Un paese talvolta gestibile, mai riformabile

In Italia non c’è più niente da dire e molto poco da fare. Questa è la lezione del recente referendum costituzionale (ma anche di tutti i referendum degli ultimi anni). Siamo in un’epoca in cui è in atto un po’ ovunque (e non solo in Italia) quello che ben tredici anni fa Giovanni Lindo Ferretti nel suo volume Barbarico aveva chiamato lo “Sgretolamento. Sociale, politico, individuale, tutto ciò che è legame ne è intaccato; ogni parola pubblica non fa che contribuire a tale processo e quella che pretende di farsi argine lo accelera rendendolo ancor più rovinoso”.

In un contesto di questo tipo, in condizioni ordinarie non ha più senso prendere posizione pubblicamente, cercando di alimentare un’argomentazione razionale in quello che veniva definito un tempo “spazio pubblico”, avendo più senso concentrare gli sforzi in ambito scientifico-accademico o in ambienti tecnico-settoriali da bonificare, specie in ambito educativo.

Al di là delle suggestioni letterarie – ma non meno corrette nella loro fotografia della società odierna – da parte di Ferretti, è un fatto sociologico acclarato da più parti: viviamo in società che sono sempre più atomizzate, emotive e soprattutto rancorose, come spiegato dal Censis già da quasi vent’anni e ribadito poi quasi dieci anni fa. E, appunto in una cornice di questo tipo, ogni parola pubblica diventa inutile se non addirittura dannosa.

Lo spazio pubblico, infatti, è ormai preda di un meccanismo perverso in cui si intrecciano disillusione disinteressata e reazioni emotivistiche montanti. Lo vedeva nel lontano 1981 il filosofo Alasdair MacIntyre in Dopo la virtù: la dimensione morale dell’uomo della strada è passata dal basarsi su fondamenti razionali al cedimento alla pura emotività. Non si fa insomma ciò che si deve perché si sa esserci un motivo razionale (più o meno percepito e da taluni studiato), ma si fa ciò che si vuole perché piace, conseguentemente non facendo ciò che non piace, e tutto questo è frutto della distruzione plurisecolare (e in particolare negli ultimi decenni) dell’antropologia europea ultramillenaria che parte dai Greci e, mediata dall’epoca cristiana, giunge fino alla modernità.

Paure, invidie, rancori, più raramente esaltazioni, sono l’unico linguaggio che una gran parte della popolazione conosce, sicché nessun ragionamento riesce a scalfire – al massimo potendo solo rafforzare – la reazione primaria che i cittadini hanno di fronte ai fatti sociali e politici. Siamo in preda all’inconscio collettivo di cui scriveva Jung e, per di più, un inconscio degradato ulteriormente rispetto agli anni (pur tragici) da lui vissuti.

Ciò si assomma, come detto, a un sostanziale disinteresse di fondo per l’ambito politico, specie tra le fasce giovanili, nella percezione irriflessa di una sostanziale inutilità delle decisioni politiche, incapaci di incidere sulla vita delle persone che è invece preda di automatismi e squilibri sempre crescenti ed incontrollati che agitano il piano internazionale, passando sopra le teste tanto dei rappresentati quanto dei rappresentanti. Tale percezione è solo parzialmente corretta: il potere della politica nella gestione e risoluzione delle questioni sociali è certamente diminuito ma, in presenza di un’eventuale reazione di massa che appoggi le istituzioni, non sarebbe del tutto annullato. Tuttavia, poiché appunto prevalgono le pulsioni inconsce e l’emotività, tutto ciò si traduce in una completa sfiducia disillusa e in un crescente astensionismo.

Il risultato di questo mefitico intreccio è una caduta verticale della cultura politica media: sempre meno cittadini capiscono (e vogliono capire) cosa succede, sempre meno fra di essi sono coloro che comprendono i problemi istituzionali e i loro complessi funzionamenti, riducendo la propria risposta a una sorta di rassegnazione mista alla rabbia e alla tensione per il peggioramento delle proprie condizioni di vita. In questo modo, essi tendono a limitarsi a giudizi superficiali nei casi migliori o, il più delle volte, a reazioni di mera simpatia/antipatia nei confronti di quanto provenga da chi ognuno di essi già superficialmente abbia accettato o rifiutato in modo incondizionato secondo uno schema estremamente polarizzante, anziché tentare di fermarsi e prendere del tempo per studiare le singole questioni e il quadro complessivo in cui esse si inseriscono.

Le ultime consultazioni referendarie in materia istituzionale mostrano così didascalicamente questa deriva rabbiosa e rancorosa: negli ultimi venti anni tutte le riforme costituzionali sono state bocciate e l’unica che ha ricevuto un’approvazione è stata quella sul taglio dei parlamentari. Di fatto in tutti e quattro gli episodi si tratta di una risposta negativa e appunto emotiva derivante da un sentimento di rifiuto nei confronti della politica in genere e in specie dei governi di volta in volta protagonisti della riforma proposta: anche laddove il quesito è stato accolto si trattava non di una riflessione sulla revisione delle funzioni del Parlamento o intorno alla rappresentatività dei parlamentari, bensì di una punizione nei confronti dei politici che dovevano patire un taglio lineare al sedicente fine di condividere anch’essi i sacrifici giornalieri dell’uomo comune, a prescindere dal fatto che ciò portasse una maggiore o (com’è logico) minore rappresentatività dei differenti territori italiani, in un sostanziale e totalmente non percepito autodanneggiamento da parte dei votanti.

