Adiòs, señor Maduro

Il 2026 si apre sotto il segno della chiarezza. Con ciò che sta accadendo nel mondo – la terza guerra mondiale a pezzi – non è più possibile giocare a fare i cerchiobottisti; non è più pensabile di tenere nello stesso catino il diavolo e l’acqua santa. Oggi occorre scegliere, dichiarare da che parte stare; per decreto del buonsenso sono vietati gli specchi ai quali appendersi. Vale per i popoli, vale per i governi. Squarciato definitivamente il velo d’ipocrisia in cui per decenni gli europei hanno incartato la politica internazionale, si ritorna alla ragionevolezza del pragmatismo. Basta! Con l’intossicazione mediatica della realtà. Basta! Con l’illogica ostinazione di chi straparla di morale, di pace, di diritto internazionale (a corrente alternata), di giustizia planetaria amministrata da improbabili corti internazionali e di altre amenità, descrivendo un mondo e un sistema di equilibri geopolitici che in natura non esistono.

Ficchiamocelo in testa una volta per tutte: le relazioni tra gli Stati, a maggior ragione se trattasi di grandi potenze economiche e militari, sono regolate dagli interessi non dai buoni sentimenti. Ragione per la quale, posto che non siamo al posto di comando nella cabina del manovratore, ciascuno di noi è chiamato a scegliere con chi stare, non a fantasticare di un mondo ideale che si vorrebbe fosse vero, ma che non lo è.

Donald Trump ha assestato un colpo micidiale a quella particolare ramificazione del comunismo che ha preso piede e prosperato in America latina, cioè nel giardino di casa degli Stati Uniti. Ha inviato a Caracas le forze speciali a prendersi e portare via il dittatore Nicolàs Maduro. Ora, non siamo al cineforum dove alla proiezione del film segue dibattito. Qui le chiacchere e i dotti distinguo non hanno cittadinanza. E non serve appellarsi agli alti valori democratici e alle libertà: Trump ha fatto ciò che andava fatto nell’interesse degli Stati Uniti d’America.

Ciò che conta è che l’abbia fatto bene e con sorprendente rapidità. Risultato ottenuto a beneficio della porzione di Occidente non affetta da sindromi autolesioniste: un dittatore sanguinario in meno di cui occuparsi. È cosa buona o no? E noi, in Italia, siamo con Trump o con Maduro? Lasciamo in pace Montesquieu, il Papa eppure il buon Gesù, al mondo valgono – e sono sempre valsi – i rapporti di forza. È vero: gli americani, a cose fatte, hanno il vezzo di sanzionare anche giudiziariamente i nemici. L’ostensione del corpo degli sconfitti è un modo tutt’altro che originale – i nostri antenati romani facevano sfilare i vinti per le vie di Roma tra ali di folla acclamante, rinchiusi in gabbie e incatenati – per legittimare, agli occhi della storia, i propri interventi militari con adeguate coperture morali. Hanno iniziato a Norimberga e poi ci hanno trovato gusto. D’altro canto, in antropologia il processare i “cattivi” dopo che con gli stessi sono stati intrattenuti rapporti quanto meno inappropriati o ambigui corrisponde a una sorta di rito purificatorio mediante il quale il più forte, il vincitore, si autoassolve da ogni peccato pregresso consacrando il suo atto di forza alla Giustizia e al Bene.

La Delta Force avrebbe potuto fare fuori Maduro – come peraltro accadde quando stanarono Osama Bin Laden – e chiudere la pratica sul posto. Invece, il dittatore è stato catturato e condotto in ceppi (a favore di telecamere) in una prigione federale negli States per ricevere un giusto processo e una prevedibilmente giusta condanna. Ovviamente, tutta scena. Ciò che vale è che Washington si sia ripreso il Venezuela. Insinueranno le vedove bianche del comunismo in perenne coma vegetativo: lo hanno fatto per il petrolio. Sì, c’è di mezzo il petrolio venezuelano. E con questo?

Ma se è Trump che vince, chi perde? In primis, la Cina che dallo Stato latino-americano stava succhiando le risorse minerarie e petrolifere fino al midollo. Perde la Russia che, fino a ieri l’altro, si rappresentava al mondo come lord protettore del regime di Maduro. Perde Cuba. Maduro con il suo petrolio ha letteralmente mantenuto in vita l’apparato di potere castrista che tiene da oltre sessant’anni in scacco l’isola. Senza la risorsa energetica generosamente donata da Caracas, in nome della solidarietà praticata all’interno dell’“Internazionale degli stracci”, particolarmente radicata nelle realtà dell’America latina, a L’Avana gli oppressori comunisti hanno i giorni contati. Perde l’Iran degli Ayatollah che in Maduro aveva un alleato solidissimo. E perdono tutti quei satrapi e dittatori di mezza tacca sparsi nel mondo i quali, dopo il blitz americano, cominciano a non sentirsi sicuri nei loro stessi letti.

Facciamo a capirci: per noi europei sono o no buone notizie? Per chi è di destra certo che sì mentre per chi è di sinistra è tutto un pianto greco. Già, perché di là dai goffi tentativi di camuffamento del proprio imbarazzo, i “compagni” non ce la fanno a dire bravo a Trump. E per quanto consapevoli della scarsa presentabilità e della pessima fama di un pendaglio da forca della stazza di Nicolàs Maduro, l’ancestrale richiamo delle comuni matrici ideologiche resta forte. Si geme per la mala sorte toccata a un compagno che forse ha sbagliato un po’ nel gestire nella ferocia il suo potere, ma è pur sempre un compagno al quale rivolgere un pensiero affettuoso nel momento della disgrazia. Il fatto non ci sorprende né ci preoccupa. Anzi, ci fa un immenso piacere. Che i vari Angelo Bonelli, Nicola Fratoianni, Giuseppe Conte, Elly Schlein, i caravanserragli di Cgil e Anpi se ne stiano ammonticchiati sulla sponda opposta alla destra a leccarsi le ferite, tranquillizza.  

Ciò che sorprende sono gli inopportuni balbettii che dalle parti della destra qualche anima bella – ve ne sono anche nel campo avverso alla sinistra – abbia sibilato per dolersi dei modi spicci e perfino rocamboleschi dell’azione politica di Trump. Che avrebbe dovuto fare il presidente della prima potenza mondiale, mandare un avviso di comparizione a Maduro perché si presentasse spontaneamente davanti a un tribunale statunitense per farsi giudicare per i crimini commessi? Ciò di cui invece dovremmo preoccuparci è se, una volta varcato il Rubicone, Trump abbia la forza e la determinazione nell’andare avanti a fare pulizia dei focolai di comunismo che infettano dall’esterno e dall’interno l’impianto valoriale dell’Occidente. Domandiamoci piuttosto se il bersaglio grosso a cui la leadership statunitense punti non sia il gigante cinese. A noi tale eventualità piace o dispiace?

Non è più tempo di tenere il piede in due staffe: si sta da una parte o dall’altra. Per l’ignavia non c’è più posto che non sia nell’Antinferno dantesco. Prendiamone atto e preghiamo che a breve qualche altra testa di dittatore caschi per mano degli yankee.

Aggiornato il 05 gennaio 2026 alle ore 16:19