Sassolini di Lehner
Il giudice Andrea Padalino in una sorprendente ed encomiabile intervista a Il Foglio ha chiesto scusa. Ecco un passaggio esemplare, che merita d’essere riportato a caratteri cubitali sui manifesti per il “Sì” al referendum di marzo: “Mi scuso per aver ignorato le vittime innocenti della malagiustizia: indagati e imputati, persone comuni e celebri, colpiti dal maglio di una giustizia di parte, autoreferenziale e proiettata verso un delirio di onnipotenza, in grado di distruggere vite e professionalità, calpestando esseri umani, rappresentati come colpevoli e messi alla berlina su giornali e media compiacenti. Mi scuso per aver creduto soltanto nel mio lavoro, ignorando un sistema correntizio che non privilegia il merito, ma il compromesso, la scarsa efficienza, la mediocrità. Mi scuso per aver ignorato i mali e le devastazioni che un sistema fuori controllo ha fatto e continua a fare a troppe persone oneste e perbene”.
Bravo Padalino! Lei ha finalmente infranto il velo di Maya che cela, peraltro a malapena, la realtà della italica malagiustizia, dopo esserne stato a sua volta vittima. Massacrato dalla procura dotata di paraocchi forcaioli e dai mass media felloni, come migliaia di altri cittadini italiani, è stato costretto sulla brace per quattro anni, prima di essere, infine, assolto. Le cicatrici, tuttavia, permangono: carcinoma da stress giudiziario, dolorosi sismi familiari, amici e colleghi spariti, vita rovinata, problemi esistenziali. Sono senz’altro solidale con lei, dottor Andrea, così come apprezzo totalmente la sua denuncia, tuttavia la debbo pregare di chiedere pubblicamente scusa ai familiari di Sergio Caneschi, il primario colpevole di nulla, destinatario, proprio da parte del giudice per le indagini preliminari Padalino, di un mandato di cattura mentre si trovava in coma, dopo una pneumonectomia. Caneschi dopo poco morì di tumore da malagiustizia e da quell’eterno giornalismo canaglia sempre tutelato dall’Ordine dei senza vergogna.
Impressionato dalla vicenda – la vera colpa di Caneschi, accusato d’aver forse spedito 2 pazienti (su 40mila curati in ospedale pubblico) in una clinica privata, era quella d'aver curato Anna, la moglie di Bettino Craxi e di essere impudentemente di parentela contigua a Rosilde Craxi in Pillitteri – scrissi di getto, lavorando anche di notte, Il caso Sergio Caneschi/Una storia di ordinaria ingiustizia, edito da Mondadori nel 1997. Gli editor di Segrate per lo più compagni manipulitisti – Carlo De Benedetti prima di lasciare Mondadori a Silvio Berlusconi pensò bene di riempirla di comunisti disoccupati – non l’avrebbero mai pubblicato, se non fosse intervenuta la splendida Veronica Lario in Berlusconi, che lo aveva letto e apprezzato sino alle lacrime in pdf.
Ebbene, caro e stimabile dottor Padalino, lei, probabilmente pressato dai craxifobici e lehnerfobici del pool – escluso Antonio Di Pietro che fu l’unico a non querelarmi – mi intentò causa civile, sicuro di vincerla, vista la temperie nella quale sfiorare con un dito una toga milanese oltre che reato configurava sacrilegio. In effetti, fui condannato, ma il giudice, che emise la sentenza e quantificò la presunta diffamazione in non pochi milioni di lire, non trovando nelle mie righe nulla di nulla, si attaccò nientemeno che ad una citazione di Alessandro Manzoni tratta dalla Storia della colonna infame. Si tratta della epigrafe, quindi fuori testo, che introduce il terzo capitolo a pagina 61. Quindi, in quel di Milano, il grande italianista milanese Alessandro Manzoni – che tempi imbarbariti quelli di mani pulite! – fu considerato dal giudice civile – si fa per dire – una sorta di sordida arma contundente scagliata contro il buon nome di un magistrato vicino al pool.
Magari, attraverso di me meschino, si trattò soprattutto di rozza vendetta postuma contro colui che ebbe l’ardire di stigmatizzare e svergognare (L’armi eran prese dall'arsenale della giurisprudenza; ma i colpi eran dati ad arbitrio e a tradimento) i togati milanesi del Seicento che torturarono e giustiziarono gli innocenti Guglielmo Piazza e Gian Giacomo Mora, per un fantasioso ed imbecillotto reato. Codesti giudici creduloni, idioti o criminali condannarono due poveracci per aver unto i muri di peste. Da parte mia non chiedo scuse e ringrazio il dottor Andrea per la savia e onesta palinodia. Mi accontento, infatti, delle scuse a Sergio Caneschi, alla vedova Marilena Neri e agli orfani Marco, Stefano, Giorgio, nonché a Bettino e Rosilde Craxi. Infine, ad Alessandro Manzoni, trattato come un poco di buono, peggio di un delinquente teso a violentare e vilipendere, sputtanandoli, i santissimi magistrati ambrosiani, maleoperanti dal Seicento sino al Novecento.
Aggiornato il 03 febbraio 2026 alle ore 10:26
