Due giorni fa i tre piccoli di Catherine Birmingham e di Nathan Travallion sono stati sottratti – con grande spiegamento di forze – ai loro genitori in esecuzione di un provvedimento del Tribunale dei Minori de L’Aquila e ricoverati in una casa-famiglia indicata dagli assistenti sociali.
Il padre è rimasto nella loro abitazione nei boschi, mentre la madre ha avuto il permesso straordinario di abitare i vani sottostanti a quelli ove sono stati collocati i bambini e di incontrarli sotto sorveglianza e con precise limitazioni.
Il Tribunale ha infatti sospeso entrambi dalla potestà genitoriale perché essi hanno deciso di vivere – invece che in città – nel bel mezzo di un bosco abruzzese a contatto con la natura.
In altre parole, il Tribunale ritiene che i due non siano adatti a far da genitori ai loro figli per alcuni motivi esposti nel provvedimento. Ecco dunque in sintesi le loro colpe.
Innanzitutto, vivono in mezzo al bosco. Gravissima mancanza. Meglio far vivere i piccoli fra asfalto, bitume, cemento armato, gas di scarico, assordanti strombazzamenti, martelli pneumatici, ossido di carbonio a profusione, traffico impazzito, sirene di vario genere; meglio insomma farli vivere in una città delle nostre, per definizione luogo di civiltà e di benessere.
Secondo i giudici, i piccoli soffrono di un “disagio abitativo”, in quanto il loro casolare sarebbe privo della certificazione di abitabilità e del rispetto delle norme antisismiche.
Peccato che una percentuale significativa di abitazioni italiane – soprattutto in meridione – sia da decenni priva di entrambe le certificazioni, senza che nessuno si sogni di ricoverare i piccoli in una casa-famiglia.
Inoltre, se un casolare di legno e mattoni ancorato al terreno dovesse crollare per un terremoto, allora vorrebbe dire che l’intera regione dell’Abruzzo più non esisterebbe, dal momento che l’intensità del sisma dovrebbe essere di tale magnitudine da distruggere ben prima e completamente tutti gli edifici di quella zona: e allora se una possibilità di salvarsi rimanesse, sarebbe proprio per gli abitanti della casa nel bosco. Ma evidentemente il Tribunale, troppo occupato a consultare carte e documenti, si è scordato della vita reale e non ci ha pensato.
Ricordo che, quando la Pretura del Lavoro di Catania era ubicata in via Verona e le sale accoglievano assieme decine e decine di ricorrenti che avevano diritto di presenziare alle udienze, da tutti si avvertiva un sinistro vibrare del pavimento, pensato e costruito ad uso di civile abitazione e non per funzionare da surrogato del palazzo di giustizia: ma nessuna autorità osò per anni farne cenno, fino a quando si traslocò in altra sede che suscita comunque molte perplessità.
Ancora, i giudici lamentano che in quella casa mancano l’elettricità e l’acqua corrente. Peccato che in molte cittadine del centro Sicilia (una per tutte Caltanissetta) l’acqua corrente per parecchi mesi all’anno sia un miraggio e che ai primi temporali invernali l’energia elettrica misteriosamente svanisca in molte comunità ove gli impianti non sono stati oggetto di adeguata manutenzione: i bambini sono stati forse sottratti ai genitori colpevoli di ostinarsi ad abitare codesti luoghi?
Non basta. Si sostiene che i piccoli non frequentano la scuola. Peccato si dimentichi che – come recita la Costituzione – “l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”. Hanno mai sentito parlare questi giudici di educazione “parentale”? Hanno mai saputo che in uno Stato libero i genitori possono liberamente decidere – come in questo caso – di far studiare i figli tramite insegnanti privati che li preparano agli esami pubblici?
Ulteriore colpa sarebbe l’isolamento di cui soffrirebbero i bambini. Anche qui, nulla di convincente per due ragioni. Per un verso, perché sono in tre e perciò interagiscono già fra di loro da quando son venuti al mondo. Per altro verso, perché almeno due di loro, che son gemelli, si trovano ancora in una età prescolare e tale, perciò, che ben possono attendere per vivere l’esperienza della collettività.
Il Tribunale ha così mostrato in modo evidente di collocarsi fuori dalla realtà, coltivando peraltro una idea pericolosa e malsana perché antiumana: quella secondo cui senza cellulari, senza computers, senza automobili, senza televisione, senza “social” i bambini non possono crescere sani e felici. E che invece forzosamente allontanati da mamma e papà sarebbe garantita la loro crescita sana e felice.
Ed anche ammettendo la mancanza di un servizio igienico come si deve o di altre comodità, si tratterebbe comunque di un disagio temporaneo e di poca entità: invece il trauma dovuto al distacco forzoso dai genitori rimarrà per sempre e per sempre produrrà i suoi effetti nefandi, qualunque cosa accada da oggi in poi.
E bravo il Tribunale dei Minori! Complimenti! Ha saputo davvero fare il miglior interesse dei piccoli!
Le cose, insomma, al posto delle persone. Ecco perché il Tribunale dei Minori, che pensa di capire più e meglio dei genitori – come nel mondo spettrale disegnato da Orwell - va abolito. In fretta.
Aggiornato il 29 novembre 2025 alle ore 09:13
