Dobbiamo un sentito ringraziamento alla collega Lodovica Bulian che, dalle colonne de Il Giornale, si è presa la briga di citare alcuni casi – i più eclatanti – in cui dei criminali, o le loro famiglie, hanno ottenuto cospicui risarcimenti economici dalle vittime riconosciute dalla giustizia ree di eccesso di legittima difesa. Si tratta di un argomento che ci sta a cuore, già affrontato in passato. Si fa un gran parlare di sicurezza dei cittadini, si fanno campagne elettorali centrate su questo tema e poi, quando c’è da passare dalle parole ai fatti, la politica nicchia. Tutta, da sinistra a destra. Ora, che lo faccia la sinistra è comprensibile, anche se non giustificabile. Ma non è accettabile che sia la destra ad annaspare quando c’è da rimettere in equilibrio la bilancia della giustizia vera. La sensazione (sgradevole) avvertita restituisce l’idea di una destra timida e claudicante a legiferare quando si tratta di trasferire in vivo, nel corpo della società, i capisaldi della propria visione ideologica. Quasi provasse imbarazzo a sostenerli in presenza di una debordante narrazione buonista, distorsiva della realtà.
La questione dei risarcimenti ai malavitosi incorsi in “incidenti sul lavoro” è un indicatore del clima d’accettazione sociale di un diritto prevalente dell’individuo che delinque sulla fattualità stessa della sua azione criminale. Se ancora vi chiedeste cosa sia il mondo alla rovescia di cui spesso si sente parlare, adesso ne avreste un esempio concreto. In un contesto filosofico/religioso nel quale il primato della vita umana, di qualunque vita, debba essere sempre e in ogni caso riconosciuto, si materializzano le peggiori aberrazioni, non giuridiche ma morali. E sostanziali. Un esempio tra quelli citati dalla Bulian. La notte del 20 settembre del 2020, alle 4 del mattino in via Paolo di Dono, quartiere Eur di Roma, una pattuglia di carabinieri intercetta un ladro intento a rubare in un’azienda. Il malvivente – successivamente identificato nella persona di Jamal Badawi, siriano di anni 56 – reagisce ferendo uno dei militari dell’Arma con un cacciavite.
Un altro carabiniere – Emanuele Marroccella – temendo per la vita del suo collega esplode due colpi di arma da fuoco, ferendo mortalmente il ladro in fuga. L’indagine avviata nei confronti del Marroccella per l’ipotesi di reato di eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi si chiude, lo scorso 7 gennaio, con una condanna in primo grado a tre anni di reclusione. Ma non è solo la sanzione penale a distruggere la carriera e la vita del rappresentante delle forze dell’ordine che ha agito in difesa del suo collega. Il tribunale, nel valutare che l’uso dell’arma avesse superato i limiti della proporzionalità, configurando così l’eccesso colposo, ha fissato una provvisionale esecutiva a favore della moglie, dei 5 figli e dei 7 fratelli del malvivente di 125mila euro. È un primo indennizzo che spalanca la porta a successivi risarcimenti più ampi da riconoscere in sede civile.
Capite l’assurdità della cosa? Seguendo questa logica, inappuntabile dal punto di vista dell’applicazione formale delle norme vigenti in materia, si consacra l’asimmetria del rapporto che si instaura tra la vittima di un reato e il suo autore, talché la vittima ne esce in ogni caso perdente mentre il delinquente e i suoi parenti risultano, come si suole dire oggi, win-win. Vincono comunque, che l’atto criminoso vada in porto o meno. Già, perché se non dovesse essere il bottino a procurare indebito arricchimento al criminale o se, invece, dovesse andargli male, se fosse il delinquente a rimetterci le penne per la reazione sproporzionata della vittima, lui diventerebbe ugualmente ricco – o lo diventerebbero i suoi eredi – grazie ai risarcimenti stabiliti in sede giudiziaria. Non è giusto che ciò accada. Non è giusto che un poveruomo, che ha sgobbato una vita lavorando onestamente per farsi un futuro e dare benessere alla propria famiglia, debba perdere tutto perché un delinquente farabutto ha deciso di portargli via ciò che legittimamente gli appartiene o perché, essendosi difeso in modo inadeguato a giudizio di un tribunale, sia lo Stato a espropriarlo dei suoi beni per trasferirli al malvivente o ai suoi eredi.
Alla sinistra va bene così perché asseconda quel riflesso ancestrale che sovente riaffiora nelle coscienze dei comunisti di ieri oggi riciclatisi nell’internazionale progressista: l’odio per la ricchezza. A sinistra non hanno fatto mai mistero di odiare i ricchi. Li ricordate i manifesti, affissi da Rifondazione comunista nel 2006, su cui campeggiava l’anatema “Anche i ricchi piangano”? Si sono dati una ripulita, fanno i radical-chic, indossano il cashmere (perché la ricchezza che fa schifo è quella altrui non la propria), qualcuno fa sfoggio della erre blesa, ma sotto la scorza liberal sono rimasti gli stessi di sempre: odio e invidia sociale à gogo. Il fatto è che negli anni hanno abbassato la soglia di percezione della ricchezza. Se prima nel mirino c’erano i paperoni ultramilionari, adesso la definizione di ricco la applicano anche a chi con il suo sudore s’è costruito una bella casa o ha acquistato un automobile di lusso. Chiedete, in proposito, a quei bravi ragazzi dei centri sociali, così amorevolmente coccolati dalla sinistra.
