Aleksandra Kollontaj e la famiglia nel bosco

Sassolini di Lehner

Egregia Giorgia Meloni, mi permetto di sottoporti un’altra urgente riforma della giustizia che riguarda la difesa della famiglia e della civiltà. Non è solo un consiglio, trattandosi di un imperativo categorico. Purtroppo, l’Italia colonizzata dai dollari del Pcus, dai milioni dell’import-export con i Paesi della Cortina di ferro, col pane strappato di bocca a russi, polacchi, ungheresi, bulgari, cecoslovacchi, tedeschi dell’Est, con i soldi sporchi di sangue della Stasi – ricordi la sorella di Achille Occhetto beccata sull’autostrada con 950 milioni di lire provenienti dalla Ddr e mai sanzionata dal manipulitismo dei magistrati daltonici? – è stata ipnotizzata e persuasa dall’idea fissa dei primi bolscevichi: la distruzione dell’istituzione familiare come base di lancio della costruzione dell’homo novus. Il nuovo bipede doveva necessariamente venir liberato dai genitori e consegnato al vero padre e unico padrone, cioè lo Stato.

Aleksandra Kollontaj chiedeva “una speciale cura per noi stesse e per i nostri figli da parte del governo, una speciale protezione dallo Stato e dalla società”. Per lei, infatti, la maternità “non è un problema privato, familiare, bensì un problema sociale”. Secondo la matriarca del miserrimo femminismo a falce e martello: “L’affetto ristretto ed esclusivo della madre per suo figlio deve ampliarsi per abbracciare tutti i figli della grande famiglia proletaria. Al posto del matrimonio indissolubile, fondato sulla schiavitù della donna, si vedrà nascere la libera unione, forte dell’amore e del rispetto reciproco di due membri dello Stato del lavoro, uguali nei loro diritti e nei loro doveri. Al posto della famiglia individuale ed egoista, sorgerà la grande famiglia universale operaia, in cui tutti i lavoratori, uomini e donne, saranno prima di tutto fratelli e compagni”. Questa prosa, certo, scaturiva da un’ubriacatura, ma, almeno, era un segmento di una logica sciagurata, eppur giustificata in quanto base portante di un’ideologia che prometteva il nuovo Eden. Si trattò, invero, di delirio sicuramente in buona fede. Importata nel bel Paese dove i fascisti divennero tutti antifascisti, clericali o socialcomunisti, traslitterata Kollontaj nel Peppone comunista mangereccio e nel magna-magna cooperativistico, la demolizione della famiglia degradò assai, mostrificandosi financo in un losco affare, dove non v’era più traccia della sognatrice Aleksandra, ma solo di bustarelle di denaro.

In Italia 42mila minori vivono fuori dalla loro famiglia ( i dati sono del 2023, ergo il numero potrebbe essere aumentato). Nessuno può sapere le modalità dell’allontanamento dai genitori, giacché non esiste un registro nazionale pubblico, che invece c’è in tutta Europa – l’europeismo da noi viaggia con ipocrite targhe alterne – Le udienze sono a porte chiuse, gli atti inaccessibili, il controllo democratico è vietato per legge. Inoltre, sbuca l’intollerabile conflitto di interessi. Circa il 20 per cento dei giudici onorari minorili – circa 100 casi accertati su 29 tribunali – opera nelle stesse case famiglia o ne è addirittura fondatore. Il giudice, che decide se il figlio deve essere sottratto alla famiglia, poi lo accoglie nella propria struttura al prezzo di 70-400 euro al giorno, denaro ovviamente detratto dalle tasche di quei fessacchiotti dei contribuenti. La stessa Kollontaj, che credeva nell’ideologia non nella truffa, si rivolterebbe nella tomba, apprendendo che la distruzione della famiglia nell’Italia del 2026 comporta non l’allevamento dell’homo novus, bensì un giro daffari da 1-2 miliardi di euro allanno. Il regista, più o meno consapevole, più o meno complice, è un funzionario in toga, inamovibile, non eletto, non valutabile, non punibile, un tale che decide da solo, dietro una porta chiusa, cosa è meglio per i figli. Egregia Giorgia, ti prego di porre subito rimedio a cotanto orrendo mercato di bambini.

Aggiornato il 13 marzo 2026 alle ore 10:00