Ci siamo preoccupati inutilmente che la sinistra non presentasse per tempo il suo programma elettorale per le politiche. Eccolo il biglietto di presentazione del “campo largo”, scodellato nelle piazze del fine settimana tra slogan anti-Governo Meloni, bandiere della Palestina e malcelata soddisfazione per i giovani che fanno casino e spaccano vetrine e maroni della gente perbene. Eccola la narrazione progressista che si compiace di raccontare un Paese in fiamme, devastato dalle politiche scellerate (a loro dire) del centrodestra.
Eccola la regia a volto scoperto della tanto invocata “rivolta sociale” targata Maurizio Landini. Eccola, puntuale come un treno delle ferrovie svizzere, l’indizione del solito sciopero generale preventivo, promosso da Cgil per il prossimo 20 novembre, allo scopo di protestare contro il contenuto di una manovra di bilancio che non è stata ancora scritta. Ed ecco lui, Maurizio Landini, che si è autonominato maestro orchestratore di una protesta di piazza alla quale i leader della sinistra possono partecipare soltanto da graditi ospiti visto che, individualmente, non sarebbero in grado di mobilitare una massa di gente in numero superiore a quella che di regola occupa una residenza per anziani. Ed è a lui, all’ambizioso capo del sindacato che fu diretto da altri capi, di ben altro spessore umano e politico – da Giuseppe Di Vittorio a Luciano Lama – la persona alla quale vogliamo dedicare la nostra riflessione critica.
Degli altri personaggi del “campo largo”, in questa sede, francamente non interessa granché. Altrove ne parleremo, eccome. Come non ci appassiona trattare il problema dei violenti, giovanissimi, che stanno mettendo a ferro e fuoco le principali città italiane. Per una banalissima ragione: guarirli dal male che li affligge, che è l’imbecillità, la cura l’avremmo e anche efficacissima, sebbene assai poco politicamente corretta. Cinghiate e “calci in culo”, fino a farli rinsavire. I più anziani ricordano benissimo l’effetto deterrenza che avevano la cintola dei pantaloni di papà o il battipanni di mamma sui potenziali comportamenti stupidi. I ceffoni non ci hanno rovinato. Al contrario, ci hanno fatto crescere più forti e più consapevoli delle responsabilità che si assumono nell’appartenere a una comunità umana. Ma noi abbiamo avuto la fortuna di evitare la tendenza assolutoria del sociologismo perdonista post-sessantottino e della sua filosofia giustificazionista del disagio, di qualsiasi disagio: ambientale, sociale, sessuale, esistenziale, culturale, generazionale, di genere, che ha indotto, in negativo, una mutazione genetica della società e della qualità delle interazioni umane.
Conseguenza? Che a mettere una mano addosso a un minore scatta in automatico la condanna a scontare l’inferno della riprovazione sociale. Eppure, com’erano più belli, sicuri e limpidi i tempi in cui un ceffone non era reato morale né atto giuridicamente sanzionabile. Chiusa la parentesi “amarcord” torniamo all’oggi, all’individuazione della testa del serpente. Torniamo a Maurizio Landini. Su di una cosa registriamo una singolare sintonia. Lui ha dichiarato testualmente ai media, nell’atto di mettersi a disposizione di un immaginifico processo democratico di cambiamento che riponga al centro il lavoro, i diritti, la giustizia sociale: “quello che vediamo mi sembra che faccia abbastanza schifo”. Il riferimento, neanche a dirlo, è alle politiche economiche e sociali del Governo Meloni. A noi, invece, specularmente a stimolare un moto di ripugnanza sono lui, la sua ipocrisia, la sua capacità mistificatoria della realtà. Maurizio! Non sei un politico, sei un sindacalista, almeno è da tale che ti spacci. Non dovrebbe essere il tuo mestiere fare propaganda a fini elettorali.
Il tuo compito dovrebbe essere di rappresentare i lavoratori nella cura e nella difesa dei loro interessi. Ed è ciò che ha fatto la Cgil negli ultimi decenni? Consentiteci di esprimere forti in dubbi in proposito. Al netto dei pensionati, gli attivi iscritti alla Cgil nel 2024 sono stati 2.753.824 (Fonte: tesseramento Cgil 2024, Conferenza stampa del 9 aprile 2025. Nel conteggio vanno compresi anche i disoccupati) a fronte di una media, in quello stesso anno, di 23.932.000 occupati (Fonte: Istat). A dimostrazione che la Cgil non è il mondo del lavoro ma soltanto una piccola porzione di esso. Non è un caso, ma dà conto del fatto che tanti lavoratori negli anni abbiano abbandonato delusi il sindacato rosso. L’argomento crisi di credibilità sostiene anche il nostro giudizio di totale esecrazione verso l’odierna postura pseudo-barricadiera del Landini in versione Emiliano Zapata.
