Antitrust e politica europea, serve una svolta

L’Europa, è vero, ha seguito più che le regole del libero mercato, le idee conservatrici dei vari Toni Negri e della sinistra integralista quelle della lotta “Contro lo Stato imperialista delle multinazionali”. Nel mondo globalizzato, o sei un big o non sei in grado di competere, e di conseguenza soffochi sotto la coltre cinese, yankee, indiana, e impoverisci prima le aziende, poi i lavoratori e le famiglie.

Il modello della Pmi funziona ancora molto bene in Italia, perché è ipertecnologico e perché manifattura parti, per esempio di auto, che poi però vengono assemblate da multinazionali come Bmw o Stellantis.

Purtroppo, la politica socialista europea inculcata da François Mitterrand ha imposto linee economiche divergenti dalla realtà storica. Quella antitrust, per esempio. Manca anche una linea che non sia punitiva nei confronti delle multinazionali tecnologiche. Come potrebbe l’intero Occidente sopravvivere senza Google, Ai, Windows e altri big player? È vero che c’è il rischio delle “posizioni dominanti” ma, a pensarci bene, il mercato ha sempre avuto questi aspetti. È inutile ululare alla luna: c’è una logica ferrea nell’economia.
Si pensi a un paese di montagna dove il bottegaio abbia una posizione dominante per gli acquisti di beni e cibo. Se nel piccolo paese aprirà un’altra bottega, forse i prezzi per un po’ diminuiranno per i consumatori, ma prima o dopo le due botteghe andranno in crisi, perché dovranno dividere al 50 per cento la clientela, col risultato che chiuderanno entrambe. Pertanto, il paesino resterà senza una bottega dove comprare pane e companatico.

Quindi una componente minima di controllo del mercato ci può essere, ma questa deve riguardare i limiti tra lecito e illecito, la qualità dei prodotti, ma non la libertà di aprire aziende. Se infatti la scuola italiana fornisse a tutti gli studenti una formazione economica di base, nel paesino di cui sopra nessuno si sarebbe sognato di aprire un secondo negozio di alimentari.

L’Europa è stata purtroppo una mega fabbrica di norme e leggi bizantine e barbituriche per l’economia. Modellata da Mitterrand e dai sozialdemokrat tedeschi, è diventata un serio ostacolo per le aziende, innescando la fuga di queste nell’est Europa, in Africa, Israele, nelle Americhe, in Cina, e adesso nelle Tigri del sud-est e nelle nuove Tigri dell’Asia Centrale. Nazioni come il Kazakistan e altri “ex sovietistan” stanno vivendo una sfida sul filo del rasoio: o saranno soffocate dal colonialismo economico e politico della Cina, o diventeranno la Nuova Cina.

In effetti la Nuova Cina è già viva e attiva, ed è l’India con la quale Stati Uniti e Ue e (ancora in piccolo, però) l’Italia hanno stretto nuovi accordi economici. Dell’urgenza di contrastare la Volontà di Potenza cinese con operazioni geopolitiche con l’India, per evitare scontri militari, posso vantarmi un pochino, dal momento che ne ho scritto per primo su Il Settimanale, diretto da Claudio Brachino e su L’Opinione.

L’India (e la stessa Europa, se saprà convertirsi alla sburocratizzazione e alle liberalizzazioni) possono diventare la New Thing dei mercati globali. La “guerra verbale” tra Trump e la Ue riguarda l’affidamento dei commerci e della difesa europei alla stessa Europa. Era questo  ̶  e lo è ancora  ̶  il programma trumpiano. Ora spetterà all’Europa accettare una sfida che potrebbe trasformarla da territorio declinante e da nullità geopolitica a una potenza a tutti gli effetti. Se così fosse Trump avrebbe avuto ragione.
Certamente adesso c’è una chance in più dato che il nuovo patto di collaborazione tra Merz-Meloni sostituirà speriamo le mefitiche relazioni pericolose del gollismo francese con la socialdemocrazia tedesca (duplicata anche dalla pessima politica condotta dalla centrodestrista Angela Merkel).

Oltre a un’Europa federale e a una difesa condivisa, serviranno le linee-guida di Mario Draghi, che non è il “drago imposto dalle multinazionali” ma uno che se e quando si occupa di politica economica va ascoltato con attenzione. Questa alternativa possibile si gioca al solito sulla volontà  ̶  non delle singole nazioni, ma dei singoli partiti  ̶  di mettere in comune difesa ed economia. La tanto vituperata “cessione di potere a Bruxelles” (ma adesso parliamo di una nuova Bruxelles) è vituperata perché più che toccare individui e aziende, toglierebbe potere a molti partiti (penso alle satrapie della sinistra italiana nei territori, nella stampa e in parte della magistratura).
Comunque sia la Nuova Ue federale e a guida italo-tedesca dovrebbe comunque basarsi su una forte autonomia per tutti i partner nazionali.

La nuova Ue dovrebbe comunque promuovere una concezione dinamica del liberal-capitalismo, che crei lavoro e attiri intelligenza e capitali. Non c’è più posto per preistoriche concezioni economiche e politiche. E non c’è più molto tempo.
Unitevi in una forma migliore, europei! Non avete che da perdere le catene burocratiche, economiche, politiche e giudiziarie.

Aggiornato il 16 febbraio 2026 alle ore 10:35