Sassolini di Lehner
All’attenzione del ministro Guido Crosetto. Ci spariamo addosso. Quattro militari italiani in missione in Lettonia sono rimasti feriti, purtroppo uno è grave, non da un drone russo, ucraino, iraniano. Avevano lasciato aperto il portellone del “Dardo”, veicolo corazzato, quando è arrivato un colpo di mitraglia partito accidentalmente da un altro “Dardo” italiano. Altro che “fuoco amico”: qui siamo al fuoco patriottico imbranato. Nessuna meraviglia, visto che non possiamo vantare una grande tradizione militare. E chissenefrega, arrendersi è spesso l’opzione più sensata.
I francesi si arresero ad Hitler prima di subito. Philippe Petain, da una parte, Charles De Gaulle, dall’altra, ecco la garanzia che la Francia si sarebbe comunque assisa al tavolo dei vincitori. Nel 1859, migliaia di soldati francesi combatterono e morirono per far grandi i Savoia. Massoneria europea e finanzieri inglesi moltiplicarono e resero vincenti gli ardimentosi Mille, militarmente destinati al sacrificio. Mafia e camorra diedero più di una mano a Bixio e Garibaldi. Con gli spiccioli dei Rothschild ed altri banchieri della City di Londra, come Carl Joachim Hambro, vennero corrotti gli ufficiali, che avrebbero potuto spazzar via le camicie rosse e che, invece. tradirono il loro re, Francesco II. Dai moti del 1820-21 sino alla proclamazione del Regno (1861), solo 6.000 italiani – su una popolazione complessiva, compresi i territori ancora non annessi, vicina ai 30 milioni – tra carbonari, mazziniani, volontari e soldati regolari, persero la vita, combattendo per la patria.
L’Italia ha pur prodotto singoli sublimi eroici, non grandi armate e tantomeno comandanti affidabili. La Terza guerra d’Indipendenza fu tragicamente ridicola, per terra e per mare. Alla fine, a furia di perdere, guadagnammo Veneto, Mantova e una porzione del Friuli solo grazie alla Prussia, nostra alleata. La singolarità di codesta situazione di vantaggio per il perdente totale divenne oggetto di scherno. Nel corso del Congresso di Berlino (1878), il diplomatico italiano, il conte Luigi Corti, cerca di ottenere l’annessione del Trentino. Al che, il ministro degli Esteri russo, il principe Aleksandr Michajlovič Gorčakov, formula la seguente sanguinosa ironia: “L’Italia deve aver perduto un’altra battaglia se chiede di annettersi un’altra provincia”.
Purtroppo, l’esercito composto dall’armata sarda, da quella dei Borboni, dai garibaldini e dalle truppe dei territori annessi, alla seconda prova del fuoco, a Custoza e a Lissa, dà uno spettacolo indecente. Nella prima ebbe vita facile, sbaragliando i meridionali, armati di rabbia e odio, più forconi che fucili, trattati come criminali, descritti come briganti antitaliani, rozzi, trogloditi ed incivili, macchiatisi di resistenza ai ladroni del Nord ed alla piemontisizzazione forzata.
Il Sud derubato e terrorizzato qualche ragione, in realtà, l’aveva. Il generale Enrico Cialdini viene inviato a risolvere la questione meridionale in veste di macellaio. Infatti, tratta i poveri contadini affamati come soldati già borbonici, ergo, criminali non da fermare, bensì da sterminare. Interi paesi, sospettati di complicità, vengono occupati militarmente, perquisite e distrutte le abitazioni, requisiti beni e viveri, gli occupanti deportati. Non basta: centinaia di esecuzioni pubbliche a mo’ di esempio, una sorta di anticipo delle fosse Ardeatine. Basta che un meridionale possieda un fucile da caccia per essere legalmente ammazzato. Insomma, sagra di orrori fratricidi nella prima sortita dell’esercito italiano. Del resto, le più crudeli guerre civili non ce le siamo mai fatte mancare
Nel 1866, a Custoza, i generali Alfonso La Marmora, Giovanni Durando, Enrico Morozzo della Rocca, Giuseppe Salvatore Pianell, Nino Bixio, il giovane Umberto di Savoia, Giuseppe Sirtori riescono tutti insieme, chi più, chi meno, a combinare il disastro. Gli unici, ma irrilevanti, successi italiani, vedi Bezzecca, provengono dagli eroici volontari garibaldini. Tuttavia, il peggio del 1866 giunge dall’ammiraglio Carlo Pellion di Persano. A capo di 32 navi della Regia Marina italiana (11 corazzate, 3 cannoniere, 7 navi di legno, 7 piroscafi, 4 carboniere) riesce a farsi umiliare dalle 27 navi – di cui solo 7 corazzate – di Wilhelm von Tegethoff, comandante della Kriegsmarine. Come per Custoza, anche a Lissa la fa da padrona l’incomunicabilità tra i comandanti italiani, l’un contro l’altro armati. Inoltre, nessuno di loro ha esperienza diretta di battaglie navali. Chissà se sappiano almeno nuotare.
