I guai per il leader leghista sembra non finiscano mai. A questo punto sorge il sospetto che un po’ sia lui a cercarseli. Probabilmente è così. D’altro canto, non è facile creare una creatura (parliamo della sua Lega 2.0) impiantando una testa pensante su un tronco di cadavere (la Lega della prima ora) e farla vivere una vita felice e normale. Lo sappiamo dai tempi di Mary Shelley e del suo Frankenstein che le “mostruose creature” prima o dopo si perdono. Salvini ci ha provato – gli va dato atto e merito – ma certi esperimenti possono scoppiare tra le mani. Nel 2013, con un coraggio fuori del normale, raccatta i cocci di una Lega bossiana in frantumi. A quella comunità, ridotta ai minimi termini, confusa e disorientata, il “Capitano” offre qualcosa di più di una tattica politica per risalire la china elettorale: offre una visione. Riposiziona il partito su una chiara strategia di lotta al mondialismo e ai suoi nefasti effetti sui lavoratori e sui piccoli e medi imprenditori. La parola d’ordine non è più la secessione del Nord dal resto della Nazione, di bossiana memoria, ma l’unità del Paese nella lotta all’eurocrazia.
La chiamata si indirizza al “popolo degli abissi” (la definizione è di Giulio Sapelli), discendente morale degli “straccioni di Valmy” ma che, diversamente dai suoi mitici antenati, trae origine e ragione d’essere dalla pulsione negativa vissuta dai ceti medi produttivi tradizionali e dalle classi meno abbienti verso il fenomeno crescente del turbocapitalismo trainato dall’attitudine egemonica della globalizzazione economica. E quello sventurato popolo risponde. Come la monaca di Alessandro Manzoni, nei Promessi Sposi. Le elezioni che si susseguono dopo la resurrezione palingenetica della Lega sono una entusiasmante cavalcata tra successi in un crescendo rossiniano. Europee, maggio 2014: 6,16 per cento; rinnovo Camera dei deputati, marzo 2018: 17,35 per cento; rinnovo Senato, marzo 2018: 17,61 per cento; Europee maggio 2019: 34,33 per cento. Nel frattempo, con la vittoria alle Politiche del 2018, Salvini si smarca dalla coalizione del centrodestra per dare al sistema Paese un governo antisistema grazie all’intesa con il Movimento 5 stelle di Beppe Grillo.
È la sua personale apoteosi: un voto popolare gli consente di ricongiungere la teoria (antieuropeista) alla prassi di governo del Paese. L’elettorato, affamato di novità radicali e di cambiamento, apprezza e ricambia. Alla prima prova di voto dopo la nascita del Governo giallo-verde guidato da Giuseppe Conte i risultati sono strepitosi: la somma dei consensi ottenuti dai due partiti alla guida del Paese (Lega e Cinque stelle) è maggioranza assoluta (51,4 per cento). Per Salvini il futuro si presenta radioso. Ma accade l’inatteso, che infrange i sogni del novello titano della politica nostrana. Il corpo rivivificato sul quale il dottor Frankenstein meneghino aveva impiantato la nuova testa comincia a dare segni di ribellione al cervello che lo comanda.
È l’estate del Papeete e la vecchia guardia leghista affollata di “colonnelli” e di ras padani della cara vecchia politica bottegaia da sindacato dei territori – rumorosa all’apparenza, democristiana nella sostanza – tira il suo leader per la giacchetta fino a imporgli di rompere con i pentastellati. Una scelta sbagliata, nei tempi e nei modi. Da quel momento – estate del 2019 – comincia la parabola discendente di una brillante promessa, mancata all’appuntamento con la storia. Crollo dei consensi che rischiano di riportare il partito ai livelli preagonici della Lega bossiana. Il peggio però viene evitato quando, nel 2024 in occasione del test delle Europee, un malconcio Salvini ritrova il guizzo dell’altro Salvini, il “Capitano”, il dottor Frankenstein del primo miracolo della sua leadership. Torna in laboratorio e crea un nuova creatura sulla quale questa volta impianta la testa di un generale scomodo anche per gli stessi ambienti militari, di un parà arrembante e spavaldamente assertivo – Roberto Vannacci – che riporta in auge i principali cavalli di battaglia sui quali il primo Salvini aveva ottenuto un ampio successo popolare.
