L’Iran non è entrato in crisi recentemente: vive da anni in una condizione di crisi strutturale permanente. Le ondate di protesta che si sono susseguite tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 innescate dal collasso del rial, dall’inflazione fuori controllo e dall’ulteriore erosione del potere d’acquisto non rappresentano un’anomalia, ma la prosecuzione di una frattura ormai irreversibile tra Stato e società. Il regime dei mullah continua a leggere il dissenso come una deviazione temporanea; in realtà, esso è diventato una componente stabile e sistemica della politica iraniana.
La Repubblica islamica nasce come potere rivoluzionario e si consolida come regime securitario, fondato su tre pilastri: controllo ideologico, repressione selettiva e redistribuzione assistenziale. Nel 2026, tutti e tre appaiono profondamente logorati. Il controllo ideologico non mobilita più le masse; la repressione, pur rimanendo uno strumento efficace nel breve periodo, produce solo accumulo di risentimento; la redistribuzione è resa impraticabile da sanzioni persistenti, cattiva gestione cronica e da una gerarchia di priorità che continua a privilegiare la proiezione regionale rispetto alla tenuta interna del paese.
Come ho scritto ne L’Iran dei Mullah: “Il regime non governa per sviluppare il paese, ma per sopravvivere a se stesso”. Questa logica rimane intatta anche nel 2026 e spiega perché, nonostante una crisi economica sempre più profonda, Teheran continui a destinare risorse strategiche al proprio apparato di influenza regionale in Libano, Siria, Iraq e Yemen. La politica estera non è uno strumento della sicurezza nazionale, ma una funzione diretta della legittimazione interna del potere clericale.
Le proteste più recenti mostrano una continuità significativa: l’assenza di una leadership politica riconoscibile. Non vi sono capi, partiti o piattaforme programmatiche strutturate. Questo non rappresenta una debolezza del movimento, ma il risultato diretto di quarantasei anni di distruzione sistematica di ogni forma di mediazione politica. Il regime ha neutralizzato l’opposizione organizzata, ma ha perso il controllo della società.
La risposta dello Stato nel 2026 resta coerente con la natura del sistema. Le forze di sicurezza, polizia regolare, Basij e apparati riconducibili ai Pasdaran continuano a intervenire con estrema durezza, affiancando all’uso della forza una campagna di arresti mirati e diffusi. Studenti, lavoratori urbani, insegnanti e commercianti vengono colpiti con l’obiettivo di interrompere la continuità della protesta. Ancora una volta, ordine pubblico e sicurezza del regime coincidono perfettamente.
Questa strategia repressiva, tuttavia, non mira più a ricostruire consenso, ma esclusivamente a guadagnare tempo. Ogni arresto, ogni atto di violenza istituzionale amplia il divario tra Stato e popolazione e rafforza la percezione di un potere incapace di governare se non attraverso la coercizione. La violenza non è una deviazione del sistema: ne è il linguaggio costitutivo.
Particolarmente significativo resta il ruolo del bazar, storico alleato del clero sciita. La partecipazione ricorrente dei commercianti alle proteste indica che il patto economico su cui si è retta per decenni la Repubblica islamica è ormai compromesso. Quando il patto materiale viene meno, anche quello ideologico perde definitivamente efficacia.
Il presidente Pezeshkian, anche nel 2026, continua a muoversi entro margini estremamente ristretti. Il potere reale rimane saldamente concentrato nelle mani della Guida suprema e dell’apparato dei Pasdaran, che operano simultaneamente come forza militare, attore economico dominante e garante ideologico del sistema. Qualsiasi riforma che non tocchi questo nodo strutturale è destinata a restare puramente cosmetica. L’Iran non è riformabile dall’interno senza mettere in discussione l’architettura teocratica del potere.
Sul piano geopolitico, un Iran internamente fragile ma esternamente assertivo continua a rappresentare un fattore di instabilità sistemica. La leadership iraniana tende a compensare la perdita di consenso interno con una postura regionale aggressiva, utilizzata come strumento di distrazione e come collante ideologico per un sistema in progressivo svuotamento.
La questione centrale non è se il regime cadrà nel breve periodo. La vera domanda, nel 2026, è quanto a lungo possa reggere un sistema che ha perso il consenso, che non riesce più a trasformare la paura in legittimità duratura e che governa una società ormai scollegata dal potere. L’Iran dei mullah non sta collassando improvvisamente: si sta lentamente svuotando. Ed è nei regimi svuotati che, prima o poi, la realtà entra senza bussare.
Aggiornato il 05 gennaio 2026 alle ore 09:41