C’è un non detto nella difesa intransigente dei diritti del malfattore soccombente, anche quando costui è riconosciuto responsabile dell’atto criminale che ha avuto come conseguenza un danno a suo carico, rispetto alla vittima del reato che ha avuto la sola colpa di reagire all’offesa con un’inadeguatezza che non vi sarebbe stata se, a monte, non vi fosse stato l’atto criminale. E qual è questo non detto? “In fondo, il benestante se l’è cercata visto che ha messo avanti la difesa dei suoi beni rispetto alla vita dell’altro, per quanto questi ne minacciasse il possesso”. È tale il mantra disgustoso che risuona in questo tempo di valori ribaltati, che la ricchezza, anche se legalmente e legittimamente posseduta, si trasformi in qualcosa di cui non andare fieri; che la proprietà privata sia un privilegio al quale non ci si debba affezionare troppo perché può essere portata via in nome di un interesse superiore; che i beni posseduti siano banalmente cose e non, come nella maggioranza dei casi, oggetti che creano una connessione sentimentale con gli affetti più intimi, con i propri ricordi, proiezioni visive di una memoria di vita vissuta.
I “compagni” sono quello che sono, lo sappiamo. Ma la destra? Non è possibile che i suoi rappresentanti si limitino a fare scena sparando puntualmente fuori bersaglio. È inutile e fuorviante prendersela sistematicamente con i giudici per le decisioni orribili che assumono a favore dei carnefici contro le vittime. Essi si limitano ad applicare la legge, che peraltro concede loro ampi spazi di manovra nel decidere in concreto quanto male fare a un individuo che finisce per essere vittima due volte: del criminale che l’offende e dello Stato che lo depreda a favore del malvivente quando lui – la vittima – ha provato a difendersi in modo giudicato eccessivo. Si modifichi la norma sui risarcimenti e la bilancia della giustizia torna in equilibrio. Abbiamo notizia della presentazione di un Disegno di legge (numero 1.532) a prima firma Raffaele Speranzon, senatore di Fratelli d’Italia, comunicato alla Presidenza del Senato il 12 giugno 2025 (già tardi per i nostri gusti). Che fine ha fatto? Si è perso nei corridoi di Palazzo Madama?
La proposta di legge mira a modificare il dispositivo dell’articolo 2.044 del codice civile nella parte in cui prevede che al danneggiato da eccesso colposo di legittima difesa (articolo 55 del codice penale) sia dovuta un’indennità “la cui misura è rimessa all’equo apprezzamento del giudice, tenuto altresì conto della gravità, delle modalità realizzative e del contributo causale della condotta posta in essere dal danneggiato”. La proposta di legge prevede la riformulazione del capoverso dell’articolo 2.044 così riscritto: “Nel caso di eccesso colposo di legittima difesa di cui all’articolo 55, primo comma, del codice penale, il risarcimento è diminuito secondo quanto disposto dal primo comma dell'articolo 1.227. Il risarcimento non è dovuto se il danneggiato ha posto in essere la condotta, consapevole e volontaria, con violenza non lieve alla persona o al patrimonio o con minaccia di uso di armi o di altri mezzi di coazione fisica”. Non è che tale riscrittura dell’articolo 2044 ci faccia fare salti di gioia, visto che comunque lascia aperta la porta al risarcimento anche se in misura ridotta. Tuttavia, siamo abituati ad accontentarci perché, come si dice: piuttosto che niente, meglio piuttosto. Non sarà il massimo ma è qualcosa, purché la si realizzi.
Perché la maggioranza di centrodestra cincischia e tentenna? Dovrebbe aprirsi un canale preferenziale in Parlamento per completare in tempi rapidi l’iter di approvazione della modifica della norma sul diritto al risarcimento. La cosa disturba i progressisti? E con ciò? Da quando pensiamo che ciò che piace alla sinistra debba piacere agli italiani? Allora basta polemiche con i magistrati per le sentenze obiettivamente indigeribili che tirano fuori. Dritti a testa bassa a cambiare la legge perché, una volta tanto, il legno storto del diritto dei buoni venga raddrizzato e messo in asse con la volontà degli italiani perbene. Sia chiaro: non vuole essere soltanto una critica a un’ingiustificata incertezza del centrodestra, ma una pressante richiesta d’aiuto alla politica. Un accorato appello a fare presto nel ridare giustizia a chi giustizia merita. Che è quella gente perbene costretta ad andare sopra le righe nel difendersi da un’offesa arrecatale, non cercata, non provocata, non incoraggiata, ma soltanto drammaticamente subita. C’è una cosa che la sinistra non capirà mai. Che i tanti Emanuele Marroccella che ci sono, in giro per l’Italia, a raccogliere i frammenti sparsi delle loro vite spezzate, siamo noi. Tutti noi, gente perbene.
Aggiornato il 27 febbraio 2026 alle ore 09:51
