È giusto così. Siamo in uno Stato di diritto e ne accettiamo le regole, anche quando non piacciono. Un giudice – segnatamente, Tiziana Landoni giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Milano – nell’esercizio della sua legittima funzione ha deciso di non convalidare il fermo e la custodia cautelare dell’arcinoto alle cronache di questi giorni Youssef Siher per i reati contestati di istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e di violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche (nuova fattispecie di reato introdotta con il recente decreto-legge 22 ottobre 2026, n. 190, intitolato “Disposizioni urgenti in materia di sicurezza pubblica e contrasto alla criminalità minorile”).
Ci sta. A giudizio del Gip, le tesi addotte dall’accusa non sono state ritenute sufficienti ad avallare il provvedimento restrittivo richiesto. Secondo le ricostruzioni giornalistiche (siamo ansiosi di leggere punto per punto il contenuto dell’ordinanza di non convalida del fermo) per il Gip la libertà di manifestazione del pensiero può essere limitata penalmente quando l’istigazione concretamente si connetta alla commissione di reati. Al contrario, non è sufficiente rilevare l’aggressività di un messaggio, il suo tono provocatorio o radicale, per integrare la fattispecie di reato contestata dall’accusa.
Quindi, se abbiamo capito, per il Gip tra le affermazioni di Siher riguardo al “dichiarare la guerra al presente” del 20 ottobre scorso, le indicazioni esplicite fornite dal medesimo sul proprio canale social – al quale, per inciso, aderiscono circa 11mila iscritti – riguardo all’organizzazione delle proteste, al riferimento al modello di lotta dei giovani francesi, alla divulgazione di un documento di illustrazione delle tecniche di mobilitazione e di comportamento durante gli scontri nonché alla scelta dei luoghi di ritrovo dei contestatori equipaggiati per scontrarsi collettivamente con le forze dell’ordine e il possibile piano eversivo da realizzare nelle prossime settimane non sussiste alcun nesso di causalità.
Se lo dice un giudice, che con la sua valutazione dei fatti manda all’aria un’indagine condotta dalla polizia giudiziaria con grande professionalità, dobbiamo accettarlo e non fare cagnara. E se mai ci sfiorasse l’idea che il provvedimento di scarcerazione di quel galantuomo di Youssef fosse una porcata, dovremmo cancellarla senza indugio perché, come racconta qualche buontempone di sinistra che se la ride di gusto: in uno Stato di diritto il garantismo non può valere a corrente alterna. In tali condizioni non v’è nulla che si possa dire o fare che cambi lo stato delle cose.
Anche la Meloni dovrebbe essere più accorta nel manifestare la propria indignazione sui social per una decisione del Gip ritenuta vergognosa. Non serve a nulla stigmatizzare il contenuto dell’ordinanza del Gip Landoni se non a dare la stura ai giustizialisti per accusare il Governo di attacchi scomposti all’indipendenza della magistratura.
E non serve a nulla scoprire – dopo – che la cittadina Tiziana Landoni compaia al numero 767 dell’elenco dell’Appello dei giuristi per Gaza, pubblicato nel settembre 2025 dalla rivista Giustizia Insieme. Si può essere visceralmente antisionisti (ma non è il caso della giudice Landoni) e, quando si veste la toga, essere rigorosamente servi della legge e di nient’altro (è il caso della giudice Landoni).
Perché non dovrebbe valere oggi per il Gip Landoni quel che Marco Tullio Cicerone sentenziò con la sua celebre massima: “Legum servi sumus ut liberi esse possimus”. Chi ha prove certe e inconfutabili che la dottoressa Tiziana Landoni serva un altro padrone le tiri fuori adesso o faccia il piacere di tacere se non per sempre, per un bel po’.
D’altro canto, avere un’idea politica non è di per sé indizio di una faziosità nell’esercizio della propria funzione di giudicante in sede penale. L’appello pro-Gaza è stato firmato dal Gip come è stato firmato dal Pubblico ministero Francesca Crupi, che di Siher è l’accusatrice e per il quale ha chiesto il carcere.
