Il monito del referendum ai partiti

I postumi del referendum costituzionale sembrano migliori degli esiti. Le dimissioni imposte dalla presidente Meloni ad Andrea Delmastro, sottosegretario alla Giustizia, e Giusi Bartolozzi, capo di Gabinetto, e Daniela Santanchè, ministro della Cultura, che hanno obbedito com’era anche loro dovere politico sono una buona notizia soprattutto per il Governo. Se il centrodestra ha un senso, è racchiuso nella formula “legge e ordine”, che, rettamente intesa, non ha niente di fascistico e dittatoriale, come viene pervertita nei regimi di fatto opposti allo Stato di diritto, dove invece rappresenta l’uguaglianza legale e l’ordine legale. Chi concepisce e interpreta “legge e ordine” come un programma di repressione, costrizione, restrizione arbitrarie è lui un illiberale inconsapevole o consapevole. La posizione dei dimissionari era ed è insostenibile secondo il canone etico e l’opportunità politica, che l’ordine legale ingloba.

La nottola di Minerva si alza in volo al tramonto, insegna Hegel. Infatti, le elucubrazioni post referendum sono state un meticoloso esercizio di filosofia politica, un’acuta speculazione su ogni aspetto della sconfitta, inequivocabile quanto devastante. Come antesignano dell’estrazione a sorte per i togati del Csm, ho votato sì al referendum, ma adesso non posso tacere che la riforma della magistratura era una complessa, forse complicata, costruzione che voleva troppo e perciò ha ottenuto nulla, per motivi di metodo e di sostanza. E per l’albagia affiorante dalle impostazioni adottate.

Ma qualcuno ha detto che si può apprendere più dalle sconfitte che dalle vittorie. Ed è dall’insegnamento, appunto, della batosta referendaria che il Governo Meloni deve apprendere la lezione di comportamento nella prossima discussione parlamentare della nuova legge elettorale. La partecipazione al referendum, di molto superiore alle ultime tornate elettorali politiche e amministrative, consegna alla maggioranza ed all’opposizione, ergo al Parlamento, il compito di approvare finalmente, magari con il concorso ampio di forze dell’una e dell’altra, una legge elettorale coerente con la volontà degli elettori, non dei partiti, restituendo al popolo lo scettro della sovranità. L’impossibilità di eleggere, cioè scegliere, i rappresentanti in carne ed ossa; il voto per simulacri di candidati in graduatorie prestabilite; l’elezione mediante astrusi meccanismi di trasformazione dei voti in seggi; il prendere o lasciare il menu sfornato sulle schede dai segretari di partito, son tutti espedienti che legittimano la mia definizione del sistema risultante come “oligarchia temperata dal voto” ed aggravata dall’improvvida amputazione dei parlamentari, purtroppo confermata dal popolo nell’apposito referendum.

Dopo un ventennio di “porcellum et similia” è lecito supporre che la massa di votanti del Sì e del No desideri vedersi confortata, nella ritrovata voglia di partecipazione, anche da una legge elettorale incentivante la determinazione a recarsi alle urne per deporvi una scheda con nome e cognome del prescelto a rappresentante nelle Camere. Il tentativo parlamentare di ciascun partito di reagire “pro domo sua” ai tentativi dei partiti antagonisti di lucrare voti con espedienti della legge elettorale è legittimo finché la ricerca di un vantaggio non vada a detrimento del diritto del popolo sovrano a decidere i rappresentanti con una scelta libera anziché con la mera accettazione di scelte confezionate dalle segreterie di partito. Su questo punto, in conformità con coerenti dichiarazioni rilasciate in passato dalla stessa premier, soprattutto la maggioranza e il Governo possono compiere l’opera storica, essa sì, di dare agl’Italiani finalmente una legge elettorale pensata e scritta nell’interesse degli elettori anziché delle élite già insediate nei partiti: una legge elettorale redatta “sotto il velo dell’ignoranza” dei risultati possibili, in modo da rimetterli nelle mani dell’elettore assieme al potere di scelta “nominatim” dei deputati e senatori. Così concepita, la legge elettorale assolverebbe anche ad un altro compito a parole auspicato ma di fatto non perseguito, cioè il ricambio/conferma dei parlamentari determinato dalla volontà degli elettori anziché dalla preselezione partitica.

Infine, l’insistenza sul presunto pregio essenziale che dovrebbe possedere la legge elettorale: assicurare la “stabilità politica” come scopo/effetto imprescindibile. La verità è che la “stabilità politica” non è affatto definibile in modo univoco, sicché è più che dubbio che costituisca un pregio in sé. Se contrapposta alla flessibilità del “governo rappresentativo”, per esempio britannico, la “stabilità politica” può rappresentare addirittura un difetto, in determinate circostanze. Può dirsi soltanto che la “stabilità politica” esige l’efficienza politica per essere apprezzata. Sennonché l’efficienza politica può essere indirizzata al bene e al male. E così si torna al punto di partenza. Lo stesso dicasi nel caso in cui per “stabilità politica” si intenda “governo di legislatura” o, peggio ancora, lo stesso identico governo insediato dagli elettori all’inizio della legislatura, contro i governi ritenuti, chissà perché, “inferiori” in quanto creati dalle Camere per mezzo della costituzionale fiducia parlamentare. Per tali considerazioni, e le altre facilmente intuibili, la “stabilità politica” non può essere considerata una qualità ideale ma piuttosto un’aspirazione sullo sfondo, e neppure il fine della legge elettorale, per altro irraggiungibile se non a prezzo di una rigidità del sistema, la quale può diventare esiziale.

La legge elettorale, coerente con la democrazia parlamentare e rispettosa della sovranità popolare, deve stabilire l’elezione con scelta diretta e personale dei rappresentanti, nonché l’onesta ripartizione dei seggi in conformità dei voti. Il premio di maggioranza, una ragionevole percentuale, appare pertanto compatibile soltanto con la maggioranza assoluta dei voti e viepiù incompatibile allontanandosene. Assegnarlo pretestando la “stabilità politica” non lo legittima, anzi lo rende sospetto nonostante le buone intenzioni.

Aggiornato il 26 marzo 2026 alle ore 11:25