Il trapianto funziona e grazie all’appeal del generale, la Lega ottiene un risultato che le consente di certificare la propria esistenza in vita come soggetto politico gradito a una parte dell’elettorato di destra. Tuttavia, quando l’uomo prova a sostituirsi a Dio nell’atto della Creazione, le cose finiscono a schifio (al riguardo, le pagine di Giulio Giorello sull’argomento sono particolarmente illuminanti). Come nel 2019, ancora una volta il corpaccione formato dalla vecchia guardia leghista si ribella a Salvini: non vuole Vannacci, non vuole il suo portato ideologico, non vuole essere segregata nel ghetto della destra oltranzista. Meglio tornare all’antico pallore moderato, camuffato a malapena dalla vivida coloritura del linguaggio vernacolare e sguaiato di Umberto Bossi. A pensarlo, senza bisogno di esplicitarlo a voce alta, sono i soliti “colonnelli” che danzano intorno a Salvini ripetendo come un disco rotto la logora giaculatoria: “quand’è che ti liberi di Vannacci?”.
Il segretario leghista prende tempo. E fa bene a riflettere sul da farsi. Perché questa volta non si tratta di una questione interna al partito per cui sarebbe ovvio dire: sono affari loro, che se la sbrighino da soli. Roberto Vannacci, per la salute complessiva del centrodestra, rappresenta una sorta di bomba a orologeria. Per la sua storia personale, per le sue idee, per il programma politico che promette di realizzare, se si mettesse in proprio aprirebbe una falla a destra pericolosissima ai fini della riconferma del centrodestra alla guida della Nazione nella prossima legislatura. Il problema non è l’eventuale 2 per cento che i sondaggisti attribuiscono a una formazione partitica riconducibile a Vannacci ma la possibilità che nasca un soggetto politico in grado di drenare il consenso (non irrilevante nei numeri) in quel bacino di elettorato tradizionalmente di destra che però non si sente rappresentato dalla Lega salviniana, nella quale pur aveva riposto una speranza di riscatto poi malamente delusa, e neppure in Giorgia Meloni alla quale rivolge l’accusa di aver eccessivamente diluito la sua intransigenza ideologica per spingersi alla conquista dell’elettorato moderato.
Dal canto suo, Giorgia Meloni, la cui storia personale è collocata in un mondo e in una comunità ideale e politica non confondibili, con l’approssimarsi della sfida elettorale non può consentire il crearsi di un’alternativa alla sua destra che, per caratteri strutturali, sia qualcosa di più concreto dei soliti gruppuscoli quantitativamente irrilevanti del tipo Forza nuova e Casapound. Ma non tocca a lei risolvere la questione Vannacci. Tocca a Matteo Salvini rimettere insieme i pezzi scomposti della sua “mostruosa creatura” e fare in modo che si tollerino l’un l’altro. Se non accadesse il prezzo della rottura sarebbe pesante per tutti, non solo per la Lega. Ma, volendo rimanere al “particulare” leghista (nel senso guicciardiniano) – l’unico che certi capibastone del Carroccio della prima ora comprendono – la fuoriuscita di Vannacci e il conseguente ritorno a un più marcato settentrionalismo del partito trascinerebbe via il residuo consenso che la Lega riscuote nelle regioni del Sud e del Centro del Paese.
Conti alla mano, senza quei voti il partito di Alberto da Giussano precipiterebbe a numeri da prefisso telefonico. E tutti quei galletti che oggi fanno chicchirichì ergendosi sul monticello messo insieme anche grazie all’apporto elettorale di Vannacci dovrebbero rassegnarsi a tornare a cantare tra le mura domestiche, da privati cittadini. Non ci strapperemmo le vesti se ciò dovesse accadere. Ma sicuramente lo faremmo se il colpo di coda di Vannacci dovesse rivelarsi fatale per un centrodestra il quale, per quanto talvolta risulti indigesto anche agli stomaci più coriacei, resta pur sempre l’unico soggetto politico plurale a cui affidare le sorti dell’Italia.
Aggiornato il 30 gennaio 2026 alle ore 10:27
