Quanto accaduto sabato a Torino non può essere archiviato come l’ennesimo episodio di disordine urbano né, tantomeno, come una degenerazione imprevedibile di una manifestazione di protesta. L’incendio di un blindato della Polizia, l’assalto organizzato ai reparti schierati per garantire l’ordine pubblico e la brutale aggressione a un agente colpito con un martello rappresentano un fatto di eccezionale gravità che segna un salto di qualità nella violenza politica nel nostro Paese. Siamo di fronte a un’azione studiata, preparata e condotta secondo modalità che nulla hanno a che vedere con il diritto costituzionale di manifestare. Le immagini e le ricostruzioni parlano chiaro: gruppi strutturati, equipaggiati con caschi, maschere antigas, bombe carta, razzi e strumenti offensivi, capaci di muoversi con disciplina, di affrontare le forze dell’ordine con tattiche precise e di contare persino su squadre di supporto e soccorso. È un modello già visto in passato, nei momenti più bui della nostra storia repubblicana, quando la violenza organizzata tentava di piegare lo Stato attraverso il caos e la paura.
Non è un caso che tutto questo avvenga sotto sigle e parole d’ordine che mescolano rivendicazioni ideologiche, solidarietà internazionale strumentalizzata, attacchi alle istituzioni e delegittimazione sistematica delle forze dell’ordine. Si mimetizzano in una massa di manifestanti in parte pacifici, utilizzata come scudo, dietro la quale agiscono nuclei addestrati all’assalto, pronti a colpire e poi a dileguarsi. È una dinamica pericolosa, che richiama esplicitamente una strategia della tensione e che non può essere sottovalutata. Chi utilizza molotov, armi improprie e tattiche da scontro organizzato non è un manifestante radicale: è un soggetto che accetta consapevolmente il rischio di uccidere e di farsi uccidere. Per questo è doveroso dire con chiarezza che ci troviamo davanti a comportamenti che, per modalità e finalità, possono essere assimilati a forme di terrorismo interno.
Come vicesegretario nazionale dell’Udc esprimo una condanna per quanto accaduto, e la mia piena solidarietà agli uomini e alle donne delle forze dell’ordine che, ancora una volta, si sono trovati a fronteggiare una violenza cieca e deliberata per difendere la sicurezza di tutti. Non è accettabile che lo Stato democratico venga messo sotto attacco nelle sue piazze e che chi indossa una divisa venga trattato come un bersaglio legittimo. È evidente che non siamo più davanti a episodi isolati, ma a un fenomeno che rischia di strutturarsi e di aggravarsi ulteriormente se non si interviene con determinazione. Per questo è indispensabile che il prossimo decreto sicurezza rappresenti un vero cambio di passo: non un provvedimento simbolico, ma uno strumento concreto per ristabilire l’ordine pubblico, prevenire l’escalation della violenza e garantire alle forze dell’ordine le condizioni operative e giuridiche necessarie per svolgere il loro compito. La sicurezza dei cittadini è una condizione essenziale per la libertà, per lo sviluppo e per la possibilità stessa di programmare il futuro del Paese. Non possiamo consentire che gruppi organizzati, mossi da ideologie estremiste e da una logica di scontro permanente, tengano in ostaggio le città e mettano a rischio vite umane. Lo Stato ha il dovere di affermare la propria autorità democratica e di farlo con fermezza, nel rispetto della legge ma senza alcuna esitazione.
(*) Vicesegretario nazionale dell’Udc
Aggiornato il 03 febbraio 2026 alle ore 10:52
