Inibire un importante strumento di adattabilità rischia di danneggiare il “Made in Italy”
Il dibattito sul lavoro, negli ultimi anni, è stato dominato dalla proposta di introdurre un salario minimo per legge. Diversamente dalla maggior parte dei Paesi europei, l’Italia – come del resto Austria, Svezia, Danimarca e Finlandia – non fissa per legge i minimi salariali, affidandone la determinazione alla contrattazione tra le parti sociali. È una scelta saggia perché sono proprio sindacati e rappresentanze datoriali ad avere maggiore contezza delle condizioni reali dei lavoratori e delle imprese e, dunque, delle possibilità che questi possono avere di redistribuire parte degli utili, in funzione del contributo che alla loro produzione arriva dai diversi fattori produttivi. Il pilastro di questo sistema è l’articolo 39 della Costituzione – ancora parzialmente inattuato – che lega l’efficacia erga omnes dei contratti alla registrazione e alla trasparenza dei sindacati.
Caratteristiche, queste, che non sono mai state propriamente disciplinate. Vaste programme, si direbbe: quello che ci interessa sottolineare in questa sede è, però, che il nostro sistema di relazioni industriali si fonda sulla centralità e la responsabilità delle parti negoziali. Tale principio ha trovato un ulteriore rafforzamento in una norma del 2011 che, riprendendo un’idea di Marco Biagi, consente di derogare ad alcuni aspetti dei contratti collettivi nazionali di lavoro e perfino delle leggi tramite i cosiddetti accordi di prossimità, cioè la negoziazione a livello aziendale e territoriale. Restano esclusi da tale possibilità di deroga solo alcuni elementi cruciali dei contratti nazionali (per esempio, salari e norme europee restano immodificabili). Nella prassi, però, tutte le parti sociali hanno fatto ampio uso di questo elemento di flessibilità, per intervenire – tra l’altro – sugli orari di lavoro e sulle carriere. Ora quella norma rischia di andare in soffitta.
Un emendamento della Lega al Decreto Primo Maggio richiede la registrazione e la sottoscrizione degli accordi nelle piccole imprese presso gli ispettorati del lavoro nel caso di “trattamenti peggiorativi”. Di fatto, questa modifica – fortemente sostenuta dalla Cgil, che pure degli accordi di prossimità ha giustamente fatto ampio uso – finisce per burocratizzare e ingessare una procedura che si era dimostrata utile e che era stata impiegata con profitto da tutte le parti sociali, con soddisfazione per i lavoratori. Come ha scritto Maurizio Sacconi, presidente del comitato di indirizzo del laboratorio “Reinventing Work” dell’Ibl e ministro del Lavoro quando quella norma era stata introdotta, “Così si esprime diffidenza verso i maggiori sindacati, che usualmente firmano accordi migliorativi e che nello stesso decreto sono riconosciuti garanti del salario giusto”. Bisogna sperare che questo errore – chiamiamolo così – sia corretto al più presto. Di fatto, in un paese così diversificato come l’Italia, nel quale le imprese sono relativamente piccole e molto differenziate nelle scelte organizzative, nei settori produttivi e nei mercati di riferimento, inibire un importante strumento di adattabilità rischia di danneggiare quello stesso “Made in Italy” che il governo dice di voler promuovere.
(*) Tratto dal sito dell’Istituto Bruno Leoni
Aggiornato il 16 giugno 2026 alle ore 11:10
