Iran: quando pace non è sinonimo di libertà

A fronte dell’evolversi – meglio: involversi – dell’anomalia iraniana ci chiediamo se siamo divenuti strabici o è il mondo occidentale che ha cominciato a girare all’incontrario. Già, perché proprio non capiamo. Perché tanto odio in Europa verso Donald Trump e la “sua” America? Anche i ciechi vedono quanto il mainstream della stantia politica europea, ampiamente irrorato dai media, faccia il tifo perché Trump fallisca nella guerra contro l’Iran.

Possibile che il desiderio di vedere crollare il potere del tycoon sia incommensurabilmente più forte e più sentito della necessità di chiudere i conti con un regime criminale che minaccia non solo l’esistenza dello Stato d’Israele ma la stabilità e il benessere dell’intero Occidente?

Lo ricordate quel detto un po’ volgare ma efficacissimo del marito che per far dispetto alla moglie si taglia i testicoli? La sensazione è che noi europei siamo giunti a quel punto lì, con tanto di forbici strette tra le dita e pronte a fare zac! D’altro canto, come descrivere lo scenario nel quale il pericolo è un regime che, chiudendo il transito marittimo nello Stretto di Hormuz, non si fa scrupolo di strozzare le economie e la sicurezza energetica non degli Usa ma del continente europeo e, cosa più orribile, dell’affamato continente africano?

Giusto per la chiarezza del quadro globale, la chiusura di Hormuz non blocca soltanto il passaggio delle petroliere e delle gasiere ma anche delle bulk che trasportano i fertilizzanti, prodotti nell’area del Golfo Persico, che consentono di concimare e di sostenere la fertilità dei suoli in aree climatiche particolarmente problematiche. Preveniamo l’obiezione: siamo noi europei a pagare, alla pompa di benzina o sugli scaffali dei supermercati, le conseguenze della guerra scatenata da Donald Trump e da Benjamin Netanyahu. Vero, nessuno ha mai detto, parafrasando Mao Zedong, che la guerra fosse un “pranzo di gala”, né “un’opera letteraria, un disegno, un ricamo; non la si può fare con altrettanta eleganza, tranquillità e delicatezza, o con altrettanta dolcezza, gentilezza, cortesia, riguardo e magnanimità”. Eppure, la diplomazia del Vecchio continente, cresciuta a thè, pasticcini e linguaggio felpato, ha storto il naso leggendo la dichiarazione di Trump che dà dei fottuti bastardi ai vertici di Teheran, intimando loro di liberare lo Stretto di Hormuz.

D’accordo, sarà anche un modo di esprimersi da zoticone, ma cosa c’è di sbagliato in ciò che dice? Sì, sono dei fottuti bastardi. E se qualcuno dalle nostre parti ritiene che i criminali di Teheran non lo siano, può significare soltanto una cosa: o quel qualcuno è un’idiota masochista oppure è un complice silente del nemico ontologico della civiltà occidentale. Francamente, tra le due opzioni non sapremmo dirvi quale sia la più desiderabile o, se volete, la meno pericolosa: essere governati da una classe dirigente che pullula di idioti o ritrovarsi in compagnia di un’affollata schiera di Kapò in versione Terzo millennio.

Non per fare gli apocalittici, ma provate a chiedervi cosa sarebbe stato dell’Europa e del mondo se nel 1941 gli americani si fossero piegati a cercare una via d’uscita pacifica alla crisi con il Giappone scoppiata dopo Pearl Harbor mentre fossero rimasti sordi al grido d’aiuto delle forze alleate in Europa a combattere il nazismo. È vero, la storia non si fa con i se. Tuttavia, di una cosa siamo certi: oggi sapremmo marciare divinamente al passo dell’oca. E degli ebrei? Persa ogni traccia; razza dichiarata estinta, come i dinosauri scomparsi alla fine del Cretaceo.

La cosa che davvero dovrebbe preoccuparci, se avessimo ancora un barlume di lucidità come europei, è che Trump finisca in fretta il lavoro cominciato. La paura più grande? Che, vista la sua apparente volubilità, cambi idea e si chiami fuori dalla partita. I nostri leader parlano di pace e di sforzi della diplomazia per far cessare la guerra. Ma si rendono conto, questi nani da giardino piazzati con tanto di avallo democratico nelle principali cancellerie continentali, che questo è il modo più efficace di legittimare un potere criminale che agisce sulla leva del ricatto per perpetuare la sua presenza sulla scena globale, oltre che per soggiogare il suo stesso popolo?

