Tre anniversari si sono da poco intrecciati, diversi fra loro per oggetto e proporzioni, ma legati da un comune filo di morte: il quarto anniversario dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia (24 febbraio 2022), l’undecimo dell’assassinio di Boris Nemtsov a Mosca (27 febbraio 2015), e il secondo dell’uccisione di Alexei Navalny in carcere (16 febbraio 2024). Il filo rosso, anzi russo, che li collega si chiama Ucraina. L’Ucraina è nelle mire di Mosca in modo occulto fin dalla nascita della Comunità di Stati Indipendenti nel 1991 e poi in modo esplicito con l’attacco bellico del 2014; Navalny e Nemtsov erano nel mirino in quanto leaders dell’opposizione politica, testimoni della libertà e contrari all’aggressione all’Ucraina.
Ricordare questi eventi tragici ora e tutti e tre insieme è una forma di memoria politica e storica, una memoria di civiltà, l’affermazione della libertà dinanzi ai crimini ideologici e ai riflussi totalitari. Fra i denominatori comuni della pluralità di cui si compone l’identità europea, oltre alle radici ebraico-cristiane, spicca infatti la nozione e la correlata esperienza della libertà. La lunga sedimentazione e la molteplice stratificazione hanno conferito alla libertà, intesa appunto come concetto e come prassi, una forza che ha sempre distinto la civiltà europea – e, per estensione, occidentale – da tutte le altre. Ma c’è un punto debole, che rischia di indebolire la libertà e, progressivamente, di annullarla: una trascuratezza che si trasforma in consunzione e che genera l’oblio. Il punto vulnerabile della più poderosa costruzione culturale della civiltà occidentale risiede cioè nel considerare la libertà come qualcosa di scontato, su cui non occorre più riflettere e che quindi può essere archiviato. Questo è un errore fatale, l’errore più grave che il mondo occidentale possa commettere.
Per salvare la libertà dall’usura e dall’oblio, occorre ricordarla e testimoniarla ogni giorno, come se dovessimo ogni giorno difenderla. Emerge quindi la necessità della memoria come custodia e al tempo stesso come rivivificazione della libertà. E la medesima esigenza di iterazione costante vale anche per la memoria stessa: per essere vitale e non semplicemente formale, la memoria deve realizzarsi ogni giorno, perché solo in questo modo il ricordo viene reso vivente.
La memoria ha almeno due sensi: memoria come facoltà e come attivazione di tale facoltà; e contiene in sé almeno due significati: memoria come contenitore generico e memoria come contenuto specifico; nel primo caso è concetto passivo, nel secondo è funzione attiva.
Nell’oceano dei ricordi, io decido cosa rammemorare e come esplicitarlo. Dal poter ricordare emerge il voler ricordare. Se la memoria è la facoltà del ricordare, la reminiscenza ne è la deliberazione, una forma di decisione. Decidere significa scegliere, e in questo senso scegliere significa optare non semplicemente in base al gusto ma secondo un criterio morale. Ecco dunque la memoria morale o eticamente orientata. Fare il bene non è sufficiente, occorre serbarne memoria; e lo stesso vale per il male: del male, fatto o subìto, occorre avere memoria, per non farlo più o per evitare di subirlo.
Se pensiamo dunque alla coincidenza anniversaria che ricorre nella seconda metà di febbraio e che lega atrocemente vittime (l’Ucraina, Navalny e Nemtsov) e persecutore (la Russia), cosa ci suscita la memoria morale? Se dobbiamo serbare il ricordo del bene e del male, di quest’ultimo va allora senza dubbio ricordata sia la pervicacia con la quale la Russia putiniana opprime – in modi diversi a seconda del caso ma sempre in pieno stile imperialsovietico e in sostanziale continuità con l’URSS – le nazioni ad essa limitrofe, sia la sfrontatezza con cui tenta di destabilizzare (esattamente come faceva il Cremlino sovietico) le società del mondo occidentale. All’Ucraina è stato riservato però il trattamento peggiore: una guerra come non si vedeva sul suolo europeo dal 1945.
