Secessionismo in Xinjiang, Tibet e Mongolia interna

La Cina proclama le sue pubbliche virtù al mondo, ma qualcuno comincia a vedere anche i suoi vizi privati: la repressione, in primo luogo. Dopo l’efficiente strangolamento della rivolta di Hong Kong, ormai dimenticata dai media occidentali, continua la repressione contro i musulmani dell’ex Turkestan: quasi tutto il clero musulmano del distretto di Ghulkja nello Xinjiang è nelle galere cinesi. Xinjiang e Tibet sono territori immensi (quasi un terzo dell’intera Cina), ed hanno entrambe subìto il colonialismo cinese, che continua sotto la forma della repressione e della pulizia etnica. Le due ex nazioni indipendenti hanno diversi modi di reagire alla repressione, che colpisce anche le loro identità religiose. La settimana scorsa si è svolta la conferenza per la Libertà religiosa nel mondo (Irf), che ha visto l’importante partecipazione del Dalai Lama. In quel summit lo Xinjiang è stato definito una “prigione a cielo aperto”. In un articolo di Shohret Hoshur per Radio Free Asia (Rfa) si sottolinea la sparizione del clero musulmano nel distretto di Ghulja, nella regione autonoma dello Xinjiang (Xuar). Dal 2018 sette religiosi della Moschea Tahtiyun sono imprigionati. Nessuno conosce i termini processuali di una detenzione di cui non sono note nemmeno le motivazioni e la durata delle condanne.

Di fronte alle pressioni internazionali contro i gravi abusi contro gli Uiguri e le altre minoranze dello Xinjiang (genocidio tramite pulizia etnica, con immigrazione di popolazione han) la Cina negli ultimi mesi ha allentato alcune restrizioni sulla popolazione locale. Tuttavia la maggior parte del clero musulmano è rimasto agli arresti, tanto che quasi nessuno è in grado di celebrare le funzioni musulmane – inclusi i funerali – in tutto lo Xuar.

Il clero uiguro finisce nei campi di lavoro – i famigerati laogai, i lager e gulag perfettamente in funzione grazie anche alla distrazione dei media mainstream (non dovrebbe essere uno scandalo mostruoso il fatto che una delle più importanti popolazioni al mondo – la più numerosa, per giunta – utilizza torture e dei campi di lavoro forzati? Coloro che boicottano a ogni piè sospinto i “sionisti” israeliani, stanno attenti a non stracciarsi le vesti di seta di fronte ai nuovi lager. Intanto, dal 2017 a oggi nei campi di lavoro sono transitati 1,8 milioni di uiguri e altre minoranze turcofone, secondo quanto riporta Radio Free Asia, mentre l’Onu fornisce la cifra indefinita di 1-3 milioni di persone. In tutta la Cina vi sarebbero circa 8 milioni di internati nei laogai, dove ii lavoro forzato arriva a 18 ore al giorno, e dove denutrizione, lavaggio del cervello e tortura sono la paga (vedi Philip Williams e Yenna WuThe Great Wall of Confinement”, 2004, naturalmente non tradotto in Italia).

L’atto più misero avviene quando il regime di Pechino – cercando di sminuire il sistema dei laogai – sostiene che si tratta di semplici campi di rieducazione politica e sociale, quasi dei corsi di formazione che mirano a combattere l’estremismo nello Xuar. In effetti annichilire la cultura uigura (moschee demolite, deportazioni) ha conseguenze persino peggiori dei massacri come quello di 200 abitanti di Ghulja, avvenuto nel 1997 in seguito a proteste non violente della popolazione. Ma perché la Cina combatte questa battaglia contro gli uighuri? Intanto perché si tratta di una delle conquiste della guerra civile che vide la vittoria del partito comunista guidato da Mao Zedong: fino al 1949 lo Xinjiang era una repubblica indipendente che si chiamava Turkestan orientale. Inoltre la posizione di questa “provincia autonoma” è micidialmente strategica, dal momento che – oltre che con le ex repubbliche sovietiche a nordovest e con la Russia a nord – confina con Afganistan e Pakistan (dove la Cina ha un porto commerciale strategico a Gwadar, cedutole in affitto dal 2016 fino al 2059. Il porto di Gwadar è lo sbocco del corridoio sino-pakistano Cpec (China-Pakistan Economic Corridor), lungo 3.218 km e incredibilmente sviluppato (autostrade, ferrovie, oleodotti). Dalla parte cinese il corridoio arriva proprio alla provincia uigura. Il Cpec fa parte della Via della Seta 2.0, che ha proprio nello Xinjiang il fulcro di ben tre dei corridoi della nuova Via della Seta (gli altri due vanno verso l’Europa attraversando Kirghizistan e Kazakistan). Proprio dal Kazakistan è in costruzione un oleodotto verso lo Xinjiang, con terminale a Shangai. Comunque in tutto lo Xinjiang abbondano gas e petrolio (e anche raffinerie inquinanti), nonostante le difficoltà di estrazione (si trova a grande profondità).

Come il Tibet, anche l’ex Turkestan ha poche chances di vedere almeno uno spiraglio di autentica autonomia e libertà. Dopo il succedersi di rivolte pacifiche e meno pacifiche, gli uiguri hanno cominciato a legarsi con gli jihadisti delle nazioni confinanti, in particolare nello Waziristan pachistano. Una settimana fa il Dalai Lama, capo spirituale del buddismo tibetano ha rivolto un appello a credenti e non credenti, in nome di valori universali come il “vivere nel solco della compassione e gentilezza, dell’onestà e dell’amore per la verità” (“To be kind, honest, and truthful”). La conferenza ha messo al centro dell’attenzione internazionale il tema della repressione nello Xinjiang cinese, definita dagli Usa e da alcuni parlamenti europei come “genocidio”. Naturalmente la Commissione Esteri della Camera due mesi fa prima ha ruggito contro la tigre asiatica, ma alla fine della discussione ha partorito un topolino il cui squittio è arrivato al massimo dal corridoio dei passi perduti in via del Corso. Infatti i parlamentari, alla fine delle megadiscussioni in cui siamo sempre i re della Galassia, ha fatto sparire dalla dichiarazione finale proprio la parola più importante, la parola “genocidio”.

Si è parlato anche di Tibet, con interventi sia del conservatore statunitense Sam Brownback sia della speaker della Camera dei rappresentanti Usa Nancy Pelosi. Di recente The Diplomat (thediplomat.com) ha definito il membro del partito comunista Chen Quanguo come l’architetto della repressione contro gli uiguri, basata su tecno-sorveglianza e internamenti nei campi di lavoro per 1,8 milioni di persone. Quanguo in precedenza aveva gestito il controllo poliziesco e politico anche nel Tibet, trasformato in uno stato di polizia peggiore degli incubi nazisti e comunisti del Novecento (la repressione e il controllo tecnologici sono la punta di diamante delle dittature future).

Per il Dalai Lama invece “la libertà religiosa è una modalità della libertà di pensiero, anche se finora le religioni sono state spesso manipolate per ragioni politiche”. Il 6 luglio il Dalai Lama ha festeggiato il suo 86° compleanno. Pesanti ombre pesano sul suo successore, che secondo il Partito comunista cinese dovrà essere di nomina governativa. Alcune ombre pesano anche nel futuro della Cina. Se al separatismo tibetano-uiguro aggiungiamo quello – nascosto ma crescente – della Mongolia interna, dove recenti proteste si sono alzate contro la decisione di ridurre l’uso della lingua mongola, in favore di quella mandarina, più di un terzo del territorio dell’ex Celeste Impero è secessionista.