Il filo rosso dell’intolleranza

Da Piazzale Loreto alle piazze di oggi

C’è una tendenza ricorrente nel dibattito pubblico italiano: trasformare la storia in un racconto lineare, rassicurante, del tutto privo di zone d’ombra e di contraddizioni. È una tentazione comprensibile, perché semplifica il passato e lo rende più facilmente utilizzabile nel presente. Ma è anche un’operazione alquanto rischiosa, perché finisce per oscurare proprio quegli elementi che aiuterebbero a comprendere meglio ciò che accade oggi.

In questo senso, esiste un filo rosso che lega momenti diversi della storia italiana e che non può essere ignorato senza correre il rischio di cadere in una lettura parziale degli eventi. Un filo che passa anche da Piazzale Loreto, nell’aprile del 1945, quando i corpi privi di vita di Benito Mussolini e di Claretta Petacci furono esposti alla furia della folla. Non fu soltanto la rappresentazione plastica della fine del fascismo, ma anche un momento in cui la violenza travalicò il confine della giustizia, trasformandosi in accanimento e disumanizzazione.

Quell’episodio non esaurisce la Resistenza, ma ne rivela una componente spesso rimossa. La lotta partigiana non fu un blocco monolitico: accanto al coraggio e al sacrificio convivevano anche odio politico, desiderio di vendetta e una concezione dello scontro come qualcosa di totale, privo di limiti morali. Riconoscerlo non significa sminuire la portata storica della Liberazione, ma restituirle verità.

Alla luce di questa complessità, gli episodi di intolleranza e aggressività emersi nelle piazze italiane lo scorso 25 aprile non possono essere liquidati semplicemente come deviazioni o incidenti di percorso. In alcuni casi, appaiono piuttosto come la riemersione di quella stessa componente che già allora, nel 1945, attraversava il fronte antifascista: una visione della politica come scontro assoluto, in cui l’avversario ‒ e persino il suo cadavere ‒ perde ogni legittimità.

Non si tratta di stabilire equivalenze improprie tra contesti storici radicalmente diversi, né di mettere sullo stesso piano la guerra di Liberazione e le tensioni contemporanee. Si tratta, invece, di riconoscere una possibile continuità: quella di un atteggiamento che, quando riaffiora, tende a giustificare l’intolleranza in nome di una causa ritenuta giusta.

Negare questa continuità significa rifugiarsi in una narrazione consolatoria, che separa nettamente il “bene” di ieri dal “male” di oggi. Ma è proprio questa separazione rigida a impedire una riflessione veramente libera e autentica. Perché solo accettando che anche la Resistenza abbia avuto le sue zone d’ombra si può evitare che esse vengano, ancora una volta, replicate e giustificate.

Una memoria davvero matura non ha bisogno di ricorrere a pratiche autoassolutorie o a tentativi tardivi di purificazione. Ha bisogno, piuttosto, di essere compresa nella sua interezza, anche quando questo obbliga a confrontarsi con ciò che, per convenzione o per calcolo politico, si preferirebbe non vedere.

Aggiornato il 28 aprile 2026 alle ore 09:56