Se l’Occidente dimentica quell’impronta di illibertà, di disinformazione e intimidazione che ha sempre accompagnato le operazioni psico-ideologiche sovietiche e, oggi, putiniane, finirà per dimenticare la propria identità, centrata primariamente sulla libertà.
Poiché solo un’Europa consapevole di sé potrà essere forte dinanzi al nemico incombente (la Russia) e all’amico lontano (gli Stati Uniti); poiché la forza dell’Europa viene da quella delle sue nazioni, le quali sono forti solo se la loro coscienza è viva; e poiché la coscienza delle nazioni si fonda sulla memoria di sé, ne consegue che la memoria storica, politica e spirituale dell’identità, nazionale ed europea tutta, è la condizione di possibilità dell’esistenza stessa dell’Europa.
Purtroppo, la propaganda europeistica degli ultimi decenni ha mascherato la menzogna burocratica e stravolto il compito culturale di un’Europa che unisse e nel contempo valorizzasse le nazioni riaffermando lo spirito europeo tradizionale e pluralistico. La caparbia e ottusa cancellazione della menzione delle radici ebraico-cristiane dalla Carta e dal Trattato fondativo dell’Unione Europea è il migliore ossia il peggiore esempio di questo traviamento ideologico; un atto da cancel culture ante litteram.
L’europeismo con cui quella propaganda continua a perseguitarci è dunque falso, sia perché contrario allo spirito euro-unionista originario, sia perché utile solo al moloch burocratico-amministrativo. Ma c’è un europeismo vero, nascosto, che va riscoperto e di cui occorre avere memoria; quell’europeismo autentico che smaschera la falsa europeità della burocrazia e dei suoi manutengoli politici; un antico e virtuoso europeismo oggi fondamentale per recuperare tutto ciò che l’europeismo burocraticamente degenerato e ideologicamente corrotto sta facendo perdere agli europei, e in primo luogo la memoria, la memoria della tradizione e della verità, del nostro compito e dei nostri errori storici, della libertà come perno della nostra identità spirituale. Questa identità va dunque preservata e rafforzata nella memoria, ed è a questa identità che occorre appellarsi per fronteggiare le minacce.
La rimemorazione, che in questo caso è una commemorazione, dei tre anniversari ci conduce inevitabilmente a ricordare i totalitarismi e i crimini commessi da comunismo e nazismo. Il ricordo del male, affinché lo si possa evitare; il ricordo di una malattia che non è scomparsa.
Il male totalitario non è solo una patologia politica e un’aberrazione sociale, ma un morbo dello spirito. Infatti, spiega Jean-François Revel, «il totalitarismo non si limita a esercitare una censura esterna sulla vita intellettuale, come nei regimi antichi o nei moderni poteri autoritari. Non si limita a controllare l’espressione e la diffusione materiale di idee ritenute pericolose per la sua autorità. Il totalitarismo vuole colpire alla radice il pensiero e la sensibilità, vuole uccidere la fonte dell’indipendenza intellettuale e morale in ogni individuo […]. Vuole sostituirsi a noi in ciascuno di noi, regnare sovrano all’interno delle nostre coscienze». Fondato su terrore e menzogna, questo sistema mira al controllo assoluto.
I crimini del totalitarismo comunista sono ancora avvolti in una nube di indeterminatezza, come se non fossero realmente accaduti o come se fossero semplici errori della prassi. È l’ideologia che li ha causati ad essere rimossa, nell’ignobile tentativo di separare i fatti dalla teoria e, quindi, di salvare il nucleo teorico del comunismo. È necessario allora uno sforzo supplementare della memoria e della politica, per denunciare gli orrori del passato di quella ideologia e per riconoscerne le tracce nel presente.
In questa prospettiva, vediamo come uno degli eredi del totalitarismo di matrice comunista è il regime russo, la cui illiberalità lo separa radicalmente dalla cultura politico-sociale europea. L’identità europea è plurale, e tuttavia ha i propri confini politici e culturali, i quali ci dimostrano che la Russia attuale è estranea all’Europa come lo era l’Unione Sovietica.