Più i leader europei criticano l’operato di Trump e degli israeliani più i banditi di Teheran si rafforzano nel convincimento che possono farcela a sopravvivere all’impatto con il grande Satana che sta dall’altra parte dell’Atlantico. Smentire Trump in questo momento significa, implicitamente, dare il via libera ai pasdaran nei loro programmi d’implementazione della costruzione dell’arma nucleare la quale, dopo averli visti all’opera, non avrebbe una funzione di mera deterrenza ma avrebbe un dichiarato scopo offensivo: distruzione di Israele e sottomissione a mezzo di minaccia nucleare del Vicino Occidente.

Washington ha stilato un piano in 15 punti che gli iraniani devono accettare per giungere al cessate-il-fuoco. Diversamente, il presidente Usa promette di scatenare l’attacco finale che riporterà il Paese mediorientale all’età della pietra. Li avete letti quei 15 punti? Lo chiediamo ai governanti europei. Se sì, ci spiegate cosa vi sia di sbagliato?

Ve lo diciamo noi cosa è che non va in questa storia: un’Europa che, per paura o per miopia, si è chiamata fuori dalla costruzione del nuovo ordine mondiale.

Un giorno, un acuto storiografo scriverà di come nel lontano 2026 l’Europa del versante occidentale decise di consegnarsi ai nuovi “signori”, all’ Herrenmensch, per esserne docile schiava. Tucidide ci aveva visto giusto già quattro secoli prima di Cristo, ai tempi della rivalità tra Atene e Sparta, nel sostenere un principio fondamentale di realismo politico: se non sei al tavolo, sei nel menù. E la sgradevole sensazione, per chi vive questo tempo storico, è di finire tra i finger food serviti con gli aperitivi. Stiamo esagerando? Forse un po’, tuttavia la realtà sovente si incarica di andare oltre la più fervida immaginazione.

Per intenderci: sapete chi è incaricato di condurre il negoziato indiretto tra Washington e Teheran? Il Pakistan. E il Pakistan, come si colloca sullo senario globale? Notoriamente, il Governo di Islamabad è considerato una longa manus di quello di Pechino nello sviluppo della Belt and road initiative (Bri) cinese, tale è solido il partenariato strategico sino-pakistano. Ora, se Islamabad si è mossa per trovare una via d’uscita al conflitto mediorientale, significa che dietro c’è Pechino che vuole che la guerra termini con un accordo il quale, pur lasciando in vita l’apparato di potere dei pasdaran, non dispiaccia a Donald Trump.

La domanda è: in questo quadro, l‘Europa della grande storia del passato, dov’è? Se la guerra si potesse rappresentare nella forma di una tragedia greca, l’Unione europea formerebbe il corteo delle prefiche gementi al seguito del cadavere eccellente della libertà. Proprio nelle ore in cui scriviamo, sta per scadere l’ultimatum dato da Trump ai “fottuti bastardi” di liberare lo Stretto di Hormuz, pena l’avvio di un’offensiva che distruggerà l’Iran. Non possiamo prevedere cosa sarà accaduto – se sarà accaduto – al momento della pubblicazione di questo articolo. Se tutto sarà ancora come è oggi o se, effettivamente, Trump avrà mantenuto la promessa di fare tabula rasa del regime criminale di Teheran.

Possiamo, però, dirvi cosa speriamo che accada: che gli Usa finiscano il lavoro con i pasdaran e i loro accoliti. Perché – bando all’ipocrisia – nessuna pace può avere senso se conseguita sotto ricatto e perché una vera libertà – lo insegna la storia – passa anche dai campi di battaglia. Dove amici e nemici sono ben riconoscibili. E noi italiani – particolarmente quelli della maggioranza del No al referendum sulla giustizia perché Trump non piace e bisognava mandare un segnale a Giorgia Meloni perché lo capisse – da che parte stiamo? Stiamo con gli amici che ci hanno difeso e protetto negli ultimi ottanta anni o stiamo con i torturatori, assassini, omofobi, odiatori del genere femminile, negatori dei diritti umani e delle libertà individuali e collettive, che opprimono il popolo iraniano?

Bisogna che prima o poi si risponda alla domanda perché non ce la si può cavare dicendo che Trump è pazzo e tutti gli altri sono vittime innocenti. Non è così che funziona.

Aggiornato il 08 aprile 2026 alle ore 10:06