Il silenzio dei “buoni”

Eloquente e significativo è il silenzio dei cosiddetti “buoni” sulla carneficina in atto dallo scorso 28 dicembre in terra persiana, dove, nell’estremo tentativo di provare a sedare le veementi proteste degli iraniani, il regime di Teheran ha già causato la morte di qualche migliaio di persone o forse più. Quel silenzio assordante di coloro che da anni urlano a gran voce contro ogni forma di violenza, specie se di genere, contro il patriarcato, il maschilismo tossico, la negazione delle libertà individuali e i diritti violati delle donne e della comunità Lgbt. Gli stessi soggetti che per mesi hanno assediato le piazze delle principali città italiane, scadendo spesso e volentieri anche nell’ideologismo esasperato e persino nella violenza più becera, al grido di battaglia “Palestina libera, from the river to the sea”. I medesimi campioni di libertà e democrazia che, non più di qualche giorno addietro, si sono puntualmente riversati in strada nel singolare tentativo di manifestare tutto il loro appassionato sostegno al dittatore venezuelano Nicolás Maduro dopo l’operazione condotta a Caracas dalle forze speciali statunitensi che ha portato al suo arresto e al conseguente trasferimento negli Usa.

E oggi che il regime degli Ayatollah continua a lavare col sangue degli iraniani le vie di decine e decine di città persiane? Dove sono finiti oggi i fuoriclasse della tolleranza e del pacifismo disinteressato, strenui difensori dei diritti umani e del diritto internazionale? Dov’è finita, ad esempio, la Cgil dell’infaticabile compagno Maurizio Landini, da più di tre anni in sciopero politico permanente contro ogni decisione assunta dall’Esecutivo? E dove sono finite quelle sinistre perennemente in cerca d’autore, oltre che di una qualsiasi causa umanitaria o pacifista da perorare? E i loro impavidi leader? Dove sono finiti i valorosi capipopolo del confusionario fronte di sinistra nostrano? Per quali ragioni non avvertono ancora la necessità di solidarizzare anche con il martoriato popolo iraniano? Perché in questa specifica occasione proprio non sentono il bisogno di inneggiare alla tanto richiamata “Resistenza”? Di quali altri atroci delitti dovranno ancora macchiarsi i macellai al vertice della Repubblica islamica per udire, anche da parte loro, una qualche, seppur timida, dichiarazione di condanna? E quali altri castighi dovranno invece patire i persiani prima che possa valere, anche nel caso specifico dell’Iran, l’equazione pseudo-pacifista tanto in voga tra le sinistre progressiste?

Perché, anche dinanzi a una così spietata repressione perpetrata ai danni di donne, studenti e lavoratori, non si alza ancora il solito collaudato coro di ferma indignazione intonato all’unisono da movimenti femministi, associazioni giovanili e organizzazioni sindacali? Quali sono le reali ragioni di fondo per cui leader politici o sindacali e attivisti di genere o per diritti civili tardano ancora a mobilitarsi e a gremire le piazze italiane in segno di solidarietà nei confronti del popolo iraniano? Perché tanto silenzio sugli efferati crimini commessi dalla Repubblica islamica? Ce lo spieghino i vari Angelo Bonelli, Nicola Fratoianni, Elly Schlein, Giuseppe Conte, Laura Boldrini e Francesca Albanese. Ce lo spieghino i militanti verdi e pentastellati e i massimalisti dem, i partigiani dell’Anpi e i collettivi studenteschi, i dirigenti sindacali e gli intellettuali ultraprogressisti, gli attivisti Lgbt e le femministe militanti. Quanti iraniani dovranno ancora cadere sotto la scure repressiva del regime perché possa finalmente calare questa fittissima coltre di putrida ipocrisia, perché possa crollare questo muro di imperscrutabile silenzio eretto proprio da loro, dagli autoproclamati incoerentissimi “buoni”?

 

Aggiornato il 14 gennaio 2026 alle ore 11:04