Ma Milano non è Minneapolis

La mattina, prima di uscire di casa per andare al lavoro, bisognerebbe farsi il segno della croce e incrociare le dita. A maggior ragione se si indossa una divisa delle forze dell’ordine. Già, perché se non si è fortunati può capitare di ritrovarsi una vita distrutta solo per aver fatto il proprio dovere. Cioè, aver agito per proteggere la sicurezza dei cittadini, oltre che la propria incolumità. E, purtroppo, in questa quotidiana roulette russa alla quale sono costretti gli uomini e le donne in divisa che pattugliano le nostre strade capita di dover reagire, sparando all’aggressione armata di un criminale, e di ritrovarsi un minuto dopo indagati dalla magistratura per omicidio volontario. È accaduto l’altra sera a Milano, quartiere Rogoredo, storica piazza di spaccio del capoluogo lombardo. Durante un’operazione antidroga un poliziotto in borghese ha intimato l’alt a un individuo che gli si avvicinava con fare minaccioso.

Invece che obbedire all’ordine ricevuto, il soggetto – successivamente identificato nel cittadino di origini marocchine Abderrahim Mansouri, di 28 anni, noto alle forze dell’ordine per precedenti di spaccio, resistenza e rapine – puntava una pistola, poi rivelatasi una replica di una Beretta caricata a salve, contro il poliziotto. Quest’ultimo, avvertendo un immediato pericolo per la propria vita, ha estratto l’arma e ha aperto il fuoco colpendo a morte l’aggressore. Ora, in un Paese normale quel servitore dello Stato avrebbe dovuto ricevere il plauso dei suoi superiori e il conforto delle autorità per il dramma umano che comunque è stato costretto a vivere. Invece, ciò che ha ricevuto è stata la comunicazione di un’indagine a suo carico per un reato per il quale, se venisse accertata in sede processuale la colpevolezza, rischierebbe il carcere per moltissimi anni. Una vergogna senza fine! Viene da chiedersi: ma in che Paese siamo? Un povero cristo fa il suo dovere e invece di dirgli bravo finisce sul banco degli imputati, trattato come un assassino. Non lo spacciatore, criminale abituale, che gli ha puntato contro un’arma – non importa che fosse finta – ma è lui il mostro da mettere alla gogna. Non è giusto. E, soprattutto, non è salutare per la credibilità dello Stato nel compimento di una delle sue fondamentali missioni: la protezione dei propri cittadini.

Poniamocelo il problema. Siamo umani, anche i nostri ragazzi in divisa lo sono. Con quale spirito domani si potrà chiedere a ognuno di loro di farsi avanti, di esporsi nella lotta alla criminalità violenta se poi il risultato è quello a cui stiamo assistendo: finire indagati per un ipotesi di reato infamante? Come possiamo sentirci tranquilli a casa nostra se dobbiamo mettere nel conto la possibilità, tutt’altro che remota, che la famiglia del delinquente deceduto possa trarre profitto dalla sua morte ottenendo un lauto risarcimento in denaro? Già, perché tra le molte sconcezze del nostro ordinamento giuridico c’è anche la follia alla quale neanche un governo di centrodestra ha saputo porre riparo: il diritto al risarcimento per un danno subito in conseguenza di un’azione criminosa compiuta.

La fortuna non è stata dalla parte del poliziotto. Non gli poteva capitare giorno peggiore per premere il grilletto. La sinistra in queste ore è impegnata a montare la solita gazzarra propagandista sulla violenzafascista” della polizia trumpiana nel reprimere nel sangue la contestazione alla politica anti-immigrati. La tentazione di connettere ciò che è accaduto a Milano ai fatti di Minneapolis, in Minnesota, dove qualche giorno fa un agente dell’Ice (United States Immigration and Customs Enforcement) – l’agenzia federale di frontiera – ha brutalmente ucciso un cittadino che provava a difendere una donna fermata da quegli stessi agenti, è un’occasione ghiotta per aggredire il governo Meloni. Pazienza se poi nel tritacarne della gogna mediatica ci finisca un poliziotto che non c’entra nulla con l’Ice, con Donald Trump, e con i pericoli paventati dell’affermazione mondiale dell’internazionale sovranista.

Immaginiamo il calvario a cui il malcapitato sarà costretto. Trasmissioni televisive infinite che spaccheranno il capello in quattro a suon di disquisizioni di opinionisti esperti, espertissimi, praticamente tuttologi, sul colore del tappo di chiusura della canna della pistola del criminale che il poliziotto avrebbe dovuto vedere nel buio della notte meneghina per intuire l’inoffensività dell’arma spianatagli contro e non aprire il fuoco. E cosa avrebbe dovuto fare? Piuttosto che reagire con la propria arma d’ordinanza intavolare con il criminale un dotto dibattito sulle cause del suo disagio sociale e sulla necessità di intensificare l’ascolto delle sue ragioni di spacciatore? Li sentiamo i politicanti della sinistra sentenziare che la mano del poliziotto sia stata armata dal governo della destra che vuole la giustizia alla maniera del Far West. L’annusiamo già quel puteolente sentore di giustizialismo per il quale la difesa dell’operato dell’agente di polizia sarebbe connivenza della destraLaw & Order” nell’assicurare impunità a un assassino. Lo avvertiamo quel bisbiglio molesto dei “saggi da salotto televisivo” che si baloccano nei loro ipocriti però. Del tipo: peccato che l’agente non avesse indosso la bodycam, le cui immagini avrebbero chiarito la dinamica del fatto di sangue. Come se la parola di un servitore dello Stato che ha giurato sulla Costituzione non valesse niente.

Il governo Meloni pensa di cavarsela aggiungendo tasselli al Decreto sicurezza, come se l’introduzione di nuovi reati e l’inasprimento delle pene per quelli già previsti dal codice penale bastassero a risolvere il problema. Non è così che funziona. Occorre che la destra faccia la destra, cioè sia meno timida nel sostenere una politica da pugno di ferro contro la criminalità di tutti i livelli, da quelli micro a quelli macro. È sì una questione sostanziale, ma anche posturale. Non basta essere convinti della guerra alla criminalità, bisogna anche apparire tali. E se un uomo o una donna delle forze dell’ordine si trovano coinvolti in una sparatoria con un delinquente, i vertici di Governo dovrebbero presentarsi compatti davanti agli italiani a dire: giusto o sbagliato, noi non stiamo semplicemente dalla parte del poliziotto, noi siamo il poliziotto che ha sparato.

E, auspicabilmente, evitare di imitare il ministro dell’Interno il quale, con fare pilatesco, chiamato a commentare l’accaduto di Rogoredo si è preoccupato di dichiarare: “Non ho motivo di presumere sulla legittimità o proporzionalità dell’intervento fatto, ma non diamo scudi immunitari a nessuno”. Ministro Matteo Piantedosi, ma che roba è questa? Le pare il modo di stare al fianco di uno dei suoi? Va bene le sue origini irpine, terra di illustri democristiani, ma una così tanto ambigua affermazione non sarebbe venuta in mente neanche al più cerchiobottista di tutti i democristiani passati dal Viminale.

Aggiornato il 28 gennaio 2026 alle ore 10:09