Zio Sam torna dall’Afghanistan: addio a duemila miliardi di dollari

Quanto ci vorrà per veder tornare l’Afghanistan indietro di venti anni? A quanto pare, date le circostanze, sei mesi di tempo sembrerebbero anche troppi! La dice lunga, del resto, il fatto che le città non ancora sotto il pieno controllo dei Talebani siano state prese d’assalto dai rifugiati interni, che non hanno alcuna intenzione di sottostare nuovamente al regime oscurantista dei fondamentalisti islamici. Le condizioni di vita per i civili afgani sono divenute così insostenibili che da mesi si registrano file chilometriche all’ufficio passaporti di Kabul, per ottenere documenti di viaggio per l’espatrio, validi nell’immediato o nei mesi a venire, anche se molti dei richiedenti hanno già sperimentato la drammatica esperienza della condizione di rifugiato indesiderato. Le destinazioni più richieste sono quelle di sempre: Iran, Pakistan, Turchia, e Paesi dell’Asia Centrale, anche se la pandemia ha reso molto più difficile per chiunque gli spostamenti all’estero. Per di più, non pochi consolati sono stati chiusi nelle città a rischio dell’entroterra afgano. Le prospettive per esercito e popolazione civile si fanno sempre più disperate e precarie, come dimostra la recente mossa del governo filo occidentale di Ashraf Ghani di far ricorso alle milizie per sopperire ai vuoti che si sono creati nei ranghi delle forze governative di sicurezza. Ritornano così in campo i warlords, o signori della guerra, come Atta Muhammad Nur, già famoso all’epoca della guerriglia anti talebana e prima ancora antisovietica, e che oggi ha il suo feudo (come uomo d’affari di successo) nella provincia di Balkh.

In teoria, le milizie dovrebbero coordinarsi e permanere sotto il controllo dell’esercito regolare, ma si fa sempre più concreta la prospettiva di un ritorno al caos degli anni Novanta, quando le armate private dei warlords si facevano la guerra tra di loro, dopo il ritiro dei sovietici. Si rischia, cioè, un nuovo scenario destabilizzante del tutti-contro-tutti, con la conseguente, incontrollabile ondata di vendette private. Infatti, chi potrà mai dire, nel caos che verrà, se una persona assassinata (apparentemente per motivi politico-religiosi) fosse realmente un simpatizzante dei Talebani? Con la fuoriuscita degli americani e l’inevitabile “meltdown” del nocciolo duro dell’esercito afgano addestrato dagli occidentali, si aprirà letteralmente un’autostrada alla guerriglia fondamentalista per riconquista del potere e di Kabul. Il loro successo potrebbe essere in qualche modo ritardato dalla circostanza che i Talebani non possiedono artiglieria pesante, né hanno uomini a sufficienza per controllare nel lungo periodo l’inevitabile resistenza armata che verrà loro opposta all’interno delle maggiori città del Paese, oltre al fatto ben noto di non essere in grado di assicurare i servizi pubblici essenziali alle popolazioni civili. Secondo il Wall Street Journal, se lasciato solo, il governo di Ghani non avrebbe più di sei mesi di vita!

Assai impopolari a Kabul, i radicali islamici godono invece di molte simpatie nel Sud del Paese che li preferisce di gran lunga ai loro nemici del Nord, alleati degli americani. L’errore storico degli Usa è stato quello di confondere i protettori con i terroristi ai quali i primi avevano dato ospitalità sul proprio territorio per motivi religiosi, condividendo il credo comune del più ortodosso dei fondamentalismi sunniti. Errore che ha comportato venti lunghi, inutili anni di intervento militare (“The boots on the ground”) per sconfiggere la guerriglia. Dal 2001, Washington ha così dilapidato, oltre a migliaia di vite umane, ben duemila miliardi di dollari dei contribuenti americani, per il mantenimento del proprio contingente di occupazione e per puntellare finanziariamente e militarmente il regime filo occidentale di Kabul, assimilabile di fatto a una sorta di governo fantoccio di sovietica memoria, insediato da Mosca nel periodo di occupazione dell’Afghanistan da parte dell’Armata Rossa. E fu così che, come poi ripetuto regolarmente in Iraq, l’aspetto “civile” del Nation Building venne completamente a decadere, con l’intera gestione dell’occupazione affidata ai generali, anziché agli ingegneri e agli esperti di amministrazione.

Scelta quest’ultima ancora una volta scellerata e fallimentare, visto che la guerriglia indomabile ripartiva dalle basi pakistane, per riprendersi dai colpi subiti e riproporsi costantemente in attacco contro l’invasore occidentale, come un’Idra dalle mille teste, malgrado le gravi perdite subite. In fondo, della guerra in Afghanistan al cittadino medio americano non è mai importato molto. Nel 1968, all’apice dell’impiego in Vietnam dell’esercito americano, il contingente statunitense contava qualcosa come 500mila effettivi, tra coscritti e volontari. Tutt’altra storia, rispetto al massimo dell’impegno militare profuso in Afghanistan, quando durante i suoi due mandati Barack Obama aveva elevato a 98mila i soldati di professione impiegati in Afghanistan. Anche il numero dei caduti americani, rispetto alle enormi perdite subite in Vietnam, ha avuto una scarsa incidenza sull’opinione pubblica Usa durante i venti anni di occupazione. Per lungo tempo, i falchi del Pentagono e di Washington hanno impedito qualsiasi iniziativa di dialogo e di trattativa con i Talebani. Donald Trump ha invertito all’improvviso questa tendenza, dopo aver manifestato l’intenzione di ritirare il contingente americano, aspetto quest’ultimo che ha inciso assai negativamente nelle trattative successive con i Mullah, coscienti di aver vinto su tutti i fronti!

Ma la domanda vera è: Al Qaeda e Isis torneranno in forze in Afghanistan, dopo la riconquista talebana di Kabul, facendone di nuovo uno Stato terrorista? No, di certo, per due buone ragioni. In primo luogo, perché, comunque, gli americani hanno tutto l’interesse a mantenere attiva la loro intelligence attraverso una fitta rete di collaboratori afgani anti-talebani, rimanendo pronti a colpire a distanza, con incursioni di missili, droni e aerei, qualunque santuario afgano dei terroristi islamici. Secondariamente, decine di migliaia di perdite sono più che sufficienti, per gli Alunni di Dio, per non ripetere gli errori commessi dando ospitalità a Bin Laden. Tutto ciò sta a significare come l’America si disinteresserà di fatto su chi controllerà l’Afghanistan, malgrado i 2 trilioni di dollari spesi invano per insediare un regime filo-occidentale. Osserva The Economist del 10 luglio 2021: “Non c’è da sperare che questa lezione della débâcle subita sia servita a qualcosa. L’aspetto più evidente è del tutto ovvio: una politica estera che faccia eccessivo affidamento sulla forza militare per realizzare i suoi obiettivi irrealistici è destinata comunque e sempre al fallimento”. Come dire? Amen.