La guerra non fa la guerra
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Da qualche tempo la guerra sembra aver acquistato una propria personalità giuridica. Scoppia, avanza, si allarga, provoca morti, minaccia l’Europa, fa aumentare il prezzo dell’energia e, quando siamo fortunati, viene persino invitata a sedersi al tavolo delle trattative. Le manca soltanto un passaporto diplomatico e, considerata l’importanza che ha assunto negli affari internazionali, un seggio alle Nazioni Unite.

Naturalmente sappiamo tutti che si tratta di un modo di dire. Il problema comincia quando un modo di dire diventa anche un modo di pensare, perché la guerra, propriamente parlando, non fa niente. Non attraversa le frontiere, non invade gli Stati, non bombarda le città, non deporta bambini, non ordina mobilitazioni e non firma armistizi. Queste cose le fanno uomini, governi, eserciti, regimi, organizzazioni politiche. La guerra è il nome che diamo a una particolare condizione dei rapporti fra questi soggetti, non uno dei soggetti che la producono.

Sembrerebbe una distinzione grammaticale di modesto interesse, buona tutt’al più per intrattenere qualche linguista particolarmente annoiato. È invece una distinzione politica e morale di una certa importanza, perché le frasi hanno questa curiosa caratteristica: quando facciamo comparire un soggetto, qualche altro soggetto può scomparire.

La parola “guerra”, quando viene trasformata in soggetto storico e politico autonomo, rischia così di diventare il miglior nascondiglio possibile per coloro che le guerre le provocano, le decidono e le cominciano. E naturalmente il nascondiglio diventa tanto più prezioso quanto maggiore è la responsabilità di chi vi si nasconde.

“La guerra è tornata in Europa”, abbiamo sentito ripetere infinite volte dal febbraio 2022. La frase è certamente suggestiva. Fa pensare a un’antica signora che, dopo avere trascorso settantasette anni in qualche villeggiatura esotica, abbia improvvisamente deciso di ripresentarsi nel continente. Ma la guerra non è tornata in Europa: il 24 febbraio 2022 la Federazione Russa ha lanciato un’invasione su vasta scala dell’Ucraina, iniziata peraltro otto anni prima con l’occupazione della Crimea. Sono due frasi che descrivono lo stesso avvenimento da prospettive linguisticamente e politicamente molto diverse: nella prima c’è la guerra, nella seconda ci sono uno Stato che compie un’azione e un altro Stato che la subisce.

Naturalmente la responsabilità di avere iniziato una guerra non attribuisce automaticamente all’altra parte una perpetua patente d’innocenza, ma le due parti in conflitto devono comunque essere distinte, non sciolte dentro un sostantivo. E invece, una volta comparsa Madame la Guerra, può entrare in scena anche la sua rispettabilissima sorella: Madame la Pace.

“Bisogna fermare la guerra”. Difficile dissentire, sarebbe come dichiararsi favorevoli alle malattie o contrari alla buona salute; ma rimane senza risposta una domanda cruciale: come fermarla?

Se uno Stato invade un altro Stato e quest’ultimo resiste, la guerra può cessare perché l’invasore si ritira, perché l’aggredito si arrende oppure perché i due raggiungono un compromesso. In tutti e tre i casi i combattimenti possono finire. Politicamente e moralmente, però, sono tre cose molto diverse.

Anche la resa produce la pace, se per pace intendiamo semplicemente che non si spara più. Anche un’occupazione perfettamente riuscita può produrre una pace eccellente sotto questo profilo. Dopo che il più forte ha vinto definitivamente e il più debole non dispone più dei mezzi per resistergli, può persino regnare per un certo periodo una tranquillità invidiabile.

Potrebbe essere questo il metodo più semplice per abolire le guerre: insegnare agli aggrediti ad arrendersi abbastanza rapidamente. Non servirebbero più complicate conferenze diplomatiche, sistemi di sicurezza collettiva, alleanze militari e deterrenza incrociata. Sarebbe sufficiente stabilire un principio universale: chiunque venga attaccato deponga immediatamente le armi. Il numero delle guerre diminuirebbe con impressionante rapidità, ma probabilmente non si verificherebbe per questo il numero delle aggressioni.

In questo caso, però, il pacifismo si trasformerebbe in “pacifintismo”. Il pacifismo autentico si domanda come impedire che qualcuno imponga con la violenza la propria volontà a qualcun altro; quello finto può accontentarsi di domandare come fare perché smettano di sparare, anche se questo implica una sostanziale vittoria dello Stato invasore; e si tratta di due domande sostanzialmente diverse.

Un rapinatore entra in una banca e una guardia gli si oppone. Ne nasce una sparatoria. Un osservatore di incrollabile fede pacifista potrebbe naturalmente deplorare il fatto che due uomini si stiano sparando addosso e invitare entrambi a cessare immediatamente il fuoco. Se però aggiungesse che la responsabilità fondamentale è della sparatoria, cominceremmo forse a sospettare che nella sua analisi manchi qualcosa.

La sparatoria, infatti, non è entrata in banca, il rapinatore sì. È questo piccolo particolare che una parte della retorica sulla guerra tende talvolta a cancellare. Non necessariamente per malafede: il linguaggio possiede automatismi potenti, e molte formule vengono ripetute semplicemente perché tutti le ripetono. Ma quando la cancellazione dell’agente diventa sistematica e selettiva, quando si evita accuratamente di distinguere chi invade da chi viene invaso, chi occupa da chi resiste all’occupazione, allora è legittimo domandarsi se l’ambiguità continui a essere innocente.

