Dove ce la mettiamo la risoluzione?

Dopo una serrata trattativa, la Commissione Affari Esteri del Senato ha varato una risoluzione che, condannando la repressione violenta delle proteste in Iran, impegna il Governo ad attuare ogni iniziativa diplomatica per fermare la carneficina in atto ripristinando il rispetto dei diritti umani e il pieno accesso a Internet e ai servizi di comunicazione. Unico partito che si è astenuto sull’atto è il Movimento 5 stelle perché aveva “chiesto una cosa semplice: mettere nero su bianco in quel testo la nostra contrarietà ad azioni militari unilaterali, condotte fuori dal quadro del diritto internazionale, che coprono altri interessi rispetto alla libertà di tanti giovani, di tanti cittadini iraniani che vogliono mettere fine alla tirannia. Ci hanno detto no. Quindi abbiamo deciso di astenerci, pur condividendo il resto della risoluzione: l’assenza di quel passaggio è per noi fondamentale”. L’impressione che si ricava da questa vicenda è duplice. Da un lato si sancisce ufficialmente che il cosiddetto campo largo non esiste perché privo di una posizione univoca persino in politica estera. Giuseppe Conte ha ormai consumato l’abbraccio mortale con il Partito democratico ed è ben consapevole del fatto che, a poco più di un anno dalle elezioni, Elly Schlein non può mandare a monte la coalizione, anche se inesistente.

Ragion per cui si sfila all’ultimo momento su tutto e fa continui distinguo nel tentativo di contendere l’elettorato non certo al centrodestra ma proprio ai cosiddetti alleati. Elly Schlein è in un vicolo cieco, costretta a subire gli spintoni di Giuseppe Conte il cui prossimo atto sarà quello di pretendere la guida della coalizione dopo averla condizionata per l’intera legislatura. L’operazione adesso è essere – oltre che apparire – il leader. La seconda considerazione è molto più generale e riguarda il mondo politico in senso lato: questa non è politica ma piuttosto bassa burocrazia politica che produce documenti recanti pensierini più o meno condivisibili ma privi di efficacia alcuna. Pensare, infatti, che ci sia stata una trattativa estenuante che ha impegnato tempo e risorse per produrre una risoluzione per condannare la repressione, stimolare la via diplomatica e riaccendere la Rete in Iran è davvero tragicomico. Ma qualcuno pensa davvero che la Guida suprema della Repubblica islamica dell’Iran se la faccia sotto per la risoluzione del Senato italiano? Parimenti, anche il passaggio in cui si chiede l’apertura di un canale diplomatico è banale come una manifestazione di liceali contro la guerra. Se qualcuno non lo avesse capito, in Iran siamo al cospetto di una dittatura religiosa che ha fatto migliaia di morti in poche ore e che mai accetterà di sottoporre a concertazione diplomatica la gestione dei propri affari interni sia per convinzione, sia perché sarebbe un segno di debolezza letale per il regime. A meno che il regime non dovesse avvertire il fiato sul collo della Delta Force pronta a fare irruzione e a fare la bua a questi sciamani medioevali applicando il “metodo Maduro”.

Ancora una volta, sarebbe la prova schiacciante del fatto che produrre cartuccelle, documentini e pensierini è perfettamente inutile tanto quanto l’ennesima manifestazione di piazza di cui non si accorgerebbe nessuno nel mondo. Questo Giuseppe Conte lo ha capito e ha puntato tutto sulla contrarietà a ogni probabile e imminente azione militare americana contro cui potrà essere l’unico a fare la voce grossa soffiando i pacifisti alla sinistra. Resta il fatto che la politica vive in un mondo parallelo, un circoletto fatato in cui ci si accapiglia per una parola scritta su un testo piuttosto che un sinonimo e si producono tonnellate di carte piene di vacui buoni propositi. Fuori dal Palazzo c’è il mondo reale che ruota intorno ad altre regole.

Aggiornato il 16 gennaio 2026 alle ore 10:07