Il sangue della memoria

Perché questo non è ‒ e non sarà mai ‒ un giorno normale

Il 27 gennaio non è una data sul calendario. Non è una ricorrenza istituzionale da sbrigare con un post sui social o una corona di alloro deposta in fretta. Per chi vi scrive, per chi porta nel Dna il peso e l’orgoglio di una storia familiare segnata dal filo spinato, il Giorno della Memoria è una cicatrice che pulsa.

UN’EREDITÀ TRA FANGO E VALORE

Mio nonno Amedeo non era un numero, anche se hanno provato a ridurlo a tale. Deportato durante una missione in Grecia, trascinato fino all’inferno della Germania, visse l’orrore dei campi di prigionia. Ma Amedeo portava con sé qualcosa che nessun aguzzino poteva spezzare: la fame di libertà. Riuscì a fuggire da quel campo di lavoro insieme a un compagno, un soldato dell’Armata Rossa. Due lingue diverse, due mondi distanti, uniti dallo stesso battito del cuore che urlava “sopravvivenza”. Mio nonno ebbe la forza, e quel briciolo di fortuna che decide della vita e della morte, di tornare in Italia. Quella medaglia al valore militare che oggi custodiamo non è solo un pezzo di metallo: è il simbolo di chi ha attraversato il buio senza farsi spegnere l’anima.

IL VUOTO DI CHI NON È TORNATO

Ma mentre celebro il ritorno di mio nonno, il pensiero corre a tutti quegli altri nonni, padri e fratelli che quella guerra maledetta si è divorata. Quanti sguardi si sono spenti nel fumo dei camini? Quante famiglie hanno aspettato davanti a una porta che non si è mai più aperta? Oggi scrivo per loro. Scrivo perché la memoria non sia un esercizio di retorica, ma un atto di giustizia verso chi è diventato cenere e verso chi, rimasto solo, ha dovuto ricostruire un mondo sulle macerie.

LA STORIA CHE BUSSA ALLA PORTA

Non possiamo permetterci il lusso dell’indifferenza. Oggi, mentre i confini dell’Europa tornano a tremare sotto i colpi dei cingolati e le sirene antiaeree squarciano il cielo dell’Ucraina, il passato smette di essere passato. Quello che sta accadendo nel conflitto tra Russia e Ucraina ci trascina prepotentemente indietro agli anni Quaranta. Non possiamo far finta di non vedere. Il senso di questa giornata deve andare oltre i discorsi ufficiali: dobbiamo riappropriarci della nostra storia affinché il “mai più” non sia solo uno slogan svuotato di significato.

UN IMPEGNO PER IL FUTURO

Dobbiamo parlare ai ragazzi, alle nuove generazioni. Dobbiamo consegnare loro il testimone di Amedeo e di milioni di altri, non per caricarli di dolore, ma per armarli di consapevolezza. Sapere cosa è accaduto è l’unico vaccino contro la ripetizione dell’orrore. La memoria è un muscolo che va allenato ogni giorno. È il rifiuto di ogni forma di sopraffazione, è la scelta consapevole della pace, è il ricordo di quel nonno che, fuggendo da un campo di lavoro, ci ha regalato la possibilità di essere qui, oggi, a raccontare la sua storia. Perché la libertà non è un dono scontato, ma una conquista che va difesa col ricordo.

Aggiornato il 27 gennaio 2026 alle ore 10:16