Le due guerre che hanno investito l’Iran, e questa in corso, dopo decenni di ostinata applicazione di politica di appeasement, hanno messo a nudo la miopia delle potenze occidentali: pur di non imboccare l’unica strada giusta, hanno percorso tutte quelle sbagliate. La sollevazione popolare di gennaio e il massacro inaudito di migliaia di giovani hanno mostrato, con crudezza, che per tali potenze il valore della vita umana è spesso relativo, subordinato a un tornaconto interno.
Una cosa è certa: il problema che da decenni attanaglia la popolazione iraniana ha iniziato a minacciare direttamente e pesantemente non solo il Medio Oriente, ma l’intero sistema internazionale.
Forse a qualcuno sorgerà questa domanda: esiste una soluzione per la questione iraniana? Si potrà mai disinnescare una macchina produttrice di crisi, programmata e permanente, che destabilizza gli equilibri regionali, altera quelli globali e tiene in ostaggio un’intera nazione? La domanda non è un esercizio di stile: pone una questione che è diventata di fatto il nodo centrale della sicurezza internazionale.
Nella confusione di questi drammatici mesi, si è continuato a cercare “del buono” all’interno del regime islamico, quando non addirittura a coltivare l’illusione di restaurare la dittatura monarchica. Questa confusione è il riflesso di una miopia strategica che accompagna da decenni la politica di appeasement. Se un marziano osservasse i comportamenti dei governi occidentali e dei loro analisti, cosa direbbe? Direbbe che, per compiacere un potere selvaggio e incontrollabile, questi attori hanno taciuto, mistificato e deformato le istanze democratiche, la lotta e i dolori di un intero popolo. Direbbe che hanno stupidamente demonizzato e incatenato la sua resistenza organizzata, sacrificando la verità e la giustizia sull’altare di un calcolo politico miope, mettendosi in un vicolo cieco.
La realtà è che la crisi iraniana non è più un affare interno: è una minaccia strutturale che si espande, si replica e si proietta oltre i confini. Ignorarla, o peggio giustificarla, significa alimentare la stessa macchina che produce instabilità permanente.
Oggi il regime iraniano sopravvive solo attraverso una violenza spietata contro una popolazione inerme che non lo vuole più e attraverso uno stato permanente di guerra. Per la teocrazia iraniana la guerra esterna è certamente pericolosa, ma una tregua o peggio un accordo di pace lo sarebbe ancora di più: perché lo esporrebbe direttamente a una società che non ne può più, stremata da una crisi economica acutissima e da un collasso sociale ormai irreversibile.
La dittatura del velayat-e faghih al potere in Iran è diversa da tutte le altre dittature. Per batterla occorre liberarsi di ogni affinità, cancellare ogni residuo di accondiscendenza e abbandonare definitivamente l’idea che possa essere riformata dall’interno. Solo così si può affrontare un sistema che vive di repressione, manipolazione ideologica e guerra permanente, e che considera ogni segno di apertura come una minaccia mortale alla propria sopravvivenza. Un regime che non è capace di rispondere nemmeno ai bisogni primari della propria società, in guerra con il proprio popolo e costantemente sfidato da una resistenza radicata, ha bisogno di esportare crisi e alimentare conflitti per evitare la propria caduta.
Ecco cosa succede da decenni nella Regione. Esportare le crisi interne per il regime è l’unica e indispensabile strategia di sopravvivenza: spostare all’esterno la pressione che non riesce più a contenere all’interno; trasformare la destabilizzazione regionale in un ammortizzatore politico; usare la guerra come schermo per non affrontare una società che lo rifiuta in blocco. Ecco a cosa serve creare “l’asse di resistenza”, costato al Paese fiumi di miliardi, e una guerra per procura che ha incendiato la Regione. Come si fa a non vedere una verità così evidente, si domanda il nostro marziano. Forse, pensa tra sé e sé, le democrazie stanche non tollererebbero un Iran democratico!
La prospettiva del cambiamento in Iran non può basarsi che su realtà oggettive. Una distanza incolmabile tra i ceti sociali senza precedenti; una povertà diffusa priva di rimedi; crisi sociali e ambientali croniche che stringono la gola di una popolazione intrappolata nella geenna del regime e pronta per una rivolta: questo è oggi il volto reale dell’Iran, privo di una leadership e in balia della lotta intestina al potere. Per tutte queste crisi il regime non ha alcuna soluzione, e l’Occidente ha mostrato di non avere altra risposta se non l’appeasement o la guerra: entrambe fallite.
Non rimane davvero altra scelta che puntare sul popolo iraniano e sulla sua resistenza organizzata, radicata nel Paese come dimostrano le attività quotidiane delle Unità di resistenza in numerose città. Una via d’uscita esiste: il rovesciamento del regime per mano del popolo iraniano, che pagherebbe il prezzo della libertà attraverso una resistenza capace di organizzare la resurrezione politica del Paese e porre fine alla dittatura.
Altrimenti come si può pensare di combattere un regime ideologico senza conoscerlo? Come si può battere un sistema se non si affronta il suo nucleo: il Corpo dei pasdaran? Solo pochi giorni fa la Gran Bretagna ha inserito i pasdaran nella lista delle organizzazioni terroristiche, e l’Unione europea lo aveva fatto a febbraio. Ora servono atti concreti, però. Il nostro marziano direbbe ai governanti delle democrazie di farsi un serio esame di coscienza: la politica di accondiscendenza è fallita, e non era nemmeno difficile prevederne il fallimento.
Una guerra esterna non rovescerà il regime, perché si è preparato sin dall’inizio per la guerra; e anche qualora lo abbattesse, non potrebbe che ripetere le esperienze dell’Afghanistan e dell’Iraq. Serve invece un atto di coraggio e lucidità: riconoscere la Resistenza Iraniana, che da decenni combatte il regime e i suoi pasdaran.
I governanti occidentali sanno bene quanto il potere teocratico tema i Mojahedin del Popolo e cosa sia disposto a fare per affrontare la loro efficacia.
Il nostro marziano direbbe che il movimento di liberazione in Iran ha radici profonde, che è l’unica soluzione alla crisi iraniana e che non lo si può eliminare dalla scena politica iraniana.
Aggiornato il 20 luglio 2026 alle ore 09:41
