Mancano pochi giorni alla chiamata referendaria che dovrà confermare, o meno, una riforma della giustizia attesa ormai da decenni.
Come scritto più volte, non sarà certo la soluzione di tutti i mali. Non sarà certo il punto di arrivo. Ma potrebbe essere il più importante punto di inizio per ribadire, e urlare, che la democrazia è viva, che lo Stato di diritto non è un concetto astratto e misconosciuto. E soprattutto che noi cittadini siamo stanchi di essere trattati da deficienti, malviventi ed incompetenti.
Sono più di 30 anni che si parla, auspicandola, la separazione delle carriere dei magistrati. Un personaggio come Giovanni Falcone ne sosteneva la necessità. Insieme a buona parte della politica nostrana. A destra, come a sinistra.
Oggi, assistiamo a dichiarazioni di personaggi che, pur ammettendo la necessità di separare le carriere di giudici e pm, voteranno comunque no alla riforma non perché contrari alla riforma stessa, ma perché la riforma l’ha presentata un governo di destra. Governo scelto ed eletto dai cittadini italiani. Per fare un dispetto a Giorgia Meloni, insomma. Ma il danno più grave lo subirebbero, come sempre, i cittadini: noi.
E solo noi cittadini abbiamo il potere, ed il dovere, di dimostrare che la nostra voce conta. Che siamo sufficientemente onesti intellettualmente da sapere che questa riforma serviva, serve e servirà al nostro paese. E non solo per adeguarlo agli standard delle democrazie liberali mondiali. Ma soprattutto perché abbiamo il diritto di avere un sistema giustizia che sia davvero giusto e non a livello dell’Inquisizione. Perché è la vita delle persone comuni che viene distrutta dalla mala giustizia.
Per questo andare a votare al referendum è un dovere civile. Se non lo facciamo, non potremo lamentarci che i nostri diritti ci vengano negati e calpestati. E non potremo sperare in un futuro migliore e più giusto. Dove davvero la legge sia uguale per tutti, magistrati inclusi.
Per difendere i nostri diritti non possiamo esimerci dall’esercitare il nostro dovere di esprimere il nostro voto. Abbiamo questa occasione, come cittadini, per far sentire la nostra voce. Urliamo in coro “Sì”.
Aggiornato il 18 marzo 2026 alle ore 08:11
