La favola talebana: lo strabismo dell’Occidente

Chi chiamereste per riparavi il fuoristrada? Un meccanico esperto, o un politico parolaio che non ha mai messo le mani in un cofano motore? Il clan Haqqani e il suo leader, Sirajuddin (su cui pende una taglia di milioni di dollari, comparendo nella lista internazionale dei terroristi più ricercati del mondo!) “è” il meccanico della metafora. Un vero intenditore, in fatto di organizzazione e di esecuzione di attentati suicidi. Che però ha una voglia matta di sottrarsi a Guantanamo e di godersi tutto il potere che gli dà oggi la sua nomina a ministro dell’Interno del redivivo emirato dei Taleb. Ergo, Sirajuddin farà di tutto (e, si immagina, non certo in punta di diritto alla moda occidentale) per sterminare e sterilizzare quelli che continuano a essere ciò che lui è stato, dato che oggi rappresentano i nemici che gli insidiano il potere, a partire dall’ormai tristemente famosa Isis-K.

Del resto, l’invasione Usa dell’Afghanistan, come l’annientamento dello Stato islamico di Iraq e Siria, è servito a tutti i gruppi dell’Islam radicale per non avere voglia di riprovarci mai più a scuotere quel nido di vipere delle armate occidentali e del nemico sciita iraniano. Hanno troppo veleno nei denti per sperare di farla franca. E questo è un gran bene, soprattutto per Haqqani che potrà godere appieno della tendenza dell’Occidente ad atteggiarsi alle tre scimmiette, quando si tratterà di eliminare i nostalgici del Califfato islamico di Al Baghdadi, senza passare per le corti di giustizia. Poiché “il nemico del mio nemico è il mio migliore amico”, lasciamo che Sirajuddin faccia il suo lavoro!

Ma, di certo, per tutti gli islamisti del suo stampo l’Occidente resterà sempre il Grande Satana. Al quale vendere sicurezza eradicando le piantagioni di oppio, in cambio sia di denaro sonante da parte del Fondo Monetario e della Banca Mondiale, sia di qualche ricca concessione mineraria ai soliti noti (le multinazionali cinesi e statunitensi!). Haqqani e i talebani come lui vogliono durare altri mille anni nel nome di Allah e del Profeta impugnando la Spada della Jihad e il Corano, buono sia per giudicare colpe e virtù innervando tutto il sistema giudiziario islamico, rapido e spietato, sia per governare un Paese fallito che ha assoluta necessità di riconoscimento internazionale. Ergo, l’Occidente deve essere lungimirante e fare in modo che l’Afghanistan si risollevi dall’attuale condizione di Stato fallito, evitando di armare gli hazara e i tagiki contro Kabul per scatenare al suo interno una guerra civile, fatto che potrebbe proiettare violentemente nel resto del mondo le schegge impazzite del jihadismo globale. Infatti, detto egoisticamente: quante migliaia di miliardi di dollari costerebbe all’economia mondiale la risorgenza del terrorismo islamico in questo terzo decennio del XXI secolo? Allora, vale la pena di comprare sicurezza in cambio di generosi aiuti umanitari ai Taliban, che non hanno alcuna intenzione di democratizzare il proprio Paese, fuorviando i fedeli dalla loro missione millenaria di onorare il Profeta.

Del resto, vale il seguente sillogismo: “Se i Taliban proteggono al-Qaeda e Isis e la Cina protegge i Taliban, allora per proprietà transitiva la Cina protegge al-Qaeda e Isis”. Quindi, Xi Jinping proteggerà se stesso solo e soltanto se proteggerà dal terrorismo islamico anche l’Occidente. Altra conseguenza della luna di miele tra il nuovo Governo di Kabul e la Cina: alleandosi con Pechino, i talib antepongono le questioni di potere (si veda la composizione del nuovo Governo a Kabul) alla religione, visto che la Cina è il più accanito persecutore degli uiguri musulmani dello Xinjiang. Un popolo turcomanno di milioni di individui che vengono, rispettivamente: videosorvegliati 24h/24 ogni giorno dell’anno con un’evoluta Artificial Intelligence per il riconoscimento facciale; confinati nei campi di concentramento o nelle carceri; assoggettati a sterilizzazioni di massa per contenerne il numero; costretti a subire una politica di sostituzione etnica in cui vengono riassegnate le case degli uiguri ai fedelissimi sudditi di etnia Han. Ma questo importa poco al clan Haqqani e ai suoi sodali, perché, in fondo, come giustamente osserva Fareed Zakaria sul Washington Post, il vero scontro di civiltà non è mai stato tra Islam e Occidente ma tra i diversi mondi dell’Islam: sunniti contro sciiti; musulmani radicali contro quelli moderati e più inclini ad accettare la modernità.

Ma, mentre per il nostro mondo i significati di occidentalizzazione e modernizzazione coincidono, per l’Umma islamica i due concetti sono completamente separati e dei due si accetta strumentalmente solo il secondo, per migliorare la qualità della vita.

Del resto, venti anni dalle Twin Towers non sono passati invano e hanno registrato il completo fallimento dell’ideologia di al-Qaeda. Nel 2001, Osama Bin Laden sognava di far rinascere il califfato mediorientale colpendo l’obiettivo lontano (l’America), perché era il grande protettore dell’obiettivo vicino (quello reale, cioè!), costituito dagli Stati arabi governati dai dittatori alleati dell’Occidente come Egitto (non per nulla il suo braccio destro, e oggi capo di al-Qaeda è il medico egiziano Al Zawahiri) e Arabia Saudita, di cui lo stesso Bin Laden era un ricco cittadino. L’utopia di al-Qaeda si è rivelata completamente infondata, perché i popoli musulmani hanno dimostrato di non volere né i califfati dell’età dell’oro, né i tiranni, ma una maggiore apertura al mondo e ai benefici della modernizzazione, senza per questo mai rinnegare la propria fede.

In fondo, lo Stato laico afghano ha sempre rappresentato un miraggio, dato che gli Stati Uniti, a causa di un mix di arroganza e di ignoranza, non hanno minimamente saputo prendere in considerazione le dinamiche tribali e religiose della società afghana. Ecco: per noi occidentali sarebbe ora di cominciare a farlo!