L’eredità di Giovanni Falcone

Sono passati 34 anni da quando la mafia, o meglio ‒ come mi avrebbe corretto lui stesso ‒ la Cosa nostra siciliana, ha ucciso Giovanni Falcone, insieme a sua moglie Francesca, e tre uomini della sua scorta, sull’autostrada che lo riportava a casa, vicino a Capaci, tra l’aeroporto di Palermo e la città.

Gli studenti delle scuole italiane lo conoscono, pur non essendo dei suoi contemporanei. È ormai indiscutibilmente un eroe nazionale, anzi, un martire della Repubblica, per aver versato il suo sangue per la libertà della Sicilia, e dell’intera Nazione, dall’oppressione mafiosa.

Ancora oggi viene “usato come clava”, per sostenere idee e progetti a lui del tutto estranei, per mere convenienze politiche e di potere, senza averlo mai ascoltato, capito e difeso, soprattutto quando erano in molti ad attaccarlo, e non solo tra la criminalità organizzata che aveva strenuamente ed efficacemente combattuto.

Sono stato accanto a Giovanni Falcone al Ministero della Giustizia nell’ultimo periodo della sua vita. Non posso dire il più difficile, perché credo di momenti facili non ne abbia mai veramente vissuti, almeno da quando iniziò a svolgere il ruolo di Giudice istruttore a Palermo; e fare una graduatoria tra isolamento, attentati, accuse infamanti e la strage in cui venne assassinato risulta davvero assai arduo, posto che nel mezzo c’era solo il lavoro.

Eppure, quando arrivava il lunedì mattina da Palermo, con gli appunti delle cose da fare durante la settimana, elaborati tra il sabato e la domenica a casa insieme a sua moglie Francesca, magistrato anche lei, c’era sempre il tempo per uno scherzo, una battuta, un po’ di buon’umore, anche quando la pressione dall’esterno era davvero pesante.

Allora non avevo nessuna consapevolezza dell’eccezionale portata del disegno e della strategia di contrasto del crimine mafioso che era nella sua mente, e che giorno dopo giorno prendeva corpo nelle iniziative che suggeriva e nelle leggi che proponeva.

Avevo solo un grande entusiasmo, perché avvertivo la certezza che, con Giovanni Falcone al comando, la battaglia contro la mafia sarebbe stata vinta. E, senza alcun merito, mi trovavo giovanissimo al suo fianco, ma solo perché molti altri magistrati, ben più titolati di me, si erano rifiutati di venire a lavorare con lui.

Ricordo ancora che, appena dopo la strage di Capaci, il Ministro della giustizia dell’epoca, Claudio Martelli, tenne una conferenza stampa nella quale disse che la morte di Giovanni Falcone sarebbe stato il peggiore affare di Cosa nostra, perché l’avrebbero pagata caramente.

Non so se lo disse per confortare una Nazione smarrita, oppure se ne fosse convinto seriamente. Io fui da subito convinto del contrario, perché sapevo cosa era stato fatto al Ministero della Giustizia sotto la guida di Giovanni Falcone, cosa si stava facendo, e cosa non sarebbe stato fatto mai più.

Giovanni doveva ancora prendere possesso al Ministero della Giustizia quando infervorava la polemica per la scarcerazione di Michele Greco più 43 imputati, cioè i vertici di Cosa nostra nel Maxiprocesso, per decorrenza dei termini di custodia cautelare, in virtù di una interpretazione delle norme piuttosto favorevole per questi ultimi.

Non aveva ancora preso possesso al Ministero, perché da procuratore aggiunto a Palermo voleva firmare, assumendosene la responsabilità, insieme ai colleghi, la richiesta di rinvio a giudizio per il cosiddetto processo degli omicidi eccellenti, fra cui quello di Piersanti Mattarella, per il quale era stato accusato, ancora una volta ingiustamente, di avere tenuto i “fascicoli nel cassetto”.

Ciò non gli impedì di promuovere il decreto legge 1° marzo 1991 n. 60, cosiddetto “antiscarcerazioni”, di interpretazione autentica delle norme inopinatamente applicate dalla prima sezione della Corte di Cassazione presieduta dal giudice Carnevale, che riportò tutti in carcere, dopo solo tre giorni di libertà.