Soprattutto perché produce conseguenze politiche tutt’altro che neutrali. Chi ha iniziato una guerra ha infatti un interesse evidente a trasformarla rapidamente da propria azione in disgrazia collettiva. Finché diciamo “X ha invaso Y”, esistono un soggetto, un verbo e un complemento oggetto. Quando cominciamo a dire “la guerra fra X e Y”, la grammatica ha già compiuto un piccolo miracolo diplomatico: aggressore e aggredito sono diventati due contendenti simmetricamente collocati ai lati dello stesso sostantivo.

È un’equidistanza che può apparire nobilissima, perché consente a chi la pratica di collocarsi moralmente al di sopra delle parti. Ma stare alla stessa distanza da due soggetti non significa necessariamente stare alla stessa distanza dalle loro responsabilità.

La questione diventa ancora più interessante osservando la storia successiva alla Seconda guerra mondiale. Le democrazie hanno combattuto guerre, anche molto controverse, e sarebbe storicamente insostenibile presentarle come Stati per natura estranei all’uso della forza. Esiste tuttavia una celebre regolarità empirica studiata dalle relazioni internazionali, la cosiddetta “pace democratica”: le democrazie consolidate hanno mostrato una fortissima propensione a non combattersi fra loro. Le spiegazioni del fenomeno sono discusse e persino la sua esatta delimitazione dipende dalle definizioni adottate, ma il fenomeno rimane sufficientemente rilevante da aver generato un’enorme letteratura scientifica.

Questo dovrebbe almeno renderci prudenti davanti alla rappresentazione della guerra come una specie di malattia che periodicamente colpisce l’umanità senza riguardo per i sistemi politici. Le istituzioni contano, i regimi contano, le decisioni dei governi contano. E se contano, cancellarli linguisticamente non ci aiuta a capire perché una guerra sia cominciata.

Non si tratta neppure di sostenere che tutte le guerre siano uguali, purché sia individuato un aggressore. Sarebbe precisamente l’errore contrario. Ogni conflitto possiede cause remote e prossime, interessi, paure, errori diplomatici, occasioni perdute, responsabilità precedenti. Comprendere tutto questo è compito dello storico e della politica. Ma spiegare le cause di un’aggressione non equivale a cancellare la responsabilità di chi decide di compierla. Anche un omicidio può avere una storia complicatissima; ciò non rende tuttavia il coltello un soggetto autonomo.

Il problema del linguaggio diventa allora un problema di responsabilità. Lo si vede particolarmente bene nel caso ucraino. È perfettamente legittimo discutere quali armi fornire all’Ucraina, quali rischi comporti un’escalation, quali compromessi siano ragionevoli, quale prezzo debbano sopportare gli Stati europei e quali obiettivi siano realisticamente conseguibili. Sono problemi politici sui quali possono esistere opinioni differenti. Ma vengono logicamente dopo una constatazione elementare: la Russia ha invaso l’Ucraina e l’Ucraina ha resistito all’invasione.

Nessuno definirebbe oggi gli Alleati nemici della pace perché fornivano armi ai partigiani italiani. Eppure, quelle armi consentivano ai partigiani di continuare a combattere. Se il criterio supremo fosse stato semplicemente quello di far cessare i combattimenti il più rapidamente possibile, avremmo dovuto suggerire loro una soluzione molto meno complicata.

È proprio questa conseguenza che rende necessario distinguere la pace dalla semplice assenza di combattimenti. Una pace può essere il risultato di un accordo, di una deterrenza riuscita, di un compromesso, di una vittoria, di una resa, di un’occupazione. Pronunciare la parola “pace” non ci dice ancora quale di queste cose desideriamo.

Ed è qui che una certa retorica fintamente pacifista rivela la propria ambiguità più profonda: chiede insistentemente che “la guerra finisca”, ma assai meno insistentemente chi debba compiere quale azione perché finisca. Invoca negoziati come se il negoziato fosse un risultato anziché uno strumento; deplora l’invio di armi all’aggredito perché “prolunga la guerra”, dimenticando che potrebbe prolungare anche la sua capacità di non essere sconfitto; considera la resistenza un ostacolo alla pace senza domandarsi se, eliminato quell’ostacolo, rimarrebbe la pace oppure semplicemente la vittoria dell’aggressore.

Il sospetto di malafede può così diventare legittimo non come giudizio indiscriminato sulle intenzioni di milioni di persone, che nessuno potrebbe conoscere, ma come giudizio su una precisa tecnica retorica: quando si cancella sistematicamente il soggetto proprio nelle frasi nelle quali nominarlo renderebbe più difficile sostenere la propria tesi.

Le dittature, soprattutto, non potrebbero desiderare un regalo linguistico migliore. Madame la Guerra è infatti un’imputata perfetta. Può essere accusata di tutte le morti, di tutte le distruzioni, di tutti i profughi e di tutte le sofferenze. Non protesta, non querela e soprattutto non può essere processata. I dittatori criminali, invece, sì.

Forse dovremmo allora restituire alla guerra la modestia grammaticale che le compete. Non è un soggetto della storia: è qualcosa che determinati soggetti storici fanno. Può avere responsabilità molteplici, cause remote e concause, ma non possiede una volontà propria. La guerra, cioè, non fa la guerra. La fanno gli uomini, i governi, gli Stati e i regimi. E, qualche volta, il primo servizio che si può rendere alla pace consiste semplicemente nel ricominciare a dire chi ha fatto che cosa.

Aggiornato il 22 ottobre 2026 alle ore 09:53