Il grande bluff dello Stretto di Hormuz chiuso e minato

La conferma ufficiale è attesa ad ore. Ma sembra proprio che lo Stretto di Hormuz ce lo siamo chiusi da soli. Dando retta alle fake news delle Guardie rivoluzionarie iraniane che sostenevano di averlo disseminato di mine. Mentre pare proprio che la notizia fosse falsa.
Un bluff a suo modo geniale che ha fatto in modo che le petroliere avvisate del possibile pericolo rifiutassero di entrarvi. Ovviamente.

Però ieri e l’altro ieri gli Usa del tanto vituperato Trump – scaricato sull’onda delle suggestioni dei media “de sinistra” internazionali, prima che il gallo cantasse, anche dai paesi politicamente amici, Italia in primis – hanno deciso di vedere il bluff. E hanno fatto attraversare a più riprese quello stretto dalle loro navi da guerra. Sono entrate, uscite, di nuovo entrate e di nuovo uscite. Fornite delle migliori tecnologie di individuazione delle mine.
E nessuno sinora è saltato in aria. Il tutto sotto lo sguardo attonito e impotente di quei ridicoli barchini iraniani armati con fucili mitragliatori che è quel che resta della grande flotta della repubblica islamica. Fra parentesi, le dodici navi posamine erano state affondate sin dai primi giorni di guerra. E questo faceva pensare già da subito al bluff. Poi in sede di trattativa quando si è andati a stringere i “furbissimi” iraniani hanno detto ai delegati americani che non si ricordavano più dove avessero messo le mine.

A quel punto Trump, informato dai suoi delegati a Islamabad della situazione, da buon giocatore di poker, anzi ottimo, è andato a vedere il bluff.

E ieri ha annunciato la contro mossa: a Hormuz chi vuole può entrare – sempre prendendosi la responsabilità di eventuali incidenti con i terroristi di Teheran – e in compenso si applicherà il blocco navale a tutti i porti dell’Iran.

Il problema quindi sembra essere sorto più che altro dai “wishful thinking” dei principali giornali progressisti italiani e internazionali, tutti “contenti” di potere dire la balla che Trump si era impantanato in un nuovo Vietnam.

Fregandosene allegramente di avere provocato, facendo da cassa di risonanza delle Irgc, il lievitare del prezzo del petrolio, del gas e della benzina nonché l’altalena delle borse mondiali. Un autogol su cui gli ayatollah contavano conoscendo i propri polli mediatici “de sinistra”.

Praticamente, come per la guerra a Gaza si sono prese per vere le cifre e le “cazzate” sparate con la mitragliatrice dal ministero della salute di Hamas, per la guerra in Iran l’unica fonte  presa in considerazione  è stata quella dei pasdaran.

La regola non scritta è che per le notizie diffuse da fonti americane e israeliane si grida sempre al complotto, mentre per quelle che promanano dai movimenti terroristici o dagli stati canaglia mai un “controllino”.

E il vizio è duro a morire se è vero come è vero che anche oggi sui maggiori siti di analisi geopolitiche del caciocavallo si legge che Trump avrebbe chiuso Hormuz. Mentre è vero che ha deciso di bloccare tutti i porti iraniani di modo che nemmeno i ridicoli barchini di cui sopra possano dare fastidio alle petroliere che fra non molto si convinceranno che lo stretto è sicuro.
E che le mine stavano solo nei desiderata dei media progressisti mondiali ben contenti di potere fare da amplificatore all’Iran. Quel simpatico Stato che ha ucciso in tre giorni più giovani del proprio popolo di quanti terroristi e vittime collaterali abbia provocato la guerra a Gaza di Israele. In tre anni.


Aggiornato il 13 aprile 2026 alle ore 14:18