Il ritmo con il quale procedeva mettendo a punto gli strumenti che ancora oggi sono alla base della nostra capacità di contrasto del crimine organizzato, era veramente straordinario. Soprattutto se guardiamo con gli occhi di oggi, dopo più trent’anni nei quali non solo non è stato introdotto niente di nuovo, ma sono stati fatti persino passi indietro

Nel maggio 1991, su suo impulso, venne approvato il decreto legge. n. 152 con il quale fu introdotta l’aggravante del metodo e dell’agevolazione mafiosa, ma anche la prima disciplina organica sui collaboratori di giustizia, e si istituirono i servizi centrali di polizia giudiziaria per il contrasto della criminalità organizzata: il Servizio Centrale operativo della polizia di Stato, il Raggruppamento Operativo Speciale dell’arma dei carabinieri, il Servizio Centrale Investigativo sulla Criminalità Organizzata della Guardia di Finanza. (SCO, ROS, SCICO).

E non solo, per la prima volta, sì guardò alla possibilità di contrastare le infiltrazioni mafiose con misure amministrative, come lo scioglimento dei consigli comunali.

Ero accanto a Giovanni Falcone anche il 9 agosto del 1991, quando ricevemmo la notizia dell’assassinio di Luigi Scopelliti, magistrato della Procura Generale della Corte di Cassazione, già designato per sostenere l’accusa nel Maxiprocesso che aveva istruito Giovanni, insieme a Paolo Borsellino, a Palermo.

Ci recammo nell’ufficio del Capo di gabinetto dell’epoca, Livia Pomodoro, dal cui telefono raggiungemmo il giovane sostituto procuratore incaricato dell’indagine. L’intreccio di quel brutale omicidio con le vicende del Maxiprocesso fu subito chiarissimo per Giovanni, che volle mettersi a disposizione del giovane collega per aiutarlo nel cogliere gli aspetti che, senza la sua conoscenza dei fatti, avrebbe fatto assai più fatica a decifrare.

La risposta che ricevette fu così frustrante che gli suggerì l’idea che per fare indagine sulle grandi organizzazioni criminali ci volevano competenze maggiori di quelle ordinarie, periferiche e parcellizzate sul territorio, secondo lo schema tradizionale di una magistratura generalista e non specializzata.

Quel tragico avvenimento fu la molla che lo spinse a volere la istituzione della Direzione Investigativa Antimafia e della Direzione Nazionale Antimafia, insieme alle Procure distrettuali, con una competenza specifica per il contrasto della criminalità organizzata.

Non fu semplice spiegare e convincere i vertici delle forze di polizia, specie dell’Arma dei Carabinieri che già aveva assecondato la richiesta di Giovanni di istituire un servizio centralizzato di polizia giudiziaria come il ROS.

La questione si risolse con un pranzo al comando generale dell’Arma dei Carabinieri, la presenza del capo di Stato maggiore, il generale Pisani, e dei più alti vertici dell’Arma, che tentarono di dissuaderlo; ma l’insistenza di Giovanni, il suo carisma, e la rappresentazione chiara degli obiettivi che intendeva perseguire, aprì uno spiraglio che portò il generale Pisani ad accettare, con la sola condizione che il primo comandante della DIA sarebbe stato un generale dei Carabinieri.

Dopo un paio di settimane tornammo a pranzo al Comando generale ed il Capo di Stato maggiore ci presento il generale Tavormina, aggiungendo che non soltanto i Carabinieri avrebbero aderito alla sua richiesta, ma che l’Arma avrebbe investito in quella impresa le sue risorse migliori.

Più volte mi chiese di andare, in sedi diverse, a perorare tra i magistrati la causa di un pubblico ministero specializzato per la lotta al crimine mafioso.

Andai a presentare il progetto in una assemblea dell’Associazione Nazionale Magistrati che si teneva in Cassazione, senza molta fortuna. Egualmente mi chiese di fare con la Commissione Pisapia che aveva l’incarico di modificare ed adeguare il Nuovo codice di procedura penale, introdotto nell’ottobre 1989, nei due anni successivi. Anche lì il mio sforzo non ebbe alcun successo, per cui, riferendogli gli umori e gli esiti che avevo percepito, di intesa con il Ministro della Giustizia Martelli, ed il Ministro dell’Interno Scotti, questi ruppero ogni indugio ed il 29 ottobre 1991, con decreto legge, istituirono la Procura Nazionale antimafia, le Procure distrettuali, e la Direzione Investigativa Antimafia.

Quel decreto-legge non solo fu dirompente rispetto ad un assetto tradizionale della magistratura, introducendo per la prima volta nel nostro ordinamento la figura di un pubblico ministero specializzato, ma anche un sistema processuale specificamente orientato al perseguimento di reati di stampo mafioso, che la dottrina avrebbe chiamato in seguito “il doppio binario”.

