Dopo l’assoluzione di Vittorio Sgarbi dal reato di riciclaggio in relazione al quadro di Rutilio Manetti, decretata ieri dal Tribunale di Reggio Emilia, nasce certo grande soddisfazione – e perfino gioia – fra i suoi amici più cari e in genere fra tutti coloro che, avendone apprezzato le irripetibili doti di intelligenza e di capacità critica, ne avevano a gran voce affermato pubblicamente la completa innocenza. È ovvio che sia così e ce lo aspettavamo tutti. Tuttavia, al di là di gioia e soddisfazione, permane qualcosa di strano nell’animo di coloro che abbiano seguito – con animo netto e senza pregiudizi – la vicenda di Vittorio Sgarbi, accusato di autoriciclaggio e di riciclaggio di un’opera d’arte. Ed è qualcosa di indefinibile eppur efficiente, qualcosa di innominabile eppur presente, qualcosa di sconosciuto eppur familiare. Probabilmente, perché si tratta di un sentimento al tempo stesso intriso di ristoro e di risentimento, di sollievo e di rabbia, di riconoscenza e di dispetto.
Il fatto è che l’accusare Sgarbi di aver consumato il reato di riciclaggio usando allo scopo un dipinto di pregio come quello di Manetti – per chi abbia sufficiente sensibilità umana e culturale – è iniziativa che non va criticata in quanto accusa infondata, ma in quanto del tutto inverosimile. Ecco, la vicenda di Vittorio Sgarbi mi pare possa esser letta non come quella che avrebbe potuto occorrere a chiunque altro di noi, ma a partire da una particolare prospettiva, vale a dire come in filigrana, attraversata cioè da una luce che consenta di scorgere la differenza specifica tra “infondatezza” dell’accusa e “inverosimiglianza”. L’accusa, ogni accusa, potendo essere mossa contro ciascuno di noi, per un certo illecito punito dalla legge, può ovviamente lasciarsi cogliere come fondata – vale a dire supportata da prove e riscontri – oppure come infondata – vale a dire priva di prove e riscontri. Tuttavia, si dà il caso che certi tipi di accuse, allorché vengano mosse nei confronti di soggetti non comuni, ma dotati per grazia ( come Sgarbi) di particolarissime qualità personali – che li distinguono in modo eminente e visibilissimo da tutti gli altri – nascono già morte, proprio perché, ben prima che se ne provi la infondatezza, si palesano quali del tutto inverosimili, in quanto si pongono in assoluto e irredimibile contrasto con le caratteristiche della persona accusata: sicché l’infondatezza, che poi verrà riconosciuta, nulla di nuovo, che già non si sapesse, dirà su quelle accuse, se non col voler apporre un sigillo ufficiale alla loro originaria inverosimiglianza, già dal principio nota e lampante.
Nel caso in specie, infatti, ipotizzare a carico di Sgarbi l’accusa di riciclaggio di un’opera d’arte si palesava fin dal primo momento – al di là della pur riscontrabile mancanza di prove a supporto – come accusa completamente inverosimile perché avanzata nei confronti di chi – come lui – ha fatto della propria stessa vita un’opera d’arte, della propria intelligenza una forma di comprensione a disposizione del mondo, della propria visione la sensibilità di tutti e di ciascuno, del proprio coraggio il desiderio di osare di ognuno di noi. Accusare Sgarbi di quell’accusa ha allora assunto – oltre le intenzioni degli stessi accusatori – un significato umbratile e oscuro, obliquamente incomprensibile, impraticabile e irrisolto: in una parola, inverosimile.
Anche perché basta appena conoscerlo per comprendere quanto egli possa essere lontano e anzi in rotta di collisione con qualunque possibile genere di locupletazione illecita derivante dall’uso improprio della bellezza in tutte le sue forme. Per lui – e per quei pochissimi come lui – la bellezza va solo contemplata, ringraziata come una dea ed elargita al mondo nel dispiegarsi delle sue innumerevoli forme: nel momento in cui venisse usata per finalità puramente speculative e illecite ne sarebbe violata e si corromperebbe, dissolvendosi in modo irrimediabile. Ecco per quale ragione – come annotava Publilio Siro – “quando si ascoltano accuse, occorre avere orecchie sospettose” (“difficilem habere aurem oportet ad crimina”). Perché Sgarbi è in grado di profittare della bellezza dell’arte in un solo modo: officiandone i riti come un suo fedele sacerdote.
Aggiornato il 18 febbraio 2026 alle ore 12:40