Si aggiunge l’immensa stupidità di Persano. Cambia nave di bandiera, passando dalla Re d’Italia all’Affondatore, senza motivo alcuno e senza avvertire alcuno. Gli ammiragli Giovanni Vacca e Giovan Battista Albini, pur di non eseguire gli ordini dell’odiato Persano, fingono di non essersi accorti del trasbordo, continuando con tutti gli altri allocchi ad attendere ordini, che non potevano più provenire, dall’abbandonata Re d’Italia. Di contro, von Tegethoff è obbedito, punto e basta, e può contare su ottimi equipaggi. Gran parte dei suoi marinai sono italiani di Dalmazia, Fiume, Istria, Trieste. Il paradosso vuole che acquisiamo il Veneto, dopo essere stati beffati e affondati da marò italiani e da 600 valenti marinai veneziani.
La regia cerebrolesa di Custoza e Lissa si somma con la sciocca presunzione del ministro della Marina, Agostino Depretis. Francesco Giuseppe, sconfitto a Sadowa, 3 luglio 1866, dai prussiani, prima di Lissa (20 luglio), comunica, 5 luglio, la disponibilità a consegnare il Veneto all’Italia, non direttamente, ma dalle mani di Napoleone III. Giammai! Stando all’irto spettral vinattiere di Stradella, noi, sedicenti figli di Marte, rifiutiamo l’offerta, volendo riprenderci il Veneto da prodi, combattendo. Prodi? piuttosto brodini depretistini. Millantando, tutto fumo, niente arrosto, a Lissa spariamo la miseria di 1452 cannonate, mentre gli austriaci, con tonnellaggio e armamenti assai inferiori, rispondono con 4. 456 colpi.
Per la serie l’italiano è grande solo individualmente, dopo Lissa, processo a Persano e soci incapaci, medaglia d’oro a Francesco Faà di Bruno e Alfredo Cappellini, affondatisi con le loro navi.
Tralascio Caporetto, capolavoro del tenente Erwin Rommel, disastro di Pietro Badoglio, mai toccato, graziato, anzi promosso, sino a prendere il posto di Mussolini nel luglio 1943. Benito, ignorando la storia dell’Ottocento, evocò gli antichi romani che, però, nulla di veramente marziale lasciarono ai posteri, imbastarditi da mille invasioni e dominazioni, con varie sostituzioni etniche barbariche. Tralascio la vergogna della “pugnalata alle spalle” ai francesi già sconfitti da Hitler o il rossore delle reni che quattro gatti greci stavano per spezzarle a noi. Gli italiani ibridati da unni e goti, a tutto pensarono, magari alle faide o alle pugne di campanile, ai duelli sempre col nemico fraterno, piuttosto che immolarsi contro l’avversario o l’invasore. Franza o Spagna purché se magna vige. tuttavia, anche tra i savi.
Gli ottimisti ci stimano ormai arditi volenterosi. Oltre a salvare l’Ucraina, saremmo pure preparati a spezzare le reni a Vladimir Putin. Da modesto pessimista, però, forse meglio informato, ritengo che in caso di attacco da parte non della Russia, ma della Repubblica di San Marino, dovremmo subito provvedere alla ritirata strategica, dilazionando la fine, cioè soccombere alle forze soverchianti del titanico nemico, disceso, appunto, dal monte Titano.
Aggiornato il 28 settembre 2026 alle ore 09:25