Il leader sindacale descrive un Paese in rovina, dove l’emergenza prioritaria dovrebbe essere l’applicazione della carta costituzionale. D’accordo, ma dove era lui – e la Cgil – quando veniva ridisegnata l’Italia dalla lunga stagione dei Governi della sinistra? Dov’era lui e dov’era la Cgil quando nelle amministrazioni rosse si dava inizio alla stagione del consociativismo, pagina nera dello spreco delle risorse pubbliche? Dov’erano lui e la Cgil quando ai tavoli della programmazione negoziata la politica di un certo colore, in concorso con i principali protagonisti delle parti sociali, favoriva con le proprie scelte quel disastro economico per il quale oltre a questo Governo anche quelli che verranno in futuro dovranno pagarne il prezzo in termini di risanamento del debito pubblico? Per coloro che non lo ricordano non guasta una rinfrescata alla memoria.
Tutto ha inizio con una delibera dell’allora Cipe (il Comitato interministeriale per la programmazione economica) risalente al 21 marzo 1997 (primo Governo Prodi, con Carlo Azeglio Ciampi ministro dell’Economia e della Programmazione economica) che disciplina i principali strumenti della programmazione negoziata. Patti territoriali, contratti d’area: la presenza ai tavoli dei sindacati viene prevista formalmente. E anche quando non lo è – come nei casi dei contratti di programma, delle intese istituzionali di programma, degli accordi di programma quadro – i sindacati vi siedono ugualmente e la Cgil fa la parte del leone. Si potrebbe ricostruire una geografia puntuale della partecipazione attiva della Cgil ai tavoli territoriali della concertazione negoziata consultando un prezioso documento intitolato “Stato di avanzamento dei patti territoriali e dei contratti d'area, regione per regione”, datato 23 settembre 1999 e conservato presso l’Archivio storico della Cgil Roma e Lazio “Manuela Mezzelani”.
Landini faccia il beau geste: lo renda pubblico. E molto si capirà dell’influenza avuta dal sindacato rosso nell’organizzare quell’architettura istituzionale-normativa di evidente ispirazione dirigista. Per i non addetti ai lavori: a cosa serviva tutta quella roba da burocrazia sovietica? Ufficialmente, a creare i partenariati sociali e a definire gli interventi di sviluppo locale, occupazione e investimenti. Che, tradotto in linguaggio corrente, significa: decidere dove allocare le risorse pubbliche statali, quelle afferenti dai fondi europei; chi finanziare e chi far lavorare. Un boccone ghiotto. Come lo è stato e lo è ancora il generoso capitolo della formazione continua dei lavoratori. L’albero della cuccagna, che si erge gioioso e prospero nel cortile d’onore del consociativismo elevato a sistema, si chiama: struttura dei fondi paritetici interprofessionali per la formazione continua dei lavoratori delle imprese aderenti.
Denari, tanti denari che passano dalle mani dei rappresentanti dei lavoratori che quei Fondi li promuovono, li costituiscono e li gestiscono, insieme alla controparte padronale, in una governance condivisa. Somme rilevantissime se si considera che nell’anno di riferimento 2024 i trasferimenti ai fondi interprofessionali indicati nella relazione dello stesso rendiconto dell’Inps sono stati di 1,071 miliardi di euro circa. Giorno verrà in cui dagli inferi planeranno sulla terra demoni alati a scoperchiare il gigantesco vaso di Pandora della formazione continua finanziata dei lavoratori e quegli stessi demoni fuggiranno a gambe levate disgustati da ciò che avranno visto.
La Cgil è stata ed è parte dell’ingranaggio che ha portato l’Italia a ridursi come è stata trovata nel 2022 dal Governo Meloni. E la Cgil – che oggi pretende d’intestarsi la “rivolta sociale” – era lì, assisa al tavolo dei potenti. Se il nostro Paese non è il migliore dei mondi possibili ma è un posto dove ha regnato la finanza pubblica colabrodo non è colpa di un destino cinico e baro ma dell’agire di ben individuati soggetti, con tanto di nome e cognome. Al tavolo delle decisioni che contano c’erano anche loro, quelli della rossa Cgil. Ora, è vero che la chirurgia ricostruttiva fa miracoli, ma a tutto c’è un limite.
Maurizio Landini faccia l’espressione feroce quanto gli pare ma non può pretendere di rifarsi una verginità a scopo elettorale cancellando il fatto che i suoi abbiano avuto le mani in pasta nel plasmare tanto maldestramente l’Italia degli anni Novanta e dei primi due decenni del Duemila. E se falle enormi del sistema vi sono state, Landini non può chiamarsi fuori dalla responsabilità di aver contribuito a renderle più profonde. Adesso vuole pensare a fare il bene della nazione? E perché non ci ha pensato negli anni in cui a comandare al centro come nei territori erano anche i suoi “compagni” sindacalisti? É per queste fondate ragioni che ogni qualvolta accada di ascoltare l’ululare rabbioso, idrofobico, del leader della Cgil, a noi venga il voltastomaco. Volete darci torto?
Aggiornato il 21 ottobre 2026 alle ore 09:29