In quel contesto venne stabilito anche un raccordo con la Commissione parlamentare antimafia, nella quale il Ministro della giustizia avrebbe avuto la possibilità di designare un esperto, incarico che ebbi l’onore di poter assolvere subito dopo Piero Grasso, che fu il primo.

Il 29 agosto 1991 venne ucciso a Palermo Libero Grassi, un imprenditore coraggioso e libero, come il suo nome, che era opposto alle richieste estorsive di Cosa nostra.

Giovanni mi chiese di occuparmi della definizione degli strumenti per la realizzazione di una legge antiracket e antiusura, in collaborazione con la Vice Presidenza del consiglio, di cui era responsabile lo stesso Ministro della Giustizia Claudio Martelli.

In quell’occasione conobbi e collaborai con Franco Frattini, eccelso giurista e giovanissimo Consigliere di Stato, che lavorava nell’ufficio legislativo della vice presidenza del consiglio; mettemmo a punto i contenuti del decreto legge del 31 dicembre 1991, con il quale sarebbe stata, per la prima volta, approvata una legge organica contro il racket delle estorsioni e l’usura, con misure urgenti di sostegno delle vittime.

Le polemiche che seguirono per la designazione del primo Procuratore Nazionale Antimafia, da parte del Consiglio Superiore della Magistratura, per il quale Giovanni Falcone aveva presentato domanda, rallentarono la proposizione di nuovi interventi nei primi mesi del 1992; ma con Giovanni continuavamo ad elaborare strumenti che avrebbero potuto essere di sostegno al contrasto del crimine organizzato.

Ad aprile del 1992 Giovanni partecipò a Vienna ad un incontro delle Nazioni Unite nel quale propose la nascita di una Convenzione Internazionale per la lotta al crimine organizzato, nella consapevolezza che solo l’accordo tra le nazioni avrebbe potuto consentire di combattere efficacemente una criminalità che non conosceva confini.

Qualche anno dopo la strage di Capaci, le Nazioni Unite chiesero alla Fondazione Falcone di Palermo di ospitare i lavori di preparazione della convenzione Onu contro la criminalità organizzata transnazionale.

La Fondazione Falcone onorò con successo quell’impegno e le Nazioni Unite, in onore di Giovanni Falcone, aprirono alla firma la convenzione proprio a Palermo dal 12 al 15 dicembre del 2000. Quella convenzione rappresenta, ancora oggi, il principale strumento giuridico internazionale per il contrasto delle mafie a livello transnazionale.

Così non posso non ricordare come un gruppo di collaboratori limitato, ma che si avvaleva della formidabile capacità tecnica di Loris D’Ambrosio, nei giorni immediatamente successivi alla morte di Giovanni, su impulso del ministro Martelli, si impegnò a redigere un decreto legge nel quale riportare tutte le idee ed i progetti che Giovanni Falcone aveva elaborato in quei mesi difficili.

Il decreto legge dell’8 giugno 1992, si intitola Modifiche urgenti al nuovo codice di procedura penale provvedimenti di contrasto alla criminalità mafiosa. Il titolo lo scrissi io stesso alle 22 e 30 della sera del medesimo 8 giugno nella sede della Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana, che all’epoca era al piano terra del Ministero della Giustizia, dove gli estensori delle norme, sfiniti per il lavoro senza sosta dei giorni precedenti, non avevano più alcuna energia disponibile, nemmeno per scrivere l’intestazione. Prima di mezzanotte il decreto venne già pubblicato.

Così presero vita alcuni degli strumenti più formidabili di cui ancora oggi la magistratura si avvale per contrastare la criminalità mafiosa, come il 41 bis, che prevede il carcere duro per i mafiosi; i colloqui investigativi, per favorire le collaborazioni; le misure straordinarie di confisca, purtroppo ridimensionate con gli interventi legislativi successivi.

Insomma, Giovanni Falcone non è soltanto l’eroe senza macchia e senza paura che ha lottato con coraggio contro l’oppressione mafiosa; e nemmeno soltanto il giudice scrupoloso e competente che ha saputo istruire i più importanti processi contro la mafia che il nostro Paese abbia mai conosciuto.

Giovanni Falcone è stato l’artefice di tutto l’apparato istituzionale per il contrasto della criminalità organizzata, che ha saputo trasformare l’Italia, anche nell’opinione internazionale, dal paese della mafia al paese dell’antimafia.

Con la strage di Capaci l’Italia ha perso la sua più formidabile risorsa per la lotta al crimine organizzato, ed io il più prezioso dei miei maestri.

Aggiornato il 23 maggio 2026 alle ore 09:56