Quindi, niente storie: Youssef Siher è un uomo libero. Ciò non toglie che l’autorità giudiziaria debba continuare a indagare sul suo conto. E sarebbe un bene che lo facesse al meglio perché, differentemente da ciò che pensa il Gip Landoni, è nostro convincimento che il giovanotto di buon aspetto arrestato e poi rilasciato non la conti giusta.
A nostro giudizio, lui è il nemico e come tale va considerato, soprattutto nella valutazione di quelle che potrebbero essere le sue future mosse per realizzare il progetto politico che ha in mente e cha ha reso pubblico: la distruzione dell’Occidente. Ci saremmo sentiti tutti più tranquilli a saperlo assicurato dietro robuste sbarre. Pazienza! Dobbiamo accettare il fatto che resti in circolazione a piede libero.
Cionondimeno, rivolgiamo un sollecito invito alle forze dell’ordine e di sicurezza a stargli addosso e a non perderlo di vista. Perché Siher, anche a dispetto della sua immagine esteriore, è un duro. In pochi hanno evidenziato un aspetto del suo comportamento una volta arrestato: Siher ha riavuto la libertà senza mai dire una parola agli inquirenti. Anche davanti al Gip che lo ha scarcerato Youssef non ha aperto bocca. Era sua facoltà, e l’ha esercitata.
Quanti nelle sue condizioni non si sarebbero fatti prendere dal panico e avrebbero parlato pur di cercare di attenuare la propria posizione? Il giovane intellettuale che tanto piace ai salotti radical-chic invece ha tenuto botta e adesso, agli occhi dei suoi sodali, si è guadagnato i galloni del leader carismatico. E ciò lo rende ancor più pericoloso.
È deprimente ammetterlo, ma è necessario salvaguardare la coerenza della propria adesione sincera al garantismo e allo Stato di diritto, per cui il contrasto al potenziale criminale che può mettere in atto Siher ai danni della nostra pacifica convivenza va realizzato attraverso gli strumenti e le regole che l’ordinamento consente. Non bisogna uscire dal seminato anche se è grande la voglia di farlo in presenza di provvedimenti assunti in sede giurisdizionale a dir poco aberranti dal punto di vista del buon senso. Perciò, se lo spirito liberale ci impegna a “non toccare Caino”, a maggior ragione giù le mani dal Gip Landoni.
Ciò detto, una domanda dal sen fuggita non ce la possiamo negare. Dato per ineccepibile il comportamento del Gip nel decidere di non convalidare il fermo del sospettato Siher, se in un prossimo futuro costui dovesse realizzare i piani per i quali i nostri investigatori lo avevano intercettato e fermato; se la sua strategia di violenza sistematica e mirata dovesse portare frutti in termini di caos, di vetrine spaccate e di città distrutte; se alcuni commercianti dovessero dichiarare fallimento perché non più in grado di gestire la propria attività commerciale sotto la costante minaccia degli assalti promessi dai terroristi organizzati e guidati da Siher; se alla fine ci scappasse il morto, tra la gente perbene o tra le forze dell’ordine, per effetto delle devastazioni progettate da Siher, cosa accadrebbe alla Gip che lo ha lasciato libero di perseguire i suoi progetti terroristici?
Nulla, ecco cosa accadrebbe. Niente e nessuno potrebbe presentarle il conto per l’errata valutazione. Non influirebbe sulla sua carriera; non pagherebbe alcun risarcimento per il danno causato. Non avrebbe alcuna responsabilità per gli atti criminali commessi dal sospettato che una sua decisione ha mandato libero. Forse è questo il vero problema della giustizia, che la sbilancia irrimediabilmente.
Ciò che indigna non è la scelta del Gip di scarcerare un potenziale terrorista ma il fatto che, qualora costui dovesse commettere atti criminali di portata devastante, nulla verrebbe addebitato in conto al giudice che lo ha rimesso in libertà.
Allora la domanda è: è sufficiente che la giustizia si limiti alla formale applicazione di leggi interpretabili o per affermarsi necessiti che sia percepita sostanzialmente tale dai cittadini? E può dirsi pienamente giustizia quella che lascia impunito il giudice che sbaglia?
Aggiornato il 30 ottobre 2026 alle ore 09:50
