Ci vuole fiuto. E peccato se per la sinistra puzzano di fango bagnato da oro nero. Ci sono uomini (e imprenditori) che il cinema ha raccontato come se avessero qualcosa da farsi perdonare. Troppo ricchi, troppo ambiziosi, troppo potenti. Uomini che scavano, trivellano, comprano, rischiano, accumulano. Il petrolio, poi, è quasi sempre il peccato originale. Nero, vischioso che profuma di denaro e di potere. Da Il Gigante a Il petroliere, passando per tutta la grande epopea americana del petrolio, il cinema ci ha consegnato una galleria di uomini disposti a sporcarsi le mani pur di conquistare un pezzo di futuro. James Dean che attraversa il Texas con il vento della frontiera alle spalle. Gregory Peck che nel Il petroliere di George Stevens si muove dentro un’America ancora convinta che la ricchezza possa essere costruita dal nulla. E poi Daniel Plainview, il Daniel Day-Lewis di There Will Be Blood, il lato oscuro, quasi mostruoso, di quella stessa cavalcata.
Il cinema li ha spesso giudicati. Ma almeno una cosa l’ha capita: dietro ogni barile di petrolio c’è una storia di rischio, capitale, infrastrutture, lavoro, fatica e capacità industriale. E soprattutto c’è un pezzo di quella cosa molto poco cinematografica che chiamiamo caccia ai soldi. Oggi il paradosso è tutto italiano. Quei brutti, sporchi e cattivi petrolieri che per decenni abbiamo guardato con sospetto sono chiamati, ancora una volta, a fare quello che lo Stato da solo non può fare più.
Eni ha deciso di fissare un tetto al prezzo dei carburanti commercializzati da Enilive: 2,19 euro al litro per il gasolio e 1,99 per la benzina. Circa 17 centesimi in meno rispetto ai livelli medi attuali. Il meccanismo partirà da oggi 28 settembre e durerà inizialmente trenta giorni, con la possibilità di essere prorogato fino alla fine dell’anno, in funzione dell’andamento dei mercati e degli approvvigionamenti. Anche Socar, azienda energetica dell’Azerbaijan, ha deciso di calmierare i prezzi dei carburanti commercializzati sul mercato italiano dalla controllata Italiana Petroli (Ip). Non è una bacchetta magica. Non cancella le guerre, non riapre in una notte le raffinerie chiuse, non può inventare petrolio dove non ce n’è. Ma è una scelta concreta per attenuare il colpo che l’impennata delle quotazioni sta infliggendo a famiglie e imprese.
Il mondo sta vivendo una contrazione dell’offerta di prodotti raffinati. Le crisi geopolitiche hanno reso più fragile il mercato internazionale, mentre l’Europa si è scoperta con una capacità di raffinazione sempre più ridotta. Quasi trenta raffinerie hanno chiuso negli ultimi quindici anni. È il genere di numero che normalmente passa inosservato, fino a quando non diventa un prezzo scritto sul display di un distributore. Per anni abbiamo coltivato l’illusione che la sicurezza energetica fosse una questione quasi esclusivamente ambientale, normativa, burocratica. Poi arriva la realtà che presenta il conto: se chiudi capacità industriale, prima o poi quella capacità manca. Se dipendi dall’estero, prima o poi l’estero diventa una variabile del tuo bilancio.
Eni ricorda di aver già assorbito, dallo scorso marzo, una parte significativa dell’aumento delle quotazioni internazionali, evitando di trasferirlo integralmente sui prezzi consigliati dei propri distributori. Ora aggiunge un altro intervento e a investire nelle bioraffinerie di Venezia e Gela, nella trasformazione di Livorno e negli altri siti italiani, cercando di conservare capacità industriale, occupazione e produzione di carburanti sostenibili. Il vecchio petrolio non scompare perché lo abbiamo dichiarato moralmente impresentabile. Le automobili continuano a muoversi, i camion devono trasportare merci, gli aerei devono volare, le imprese devono produrre. E mentre si costruisce il futuro delle rinnovabili, del nucleare, dell’elettrico, dell’idrogeno e dei biocarburanti, qualcuno deve garantire che il presente non si fermi.
Nel Il Gigante, il petrolio è la grande scommessa che cambia il destino di una famiglia e di un territorio. In There Will Be Blood, è invece la forza primitiva di un capitalismo capace di divorare uomini e paesaggi. In Armageddon il cinico Harry Stamper (Bruce Willis) è l’esperto di trivellazione petrolifera che salva il mondo dall’impatto con un asteroide. Sono facce della stessa medaglia. Quella di un’industria che ha trasformato il Novecento più di quanto il Novecento sia riuscito a trasformarla. Servono raffinerie. Servono navi. Servono oleodotti. Servono investimenti. Servono capitali. Servono imprese che sappiano assumersi il rischio di costruire e mantenere una capacità industriale che, quando tutto funziona, consideriamo quasi invisibile. Poi arriva la guerra, arriva la crisi energetica, arriva la scarsità e improvvisamente ci accorgiamo che quella roba lì era importante.
È il vecchio paradosso dell’energia. La vogliamo sempre disponibile, possibilmente economica, possibilmente pulita e, soprattutto, possibilmente lontana dai nostri occhi. Ma ogni tanto qualcuno deve ricordarci che dietro una pompa di benzina c’è una catena industriale. E così gli eterni cattivi della storia, quelli con le mani sporche di petrolio raccontati dai film come avventurieri senza scrupoli, finiscono ancora una volta nel ruolo meno glamour di tutti: quello di chi tiene aperta una porta quando fuori infuria la tempesta. Drill, baby, drill.
Aggiornato il 28 settembre 2026 alle ore 10:00