Se questa è la tendenza degli ultimi due decenni, si comprende allora come non possa mai prevalere su queste reazioni alcuna riforma o alcun argomento razionale e complesso su questioni delicate – e spesso tecniche, settoriali, con una scarsa ricaduta generale, come nell’ultimo caso della riforma dell’ordinamento giudiziario bocciata alla tornata del marzo 2026. Prevalgono puntualmente altre logiche (ammesso siano tali) come il malcontento verso l’immobilismo di governo (vero o percepito) e la coagulazione di opposizioni determinate a politicizzare ogni occasione utile, al di là del merito delle singole questioni, per destabilizzare esecutivi che, al contrario, essendo già espressione di una frazione della popolazione (nel contesto di una forte astensione elettorale), non avendo alle spalle gruppi sociali propositivi, e anzi, venendo da anni di logoramento al governo, non possono muovere emotivamente gli stessi numeri di elettori.

Davanti a una situazione stagnante, in altri termini, il cittadino medio non si interessa seriamente ai quesiti referendari ma cerca unicamente di inviare segnali di insoddisfazione, a prescindere dal fatto che tale situazione sia veramente risolvibile dalla politica nazionale e soprattutto a prescindere dall’effettiva bontà di una riforma che poco o addirittura nulla c’entri con la sua vita quotidiana e con la situazione stagnante a livello sociale ed economico, e questa insoddisfazione viene, per di più, intercettata da soggetti interessati che gli forniscono un rafforzamento nei propri intenti mediante semplificazioni quando non anche aperte falsità.

Tra questi soggetti interessati si aggiungono anche i gruppi che in modo inerziale mantengono dai decenni passati delle rendite di posizione (di cui ha scritto Luca Ricolfi ne La società signorile di massa) e che, per difenderle, si innestano su questi moti di pancia delle persone, fomentandoli anch’essi in modo demagogico con formule superficiali che sfondano il limite dello slogan e ottengono così la protezione ad oltranza del proprio privilegio.

Nel caso specifico del referendum 2026, le ripetute minacce di ritorsioni post-voto da parte di magistrati come Gratteri ad alcuni giornalisti per i loro posizionamenti sul referendum, nella piena sicurezza di assoluta impunità per un fatto così grave e a testimonianza appunto della rendita di posizione corporativa del ceto dirigente esistente in seno alla magistratura, nonché le canzoni (finto) partigiane e i cori da stadio contro colleghi pro-riforma intonati dai membri napoletani dell’Associazione Nazionale Magistrati sono fatti che dimostrano plasticamente sia i privilegi e le posizioni di potere che si intendevano realmente difendere dietro i richiami retorici e totalmente vuoti alla Costituzione et similia sia la totale politicizzazione del referendum, priva di alcun riferimento reale al merito della questione, oltre a dimostrare una palese carica eversiva dell’Anm rispetto all’equilibrio fra i poteri dello Stato nel paragone con paesi come la Germania dove sarebbe impossibile pensare a una campagna referendaria condotta (sguaiatamente) dai giudici per i propri comodi e interessi.

Certo, ci sono naturalmente stati pure degli errori tattici e strategici da parte di chi ha elaborato la riforma. Se ne possono elencare alcuni:

1) Non politicizzare essi stessi sin dall’origine la chiamata alle urne referendarie, nel timore di personalizzare lo scontro su una materia non politica, finendo così per dover inseguire all’ultimo la politicizzazione operata da parte degli avversari nei mesi precedenti;

2) Tendere spesso a non usare slogan, tranne casi rarissimi (e, per di più, pessimi) di alcuni componenti della maggioranza (la cui caratura politica sarebbe quella dell’amministratore locale), e cercare invece di spiegare ciò che era ed è complesso spiegare a chi non frequenti le aule di un tribunale, di fronte a formule retoriche facili e manipolatorie;

3) Non aver mobilitato da Roma le varie compagini locali del centrodestra, lasciando che facessero campagna referendaria in modo blando e voluttuario, concentrandosi invece sulle proprie elezioni comunali e regionali più vicine;

4) Fare questa riforma oltre metà legislatura quando la tipica “luna di miele” dei governi da poco insediati è già finita e l’elettorato percepisce più i problemi che i risultati raggiunti, nonostante l’avvenuta blindatura del testo permettesse tempistiche rapide e una presentazione della riforma massimo all’inizio del 2023 consentisse di non giungere al referendum ad un anno dalla fine della legislatura;

