In Italia ci si definisce “liberali” con facilità, ma lo Stato non arretra mai: apparati intatti, corporazioni protette, tasse e vincoli sempre lì. E il confronto con Milei rende la distanza impossibile da nascondere.
In Italia le parole non costano nulla. Si pronunciano, si ripetono, si impacchettano in interviste e convegni. Poi restano lì, sospese, mentre la macchina pubblica continua a crescere. È per questo che, quando un dirigente del centrodestra invoca una “rivoluzione” e chiede che Forza Italia torni a essere un partito “liberale e riformista”, il sospetto è quasi automatico: non perché la libertà non serva, ma perché da noi viene spesso evocata come un’etichetta, non come una direzione di governo.
Questa dinamica si vede perfettamente nell’intervista da poco pubblicata da un quotidiano nazionale, nella quale Roberto Occhiuto prova a riaccendere un lessico che suona bene: merito, riforme, concorrenza, mercato, servizi. Ma conviene dirlo subito, senza indulgenze: questa tradizione non è nata in Calabria e neppure in Italia, che hanno conosciuto più tutela e più comando che limiti al potere. È nata altrove, dove si è capito che la libertà non è un’etichetta da appiccicare ai partiti, ma una regola di fondo: lo Stato deve restare un limite, non diventare il centro della vita sociale.
Il punto, quindi, non è il vocabolario. Il punto è la coerenza. Perché la storia politica italiana è piena di partiti che si sono presentati come “moderni” e “riformisti” mentre difendevano l’ossatura più antica: uno Stato espansivo, invadente, protettivo con i forti e oppressivo con chi produce. E Forza Italia, al di là dei proclami degli albori, rimasti tali e mai realmente messi in pratica, non è mai stata una vera forza di limitazione del potere e non ha mai incarnato, sul serio, i principi che oggi dice di richiamare. Ha spesso amministrato l’apparato, non lo ha ridotto; ha contrattato consensi, non ha spezzato catene. Ha governato gestendo, a volte ampliando, il perimetro pubblico, non restringendolo.
L’emblema più chiaro di questa ambiguità può ritenersi l’allora ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, che per anni ha mantenuto il ruolo nei governi di centrodestra: non è stato affatto un interprete della libertà economica, ha piuttosto espresso il volto di una cultura statalista e difensiva, in cui la politica “dirige”, “protegge”, “corregge”, e il mercato viene tollerato solo quando non disturba. Se quella è stata la colonna portante, è difficile sostenere oggi che basti cambiare tono per cambiare natura.
Eppure, l’intervista del presidente calabrese tocca un nervo scoperto quando cita corporazioni e servizi. Prendiamo ad esempio il caso taxi, divenuto il riassunto perfetto dell’Italia: non è in gioco una categoria, bensì il principio. Decidono i cittadini, con la concorrenza e l’innovazione, oppure decide un’autorità che chiude l’accesso e congela l’offerta? Qui, invece, la politica parla di riforme e poi pratica mediazioni che salvano le barriere e scaricano i costi sugli utenti. Il risultato è sempre lo stesso: meno scelta, prezzi più alti, crescita più lenta.
Lo stesso schema si vede nella sanità. Se un sistema premia burocrazia e conformismo, produce liste d’attesa e inefficienze. La cura non migliora per decreto: migliora se esistono autonomia, confronto tra modelli, responsabilità, misurazione dei risultati, possibilità di scelta. Senza scelta, il diritto diventa spesso una fila.
E allora la domanda decisiva è questa: Forza Italia e, più in generale, il centrodestra vogliono essere una forza di libertà o soltanto una di gestione?
Perché governare non significa occupare. Al contrario, governare vuol dire No alla politica e allo Stato che chiedono sempre nuove competenze, altre autorizzazioni, ulteriori controlli; equivale a ridurre davvero pressione fiscale e peso regolatorio, non limitarsi a promettere che saranno “più sostenibili”; smontare privilegi e protezioni.
E qui entra inevitabilmente il confronto che rende tutto più imbarazzante: quello con Javier Milei. Non perché l’Argentina sia un modello perfetto, ma perché lì la libertà non è un profumo retorico: è una scelta di rottura. Il leader argentino, sin dal primo momento, ha impostato la sua azione su un’idea brutale e chiara: lo Stato è potere, e il potere quando cresce divora società, lavoro, risparmio. E a ciò ha fatto seguire i fatti: ha ridotto ministeri e apparati, ha tagliato spesa e sussidi, ha messo nel mirino monopoli e regolazioni che strangolano l’iniziativa privata. Da noi succede l’opposto. Qui lo Stato è considerato inevitabile, naturale, perfino “buono” per definizione. Si litiga solo su chi lo gestisce. In tal modo la libertà diventa una parola da comizio, mentre l’apparato statale resta il centro della vita economica e sociale.
È un confronto davvero impietoso perché smaschera l’autoinganno: qui si scambia la libertà con l’amministrazione dell’esistente e la riforma con un ritocco cosmetico. Si taglia poco e si annuncia molto, si protegge chi urla e si penalizza chi lavora, si rinvia ogni conflitto con le lobby e lo si chiama “equilibrio”. E mentre si celebra il coraggio a parole, nella realtà continua la religione della tutela pubblica, applicata a tutto: casa, lavoro, consumi, perfino alle scelte quotidiane. E infatti anche sul terreno concreto di governo la distanza si vede. Occhiuto in Calabria non appare del resto come un uomo di arretramento dell’apparato, si mostra piuttosto come un amministratore interno alla tradizione del comando. E il governo Meloni, al di là dei toni, non ha certo rappresentato o rappresenta una stagione di riduzione del potere pubblico: si parla di semplificazione, e tuttavia la macchina resta lì, intatta, a chiedere permessi e a distribuire ostacoli.
Per questo la “scossa” di cui si parla non può essere un congresso, né un cambio di leadership ovvero una nuova etichetta. La scossa vera passa da una scelta netta: trattare la libertà come un criterio di governo, non come uno slogan. Vuol dire rinunciare al controllo, ridurre davvero il perimetro pubblico, smettere di coprire pratiche antiche con parole nobili. E anche riconoscere, con sincerità, che concorrenza e responsabilità non sono un vezzo, rappresentano l’unico modo pacifico per far funzionare una società complessa senza trasformarla in un ufficio pubblico.
In sostanza, se non si taglia la rete dei privilegi e delle protezioni, la parola “libertà” resterà ciò che oggi è spesso: un manifesto elettorale buono per tutti e utile a nessuno. Se invece la si prende sul serio, diventa un programma severo. Ridurre il potere dove è eccessivo, liberare energie dove sono compresse, e ricordare una verità elementare che la politica italiana non sopporta più: una società adulta non chiede permesso per vivere.
Aggiornato il 26 gennaio 2026 alle ore 14:02
