Non tutto ciò che è “made in Italy” equivale a qualità d’eccellenza. La moda italiana è eccellenza. I vini, il prosciutto, gli spuntanti, il parmigiano reggiano sono eccellenza. Francesca Albanese da Ariano Irpino non rientra nell’elenco delle cose e delle persone di cui il nostro Paese dovrebbe andare fiero all’estero. In realtà, “l’italiana” Albanese pagata dalle Nazioni Unite sta caricando su tutti noi un marchio infamante d’indegnità a causa del suo conclamato odio antisemita. Al riguardo, dice cose da far rizzare i capelli in testa ai calvi.
Lei, per grazia ricevuta Relatore speciale Onu sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, si è rivelata una formidabile promoter del radicalismo islamico, in particolare delle posizioni dell’organizzazione terroristica Hamas, presente nella Striscia di Gaza. Non vi è dubbio che la signora, dal punto di vista della comunicazione, ci sappia fare. Sebbene di origini pedemontane, l’Albanese è una surfista nata. Sa cavalcare l’onda pro-Pal quando, con sfacciata spudoratezza, non si fa scrupolo alcuno di mettere cappello sulle manifestazioni anti-israeliane più odiose e violente.
Nei suoi report alle Nazioni Unite ha inventato di sana pianta l’esistenza di un genocidio dei palestinesi a opera degli israeliani. Ne ha fatto un brand, un marchio di fabbrica, con il quale gira l’Europa in cerca di fama. Bisogna ammetterlo, ci sta riuscendo. Non vi è giorno che non costringa i media a parlare di lei. Per evitare che l’attenzione cali sul suo personaggio, la spara sempre più grossa. Ultima in ordine cronologico la dichiarazione consegnata al 17esimo Forum di Al Jazeera a Doha, lo scorso fine settimana. Parlando di Israele, ha identificato lo Stato ebraico quale nemico comune dell’umanità. Di primo acchito, verrebbe da pensare: questa è pazza. Ma sarebbe un grave errore di sottovalutazione metterla sul patologico. Parafrasando l’Amleto shakespeariano, ci sono più cose nella testa dell’Albanese di quante noi mortali possiamo immaginarne. Quindi – lo diciamo a noi stessi – da questo momento basta considerarla come un’isterica invasata che straparla. L’Albanese persegue un disegno politico devastante per coloro che credono ancora in un segmento di mondo fedele ai più nobili ideali della democrazia d’impianto liberale. L’Albanese non è l’utile idiota della propaganda degli jihadisti, nemici giurati dell’Occidente: lei, mente pensante del radicalismo anti-occidentale e anti-israeliano, gli utili idioti – soprattutto italiani – li fa saltare a comando come le pulci acrobate in un circo equestre.
La prova? Più dice castronerie e volgarità dal retrogusto razzista e più la congrega dei sindaci di sinistra fa a gara per conferirle cittadinanze onorarie, chiavi cittadine ed encomi di ogni genere. Ma a tutto c’è un limite. L’affermazione su Israele nemico comune dell’Umanità, ritenuta oltraggiosa perfino nella Francia dell’ambiguo Emmanuel Macron – il ministro degli Esteri francese, Jean-Noel Barrot, intervenendo all’Assemblea Nazionale, ha annunciato che ne chiederà le dimissioni da relatrice speciale delle Nazioni Unite il prossimo 23 febbraio al Consiglio dei diritti umani dell’Onu – è irricevibile dal punto di vista etico e oltre che storico. Tuttavia, la chiamata alle armi in stile neo-nazi a ben vedere è solo la cortina fumogena dietro cui l’Albanese cela il suo vero intento politico.
