Sì resusciti la giustizia, la morta che cammina

Sassolini di Lehner

Esistono obblighi morali, culturali, civili. Ad esempio, essere antisocialcomunisti, antisocialnazionalisti, antisocialfascisti, antisocial-anarchici, antisocial-pedofilisti, antisocial-corporativisti, antisocial-castafaraonicatogata sono tutti imperativi categorici.

Dal caso, anni Cinquanta, del siciliano Salvatore Gallo, condannato all’ergastolo, in primo grado, Appello e Cassazione da una miriade di magistrati erranti dell’Asia, per l’inesistente omicidio del fratello Paolo, che era, invece, vivo e vegeto, l’imperativo kantiano, se non vogliamo vivere come bruti, ma per seguir virtude e canoscenzaimpone di votare un etico Sì al referendum di marzo 2026.

Anzi, servirebbe un Sì rinforzato in neretto ad onore del giornalista Enzo Asciolla, l’esemplare professionista, che fece carriera ricercando la verità, non colorando le veline di Procura o cercando di piacere all’Ordine dei Comunisti. I dollari del Pcus non riuscirono, insomma, a sfiorarlo, neppure a convincerlo a far parte dei disinformatori organici al partito. Il giornalista partì da alcuni dati di fatto, colpevolmente scartati a priori da magistrati prevenuti. 

Il cadavere di Paolo non era stato ritrovato. Neppure l’ottimo fiuto di Athos, un mitico cane poliziotto, l’aveva potuto individuare, visto che in effetti non c’era. Per giunta, un altro fratello, Giuseppe, riferì che Paolo, per fortuna, era vivo e si nascondeva. Altri testimoni dissero di aver visto “Sacchiteddu”, il soprannome dello scomparso, sei mesi dopo il “fattaccio”, nelle campagne di Modica, quindi a Palazzolo ed a Ragusa.

Salvatore Masuzzo e Giuseppe La Quercia testimoniarono davanti ai giudici che l’avevano visto in giro, ovviamente vivo. I due, visto che smentivano clamorosamente una sentenza già scritta, furono segregati in carcere, fin quando, stremati, non dovettero ritrattare per la gloria della giustizia ingiusta.

La saccenteria togata giunse all’abominio di far battutacce, irridendo chi raccontava la verità, sulla barzelletta del “morto che cammina”. Tuttavia, quel “morto”, nonostante i giudici accecati, andava a spasso spesso e volentieri.

Grazie ad Asciolla, incuriosito e spronato dalle tante incongruenze del “caso Gallo”, fu beccato in flagranza di esistenza il “vivo che cammina” proprio nella già varie volte indicata Ragusa. Asciolla sbatté in faccia agli inquirenti ed ai Tribunali non solo il signor Paolo Gallo, ma soprattutto la loro arrogante sicumera ridipinta di spocchia. Così, sia pure controvoglia e con 4 anni di ritardo, il presunto fratricida, dopo ben 7 anni di galera, venne scarcerato

Asciolla, dunque, ebbe il coraggio, in nome del vero e del giusto, di ridicolizzare e svergognare i giudici erranti dell’Asia. Il discredito ampiamente conseguito, però, non influì per nulla sulla loro inarrestabile carriera.

Chi sbaglia paga? Mai, se veste la toga.

Tanto per mettere a fuoco la protervia togata, la Corte d’Appello di Palermo, il 6 aprile 1966, eliminando l’iniquità farlocca dell’ergastolo per omicidio ed occultamento di cadavere, tanto per non dar torto ai giudici erranti, condannò di nuovo Gallo a 4 anni e mezzo ‒ peraltro già ampiamente scontati ‒ per presunte lesioni gravi arrecate a Paolo il “non-morto”. La malagiustizia per nulla pentita si vendicò, dunque, sull’innocente reo con tenacia di esserlo.

Ovviamente non fu riconosciuto alcun risarcimento per ingiusta detenzione a quel mascalzone che ‒ come avrebbe dovuto, secondo l'infallibile Cassazione ‒ non aveva ammazzato il fratello. In ricordo del povero Salvatore e del giornalista Enzo le persone perbene votano Sì.

Un’opzione corretta ed equa quella del Sì alto e forte, anche per una sorprendente ed eloquente omonimia. Si tratta di un altro Paolo Gallo, giudice senza fratelli presunti fratricidi, ergo vivo, vegeto e sentenziante, il quale riguardo al pestaggio del 28 luglio 2022 subito dalla signora Lucia Regna ‒ il cui viso fu ricostruito con 21 placche di titanio, mentre nulla si potè fare per il nervo oculare irrimediabilmente lesionato ‒ ha motivato la lieve condanna inflitta al gran bullo picchiatore, che, infatti, si ritrova a piede libero, con la seguente manifestazione di maschia empatia: “Va compreso, non fu un accesso d’ira immotivato...  sfogo riconducibile alla logica delle relazioni umane”.

La 44enne brutalizzata avrebbe comunicato “in maniera brutale” al randellatore di volersi separare; perciò, anche gli insulti e le minacce, prima delle botte ‒ da “puttana” a “non vali un c.” sino a “ti ammazzo” ‒ scrive Paolo Gallo, sarebbero “frasi da calare nel contesto della dissoluzione della comunità domestica, umanamente comprensibile”.

Anche per la massacrata a buon Diritto rovesciato, Lucia Regna, votiamo l’etico Sì.

Col Sì, inoltre, diamo il primo impulso per resuscitare la Giustizia che, oggi, è davvero una spaventosa “morta che cammina”.

Aggiornato il 19 febbraio 2026 alle ore 10:00