La libertà è il limite più profondo che divide l’Occidente dalla Russia (come pure dalla Cina e da ogni altra dittatura o autocrazia), e la memoria della libertà è l’esercizio indispensabile per difendere quel limes. Se dunque all’interno dell’Europa la minaccia alla libertà si manifesta soprattutto nell’ossessivo «centralismo burocratico» delle istituzioni di Bruxelles che colpisce il valore e l’autonomia delle nazioni, dall’esterno arriva una minaccia militare e ideologica, costituita rispettivamente dall’asse fra Russia, Cina, Iran e Corea del Nord (ora forse indebolito dall’efficace attacco israelo-americano al regime di Teheran) e dalla dottrina dell’eurasianismo, che il potere neosovietico putiniano tenta di far penetrare in Europa usandola come arma di disinformazione di massa, a cui ne va aggiunta una non meno insidiosa che arriva dall’altra parte dell’Atlantico e quindi dall’interno stesso del mondo occidentale: la dottrina woke o della cancellazione culturale.
Dagli Stati Uniti giunge anche una preoccupante tendenza filorussa o filoputiniana, che contribuisce alla destabilizzazione dell’Europa e indebolisce il liberalconservatorismo, figura evoluta della destra tradizionale europea. Nel mondo MAGA c’è infatti una zona oscura, non estesa ma tossica, che è più vicina al nazicomunismo che al liberalconservatorismo occidentale e che di fatto spalleggia la Russia anziché difendere l’Occidente. Se il partito Repubblicano riuscirà a neutralizzare queste pulsioni filorusse e antiliberali, l’unità dell’Occidente non sarà in pericolo. E se il movimento MAGA riuscirà a capire che l’unità dell’Occidente non si costruisce senza un’Europa forte, e che strizzare l’occhio alla Russia indebolisce nell’immediato l’Europa ma a medio termine pure gli Stati Uniti, saremo i primi a rallegrarci, come europei e come liberalconservatori.
Per non soffocare, la destra liberalconservatrice deve dunque rimemorare la tradizione e agire nell’innovazione, contro i riduzionismi politici e contro il manicheismo culturale, contro i negazionismi e i populismi, contro le mistificazioni e le cancellazioni, in una parola: contro l’oblio di sé, contro l’annullamento dell’identità europea.
Per quanto riguarda la specifica identità italiana, a febbraio abbiamo commemorato un altro anniversario, per noi ancor più tragico: il Giorno del ricordo (10 febbraio), la memoria di quella tragedia che con immense fatiche di tante generazioni è stata tratta dall’oblio, dopo decenni di silenzio, di minimizzazione e spesso perfino di negazione. Ma anche in questo caso, c’è bisogno di una rimemorazione continua, perché forme subdole di relativizzazione e negazionismo covano sempre sotto apparenti riconoscimenti (la dissimulazione, vecchio vizio della sinistra, è infatti sempre all’opera).
Potenza della memoria dunque, grazie alla quale gli eccidi compiuti dagli jugoslavi agli ordini di Tito nei confronti degli italiani di Istria, Fiume e Dalmazia sono stati portati alla luce: un crimine etnico che aveva come fondamento l’ideologia comunista. Perciò, il ricordo di quei massacri e dell’esodo che li ha accompagnati deve anche inquadrare e denunciare quella ideologia.
Sul piano politico-culturale italiano e nella chiave della memoria, occorre dunque creare un nesso non solo concettuale ma anche operativo fra la legge istitutiva del Giorno del ricordo e la legge istitutiva della Giornata della libertà (fissata il 9 novembre), nel nome dell’anticomunismo e del rifiuto di ogni totalitarismo. Così, libertà e identità, binomio fondante della nuova destra liberalconservatrice italiana, possono fissarsi nella memoria collettiva e diventare i cardini di un più ampio orizzonte di coscienza nazionale, tratteggiato secondo criteri di ordine storico e di valore culturale che pur nelle differenze degli schieramenti politici possono unire il popolo intorno a princìpi irrinunciabili e condivisi, come accade appunto nelle grandi nazioni.
Aggiornato il 04 marzo 2026 alle ore 09:06
