Perdere la guerra ingrassa e rende liberi

Sassolini di Lehner

Adoro Roberto D’Agostino non solo perché ha elevato a guida etico-politica il presidente, che un tempo sbertucciava, sfiorando la discriminazione territoriale, definendolo “mummia sicula”. Sergio Mattarella gli è, infatti, divenuto caro e prezioso, quasi da stira e ammira, sicuramente maestro e donno, da quando il buon Sergio ha cominciato a citare in positivo Mario Draghi, idolo, forse pure spirito protettore, di Dagospia, alias Draghispia. In verità, ad esser sinceri, tutti vorremmo praticare quel culto, celebrando messe per Mario redentore, viste le ricche lotterie vinte da Luigi Di Maio, ma solo a pochi diaconi spetta l’ammissione nel tempio euroaffarista. Il pass scaturisce dalla sana demeritocrazia, vedi, ad esempio, le non-memorabili gesta di Di Maio, che, in qualità di eroicomico rappresentante speciale per conto degli euroaffaristi, è subito accorso nel Golfo persico, buttando il cuore oltre lo stretto di Hormuz, per aprire il Parlamento iraniano, dopo quello italiano, come una scatola di tonno.

Inoltre, venero ieraticamente Roberto, perché da indefesso si sta fanaticamente prodigando, affinché l’Italia, da lui ritenuta terra di draghi sputafuoco – in effetti Draghi Mario da vile, secondo Francesco Cossiga, s’è trasformato in aggressivo affarista – dichiari guerra non all’Iran o al palazzinaro Mojtaba Khamenei, bensì a Israele e a Benjamin Netanyahu, ma soprattutto guerra dura senza paura agli Stati Uniti di Donald Trump. Già mi immagino, godendo, le flotille draghisplananti, armate di magistrati Nordiofobici, di togati e non pro-Pal, pro Hamas, procentrisociali, proteppistiprocasseurs, in rotta di collisione con le portaerei statunitensi pro Giorgia Meloni. Tifo per questo suo ingaggio bellicista, poiché, perduta in due minuti la guerra, l’Italia, già fascistissima, quindi clericale e stalinista, tuttora echeggiante le mostruosità bolsceviche – i figli proprietà dello Stato! – divenendo la stella numero 51, si convertirà fatalmente alla religione della libertà.

Rasi al suolo statalisti, corporativisti, burosauri, cancellate le caste faraoniche con progressione automatico-sovietico della carriera, avranno l’ultima parola, infine (onorando John Locke, Montesquieu, Adam Smith, Benjamin Constant, John Stuart Mill, Benedetto Croce, Luigi Einaudi, Friedrich von Hayek, Milton Friedman), soltanto i liberali. A noi – bisogna rammentarlo – perdere le guerre può portar bene. Nel 1866, quando, dopo la disfatta di Custoza e la vergogna di Lissa (34 navi italiane furono sbaragliate da 23 navi austriache, peraltro dotate di valenti marinai veneti), guadagnammo come premio dei vinti la città di Mantova e il Veneto. Dodici anni dopo, durante il Congresso di Berlino, il nostro ministro degli Esteri, Luigi Corti, che reclamava vantaggi per l’Italia, fu bruciato e ridotto al silenzio dalla domanda di un mordace plenipotenziario zarista: “Quale altra guerra avete perduto per pretendere altri territori?”

Aggiornato il 12 marzo 2026 alle ore 10:08