di sempre contro le forze militari dall’inizio dell’espansione jihadista iniziata nel 2016. La popolazione è esasperata e alla ricerca di chi non ha impedito questa strage. Di conseguenza, numerose manifestazioni sono esplose in diverse città per chiedere le dimissioni del presidente Roch Kaboré, al potere dalla fine del 2015 e rieletto alla fine del 2020. Ma le accuse maggiori sono contro le forze militari francesi, che non proteggono dagli attentati jihadisti e che spesso si infiltrano nelle manifestazioni, suscitando ancora più ostilità nei loro confronti. Ricordo che ogni iniziativa che Parigi fa nel Sahel subisce critiche e disprezzo.

A tal proposito, molto risalto è dato sui vari canali di comunicazione dell’area, per quanto accaduto sabato 20 novembre a Kaya a un convoglio militare transalpino, che è stato bloccato dai manifestanti. La colonna era partita dalla Costa d’Avorio, attraversando il Burkina Faso con destinazione Niger, ma nei giorni precedenti era già stata bloccata per diverse ore nelle città di Bobo Dioulasso. Il convoglio francese, composto da circa sessanta mezzi militari, a seguito delle accese proteste verificatesi a Kaya si era ritirato in un’area isolata e recintata, in attesa di uno sgombero della strada verso il Niger. Ma la situazione si è aggravata quando i manifestanti hanno tentato di sfondare le recinzioni e hanno iniziato a lanciare pietre. Per risposta i soldati francesi hanno aperto il fuoco sparando in aria, ma alcuni burkinabé sono stati feriti. Il bilancio dei lesi è stato confermato da diverse fonti locali, l’origine dei proiettili rimane poco chiara ma intuibile. Inoltre le forze di sicurezza del Burkina Faso erano presenti al momento dell’incidente.

In questo frangente, è emersa anche una azione “di colore” quando un ragazzo di 13 anni, ora soprannominato “il cecchino numero 1” del Burkina Faso, portato come un eroe dalla folla radunata a Kaya, ha abbattuto un drone francese che stava monitorando i numerosi manifestanti, usando la sua tradizionale fionda. Il ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian, in una intervista al canale televisivo francese Lci, il 21 novembre, ha dichiarato di aver comunicato al presidente Roch Kaboré che Parigi sta lavorando per risolvere la situazione a Kaya. Affermando che “a causa di varie motivazioni sia interne che esterne, molti opinion leader oggi sono impegnati anche nella guerra dell’informazione”. Tuttavia, la situazione minaccia concretamente il programma di riorganizzazione del “sistema” francese nel Sahel.

Ma se i rapporti tra i saheliani e i francesi sono precari, va meglio tra i saheliani e i russi. Come già sottolineato in precedenti articoli, l’ombra, o la luce, della Russia si sta estendendo con forza su tutta la regione. Infatti, nel mirino delle affermazioni di Le Drian c’è Mosca, sospettata di sostenere le associazioni africane nel loro impegno contro la presenza militare francese nel Sahel. Roland Bayala portavoce della Coalizione dei patrioti africani del Burkina Faso (Copa-Bfm), che ha organizzato queste manifestazioni, nega ogni ingerenza russa ma rivendica la sua vicinanza all’associazione maliana Yerewolo, all’origine delle mobilitazioni e sostenitrice dell’intervento del gruppo di sicurezza privata russa Wagner in Mali. Dalle varie immagini diffuse sui social si nota bene che, mentre i francesi entravano a Ouagadougou il 19 novembre, i manifestanti sventolavano una bandiera russa. Roland Bayala ha aggiunto: “Se i Wagner volessero venire a liberare il nostro Paese dai terroristi, augureremmo loro un arrivo sicuro”. Bayala ha anche affermato che il consenso francese è finito – “la marea sta cambiando nel Sahel” – e i giovani maliani e burkinabé vogliono i Wagner. Inoltre, la Francia è accusata di complicità con gruppi armati jihadisti, come dichiarato dal primo ministro della transizione maliana, Choguel Maiga, che addebita a Parigi anche un commercio di armi con gli estremisti islamici.

L’influenza di Mosca sicuramente sta accentuando la rivolta anti-francese in tutto il Sahel. Ma in una regione stremata dai jihadisti che scorrazzano indisturbati, attingendo anche ai nuovi filoni auriferi scoperti di recente, innescando una “economia pirata”, è chiaro che la fama dei Wagner e la solidità russa possono essere una speranza. Tante ingerenze internazionali e tante proteste che rendono complessa la riorganizzazione del sistema militare francese nel Sahel, annunciata da Emmanuel Macron a giugno, che intendeva fare del Niger il suo Paese cardine nella regione. Ma è molto probabile che il “Paese cardine” nel Sahel sarà la Russia.