5) Aver voluto puntare sulla riforma costituzionale riguardo ad aspetti certamente importanti ma su cui non c’è un sentire popolare troppo diffuso, quando ci sarebbero molti modi di erodere i pericoli giudiziari (con ricadute più serie e immediate sui cittadini) mediante legge ordinaria che colpisca il protagonismo civile dei magistrati (ad esempio, limitandone ulteriormente non solo le candidature politiche, ma anche le appartenenze associative, in nome della reale imparzialità) oppure che ne riduca le competenze concrete (in questi mesi, ad esempio, si è molto parlato di affidi, interventi dei servizi sociali, etc. ma solo da poco e soltanto a seguito del clamore mediatico è stato presentato un primo tentativo di disegno di legge sulla ridefinizione/limitazione dei poteri dei tribunali dei minorenni e su quelli dell’apparato a latere dei servizi sociali, delle case-famiglia e così via).

Ma questi errori non tolgono il fatto che ad oggi un referendum costituzionale sia sempre e rigorosamente un appuntamento in salita, potendosi ottenere risultati positivi solo nel caso di fortunosi allineamenti di pianeti sui quali bisogna saper innestare una capacità intelligente di cavalcare le ondate emotive di tipo negativo.

Va insomma inseguita la pancia, se e quando la congiuntura lo permetta. In tutti gli altri casi si perde in partenza perché questo paese, anche per ragioni di declino demografico, oltre che per l’emotivismo delle società occidentali e le rendite di posizione tipicamente italiche di cui si è detto, è totalmente irriformabile.

E non è affatto accidentale che, infatti, il “Sì” abbia vinto solo nelle regioni produttive del Nord, mentre, al di là delle regioni rosse dove esiste un sistema inscalfibile di commistioni fra partiti di sinistra, istituzioni, finanziamenti pubblici, associazionismo e imprese, si sia assistiti proprio nelle zone più depresse e a più alta criminalità organizzata, con buona pace delle immonde illazioni di Gratteri e Di Matteo sul crimine organizzato allineato col “Sì”, tanto ad un record vergognoso di astensionismo quanto ad una vittoria schiacciante del “No”, con un prevedibilissimo picco non casuale a Napoli città, autopropostasi da molti anni come capitale mediterranea di una specie di straccionismo terzomondista.

È la fotografia di un paese bloccato sotto molti punti di vista e indifferente a qualsiasi tentato cambiamento perché intento a piangersi addosso per un lento declino fatto di problemi difficilmente risolvibili, ancor più a causa delle sue resistenze. Ciò non significa che si possa giustificare l’inazione emotiva di chi si astiene dalla politica, ma ci si deve muovere con sano scetticismo e più per dovere morale di non esser conniventi con lo sfacelo, sapendo quanto sia improbabile invece puntare a galvanizzare la cittadinanza in proprio favore, salvo rari casi di illusioni effimere accompagnate dalla fidelizzazione operata dal vero e proprio acquisto di voti mediante dazioni in denaro seppur indirette perché provenienti dalla previdenza sociale (come avvenuto con l’abominevole affermazione della piaga egiziana delle locuste del M5S).

Quel che, in realtà, non sembra comprendere mai il centrodestra è che, in un quadro così sconfortante, l’azione politica, già limitata da numerosi vincoli esterni di tipo internazionale, finisce col ridursi quasi soltanto ad una pura gestione del momento contingente, ad una navigazione a vista, e, laddove voglia tradursi in vere riforme deve pensare di farlo cercando di non coinvolgere la popolazione in processi referendari e concentrandosi invece su riforme di settore mediante leggi ordinarie e non riforme di sistema tramite leggi di riforma costituzionale, se non ci sono le condizioni per raggiungere il quorum dei 2/3 in Parlamento.

Soprattutto, di fronte ai poteri opachi annidati nei gangli delle amministrazioni (magistratura, scuola, università, enti della pubblica amministrazione) e che si saldano con ciò che rimane di partiti e sindacati, la vera lezione mai compresa è che o si va allo scontro diametrale, per quanto possibile e in modo lungimirante, erodendo i centri di potere con i mezzi che si hanno e senza riguardo alcuno per i pur comprensibili equilibri (e cortesie) istituzionali da dover teoricamente rispettare – e che le corporazioni e le opposizioni non rispettano però in alcun modo – o semplicemente non si può governare davvero e forse neppure gestire l’esistente.

Ci si trova davanti a soggetti letteralmente totalitari (sia per occupazione delle posizioni di potere che per modo di agire) e non ci può essere alcuna forma di dialogo o pacificazione con i totalitari, bensì solo una lotta esistenziale che essi portano puntualmente avanti e contro cui invece dall’altro lato non si reagisce con una guerra senza quartiere, sebbene, per sopravvivere, sia necessario condurla.

Per quanto triste sia affermarlo, qualunque “dibattito pubblico” dunque non può purtroppo sussistere: non c’è più niente da dire, nessuno da convincere e tendenzialmente poco da fare, specie se non si ha una classe dirigente capace di comprendere la portata del conflitto.

Aggiornato il 26 marzo 2026 alle ore 11:18