Le verità che bruciano a Lagarde e i suoi referenti

Riportano le cronache che, nel corso di una cena di gala durante il Forum economico di Davos, la presidente della Bce Christine Lagarde, offesa dalle dichiarazioni del segretario al Commercio Usa Howard Lutnick, ha abbandonato anzitempo la cena.

È certamente una buona notizia che la Lagarde – una delle principali responsabili dell’endemica impotenza economica e politica dell’Europa – si sia sentita irritata fino al punto di congedarsi anzitempo, probabilmente perché ha capito che l’epoca della globalizzazione finanziaria nell’ambito della quale ella e chi ella rappresenta hanno per anni trovato nutrimento politico ed economico a spese delle classi meno abbienti è ormai arrivata agli sgoccioli.

Ma cosa aveva detto Lutnick di tanto irritante? Aveva ribadito come l’Europa sia un soggetto troppo debole dal punto di vista economico, privo di una reale capacità competitiva, e come le cose debbano cambiare, dal momento che l’amministrazione di Trump non può tollerare la semplice ratifica delle condizioni esistenti.

Per comprendere meglio la irritazione della Lagarde, occorre tuttavia leggere queste dichiarazioni alla luce di altre dichiarazioni precedentemente rilasciate sia da Trump sia dal vicepresidente Vance.

Infatti, Trump ha più volte ripetuto che lui vorrebbe un’Europa forte, un alleato dotato di una precisa identità, e non un’Europa avviata verso una dissoluzione che pare ormai imminente ed inarrestabile.

Dal canto suo, Vance, l’anno scorso a Monaco, dichiarò davanti ad una imbarazzata platea che se i governi europei mostrano di aver paura dei loro elettori, gli Usa non possono farci nulla.

Queste dichiarazioni sono per la Lagarde e – per l’intero “establishment” globalista di cui ella è custode – come il sale che brucia sulle ferite.

Basta riflettere su alcuni punti.

I governi europei hanno davvero paura dei loro elettori: infatti, in questo simulacro d’Europa che oggi abitiamo, chi ha l’investitura popolare e la rappresentanza – cioè il Parlamento – non ha alcun potere reale; mentre chi ha il potere reale – la Commissione e il Consiglio dei ministri – non gode né dell’investitura popolare né della rappresentanza.

Se non ci fosse paura degli elettori, il Parlamento europeo sarebbe dotato dei poteri propri di ogni organo investito della sovranità popolare, quelli legislativi: ma i governi ne sono terrorizzati.

È vero che l’Europa oggi è fragile, avviata verso la dissoluzione. Le cronache di questi giorni lo provano a sufficienza, mostrando un’Europa divisa e sfilacciata che spoletta fra Usa e Ucraina senza saper che pesci prendere.

Se ci fossero gli Stati Uniti d’Europa – come predicavano inascoltati De Gasperi, Adenauer e Schuman – l’Europa mostrerebbe la sua originaria sovranità, non bisognevole di mendicarne un pezzo da uno Stato e un pezzo da altro Stato.

La debolezza economica dell’Europa e la sua fragilità politica sono poi sotto gli occhi di tutti. La Lagarde ne è stata una dei principali responsabili, quale come alfiere dei poteri finanziari globalisti che prima – nel 2011 – l’avevano messa a capo del Fondo monetario internazionale (dopo aver silurato il mite Strauss-Kahn, vittima di una macchinazione giudiziaria internazionale)  allo scopo – che spietatamente perseguì – di strozzare le nazioni più deboli durante la crisi di quegli anni a favore dei grandi speculatori internazionali e poi – due anni fa – a capo della Bce, per continuare lo stesso lavoro da altra e diversa poltrona. 

Trump, Vance e Lutnick non sono certo dei santi, ma sull’Europa dicono la verità. Ed è questa verità che la Lagarde non ha sopportato di ascoltare: la fine del suo mondo.

Aggiornato il 27 gennaio 2026 alle ore 10:44