Sassolini di Lehner
Il fatto che il Partito democratico intimi alla Rai di sanzionare Bruno Vespa disvela per l’ennesima volta l’angustia intellettuale di quel perimetro politico. Cu fu? Il conduttore e l’ideatore di Porta a porta, davanti alla temeraria accusa di parzialità pro governo Meloni scagliata da Giuseppe Provenzano, reagì sdegnato: “Questo non glielo consento! Adesso stia zitto, lasci parlare gli altri per favore”. Ammutolire Provenzano o qualsiasi altro compagno che pretenda di insegnare il mestiere a un preparatissimo veterano del giornalismo, nonché ottima penna della saggistica, non solo è sacrosanto, ma è doveroso imperativo etico. Beppe il piddino mi ha fatto tornare in mente un presuntuoso studente alla Sapienza: stavo illustrando il corso monografico sulla critica letteraria sul Barocco, quando il giovane supponente chiese la parola, esordendo con “io penso…”. Lo bloccai ipso facto, spiegandogli: “Lei al momento non deve pensare, bensì ascoltare, studiare, apprendere. Alla fine del corso, ammesso che abbia ben memorizzato e capito a sufficienza, soltanto allora sarò curiosissimo di conoscere il suo pensiero. Adesso, però, è pregato di star zitto”. No, di cognome non faceva Provenzano, ma lo prefigurava.
Bruno Vespa, come è normale, può avere le sue preferenze politiche, ma, essendo un vero professionista, sente l’imperativo deontologico di informare correttamente, riportando tutte le posizioni. Resta, dunque, un esempio di come si possa e si debba garantire la par condicio. Anzi, confrontandolo col giornalismo combattente di certi colleghi, bisognerebbe conferirgli il premio “obiettività, completezza e correttezza delle informazioni”. Non lo dico per simpatia od altre contiguità affettive, ma sulla base anche di esperienze personali. Ne cito solo due, ma assai significative. Vespa fece pervenire ad Hammamet la richiesta di intervistare Bettino Craxi. Era la stagione avvelenata del circo mediatico-giudiziario e il fonema “giornalista” evocava William Lynch, Charles-Henri Sanson, Mastro Titta e tutti i boia civili e togati della reiterata colonna infame di Milano. Bettino, l’untore di turno, mi chiese se fosse opportuno fornire altra legna ai roghi massmediatici. Lo convinsi che Vespa era un giornalista serio, nulla a che fare con quanti coloravano con la bile e col veleno le veline di procura. L’incontro avvenne in un ristorante prossimo alla battigia e al cimitero dove dal gennaio 2000 riposa il grande statista. Rimasi colpito dalla capacità di Bruno di trascrivere velocemente, pur in bella calligrafia, tutte le parole pronunciate da Bettino. L’intervista non era destinata a un giornale, bensì a un saggio di prossima pubblicazione per Mondadori. Ebbene, mi inorgoglì l'aver convinto Bettino a fidarsi di Vespa, giacché nel libro l’intervista venne riportata esattamente, senza censura alcuna, senza chiose spiacevoli o ironie conformi alla fosca temperie di allora. L’esule demonizzato esternò le proprie ragioni e il professionista coscienzioso le riportò fedelmente.
Il secondo impatto fu nel 2009, proprio a Porta a porta, dove Vespa mi invitò, avendo letto le mie dichiarazioni a proposito dello stupro nel Parco della Caffarella. Vennero arrestati due romeni per stupro, violenza e rapina ai danni di una quindicenne e del suo fidanzatino. Espressi alle agenzie il mio convincimento: “Personalmente, e sono sicuro di non sbagliare, avendolo contattato già due volte nella cella di Regina Coeli, posso dire che Racz è un giovane sensibile e buono che non assomiglia per niente a quei titoli infelici e mostrificanti che ho letto sui giornali”. In quanto parlamentare, avevo approfittato spesso di far visite di controllo nei penitenziari. A Regina Coeli parlai due volte con Karol Racz, il maggior sospettato dello stupro, e Alexandru Isztoika Loyos, presunto complice. Fonti credibili mi informarono che Karol fu spesso deriso e bullizzato per la sua integrità, un autentico “onestissimo idiota”, un diverso incapace di delinquere. In effetti, avevo visto giusto, perché i due furono presto ritenuti estranei al fattaccio e scarcerati. Vennero, infatti, arrestati i due veri responsabili, anch’essi romeni. A Porta a porta mi trovai di fronte una platea di colpevolisti, fra cui Gianni Alemanno, allora sindaco di Roma. Costoro, del resto, erano in perfetta buona fede, basandosi soltanto sul can-can mediatico. S’era pure aggiunta la notizia di una signora oggetto di violenza nel quartiere di Primavalle, in via Andersen, che avrebbe riconosciuto Racz per via del “naso schiacciato”. Ebbene, nonostante che, al momento, sembrassi un ciarlatano buonista, Vespa diede egualmente e ampiamente modo a me, solitaria e forse odiosa vox clamantis in deserto, di dimostrare l’errore di persona.
Aggiornato il 22 giugno 2026 alle ore 09:44