Sempre a Doha, l’Albanese ha pronosticato che: “Il rispetto delle libertà fondamentali è l’ultima via pacifica, l’ultimo strumento pacifico che abbiamo per riconquistare la nostra libertà”. Parole formalmente condivisibili se non fosse che nascondono qualcosa di diabolico. Deve preoccupare non cosa abbia letteralmente affermato ma alla presenza di chi l’abbia fatto. Qui è il contesto a fare la differenza e a disvelare il disegno eversivo concepito dalla signora venuta dai paesaggi immutabili dell’Irpinia appenninica, dove mai avremmo immaginato potesse annidarsi tanto odio antisemita. A Doha, ad ascoltarla e a dividere con lei il parterre dei relatori c’erano Khaled Mashaal, uno dei massimi esponenti di Hamas, e il Ministro degli esteri iraniano, Abbas Araghchi, cioè i campioni assoluti della negazione di ogni libertà individuale, i negatori ideologici dei diritti delle donne, gli aguzzini degli omosessuali e degli spiriti liberi, i vili approfittatori dei disperati palestinesi usati come scudi umani.
L’alto dirigente di Hamas ha ribadito la volontà della sua organizzazione di non consegnare le armi e di non accettare alcun intervento o “dominio” straniero a Gaza. Mashaal ha inoltre dichiarato: “Criminalizzare la resistenza, le sue armi e coloro che l’hanno portata avanti è qualcosa che non possiamo accettare”. Proviamo a unire i punti tra ciò che hanno affermato l’Albanese e il rappresentante di Hamas all’interno dello stesso contesto e ne viene fuori un quadro allarmante.
Per la relatrice speciale dell’Onu la libertà degli uomini e delle donne di questo tempo storico passerebbe per l’impegno comune, globale ad abbattere il nemico ontologico dell’umanità costituito da Israele. Punta di lancia di questa nemesi sarebbe la resistenza ingaggiata da Hamas contro il Male. Resistenza che, per essere praticata con successo, non ammette la consegna delle armi né alcuna forma di resa al nemico. Premesso che, seguendo il filo di questo ragionamento, Hamas sia il Bene e Israele il Male, il massacro di ebrei innocenti avvenuto il 7 ottobre 2023 per mano dei terroristi jihadisti insediati a Gaza non sarebbe sanzionabile essendo una dolorosa ma inevitabile reazione dei combattenti palestinesi per la causa della libertà dalla tirannia dell’occupante ebraico delle loro terre. Per converso, la risposta armata di Israele al pogrom sarebbe genocidio.
Secondo l’Albanese, la tutela della libertà dell’umanità dovrebbe essere affidata alle mani insanguinate di coloro che negano al prossimo quella stessa libertà di cui, nella teorizzazione della relatrice dell’Onu, dovrebbero essere i vessilliferi. Ora, perché preoccuparsi tanto di ciò che pensa o progetta la signora Albanese? Perché è un problema che a breve ci ricadrà addosso. A furia di alzare l’asticella nelle dichiarazioni pubbliche apparentemente dettate dalla follia, l’Albanese si farà licenziare dai suoi datori di lavoro alle Nazioni Unite. Sarà la caduta di una meteora mediatica che ha attraversato troppo in fretta e troppo fragorosamente il cielo della politica nostrana? Nient’affatto. La visibilità che sta costruendo oggi la offrirà tra un anno ai gestori del porto franco della sinistra radicale che l’accoglieranno a braccia aperte assicurandole un passaggio sicuro per approdare in Parlamento. Seguirà il medesimo “cammino di Santiago” che nel 2024 ha portato Ilaria Salis, altra campionessa dell’antagonismo della sinistra radicale, direttamente dalle carceri di Budapest alla poltrona di europarlamentare a Strasburgo.
Se solo per un attimo immaginassimo – dio non voglia – che la coalizione di centrosinistra vincesse la prossima sfida elettorale, ci ritroveremmo nell’incubo di un mondo ribaltato. Provate soltanto a figurarvi la signora Albanese nell’atto di presiedere una commissione parlamentare. Chi, tra i Paesi custodi della tradizione democratica occidentale, vorrebbe più avere a che fare con l’Italia? Saremmo trattati peggio degli appestati, soprattutto se negli States, concluso il mandato presidenziale di Donald Trump dovesse sopravvivergli alla Casa Bianca il trumpismo nella versione aggiornata e corretta di un Marco Rubio o di J.D. Vance.
Sarebbe davvero il mondo al contrario. Altro che generale Vannacci!
Aggiornato il 13 febbraio 2026 alle ore 10:00
